I Caratteri del Tour: l’umile Miguel Indurain.

Schermata 2016-04-26 alle 10.21.04

La Forza Tranquilla. 
All’ultima Maratona dles Dolomites mi ha passato nella nebbia del passo Gardena.
Quasi un’apparizione onirica. Ho strabuzzato gli occhi: ma è lui davvero?
Sì era lui davvero. “Miguelon” Indurain. Il gigante buono, la “forza tranquilla” che macinava le cronometro come se fossero fette biscottate da imburrare la mattina. Con una naturalezza e una nonchalance, ma anche con una classe, devastanti. Per gli altri, ma forse, alla fine anche per sé.
Aveva sempre parole buone per tutti: Bugno era stato solo “sfortunato”. Chiappucci si era “impegnato al massimo”. Vinceva lu, ma erano stati bravi gli altri.
Da dare quasi sui nervi. Eppure era sincero. “Cosa volete che vi dica?” rispondeva a giornalisti sgomenti delle sue poche parole dopo una vittoria stratosferica.
Eppure quello lì era lui, non poteva essere un altro. Semplicemente.
Sempre mite, mai un rigo sopra. Si è arrabbiato, pare, una volta sola. Quando lo hanno fregato a un mondiale a pochi metri dal traguardo. Un pugno alzato per una frazione di secondo dal manubrio, scomposto e poco “suo”. Subito, di fatti, lo aveva riabbassato sulle leve del cambio. Come il Mosé di Michelangelo secondo Freud, che ripone subito la mano che tiene le tavole, prima che la tentazione gliele faccia scagliare contro il suo popolo che gozzoviglia davanti al vello d’oro.
Gianni Mura scrisse, non a caso, che Indurain era il “padrone buono” del Tour de France. Negli anni Novanta lo narcotizzava, dispensava parole buone per tutti gli avversari e alla fine lo portava a termine, ogni estate, con la maglia gialla, da grande campione. Lo fece 5 volte di fila. Poi alla sesta, come (quasi) tutti, ci andò a sbattere contro. Il Tour non perdona. È successo ad Anquetil, ad Hinault, a Merckx. Cinque sì. Sei no. Altrimenti si è tracotanti. Parola di Grande Boucle.
Signore e signori, da “Il carattere del ciclista”, ecco a voi l’umile Miguel Indurain.

Poche parole ma 7,8 litri d’aria nei polmoni.
Vincevi e dicevi che erano stati bravi gli altri. Quasi tu venissi per ultimo, certo avevi vinto, anzi dominato, ma era un piccolo particolare secondario. Quasi ti schermivi, preferivi sempre parlar d’altro. E così dispensavi complimenti per tutti, mai un atteggiamento di superbia, mai un comportamento sopra le righe, nemmeno quado avresti potuto (e forse dovuto). Quasi fossi un gregario, uno dei tanti in mezzo al gruppo. Ti hanno sempre rimproverato di non essere abbastanza cattivo. Ma se lo fossi stato, cosa diavolo  avresti vinto ancora di più?

Le caratteristiche del tuo fisico erano soprendenti: un ciclista alto quasi un metro e novanta per oltre 80 chili di peso raramente si è visto. E quando lo si è visto non andava forte come te. Ma tu hai doti cardiovascolari fuori dalla norma, una capacità polmonare di 7,8 litri – nemmeno i polmoni di Merckx potevano tanto – e i tuoi battiti a riposo, corre voce, si aggirino intorno ai 28. Ai limiti dell’anomalia cardiaca. E poi quella naturalezza, quella straordinaria aerodinamicità in sella. Colpivi tutti quelli che ti vedevano correre fin da quando eri dilettante: “Come è elegante quello lì, un vero signore, come si chiama?”.
Il tuo direttore sportivo, José Miguel Echávarri, tuo amico fidato, l’unico che davvero custodisce i segreti del tuo animo impenetrabile, dice che sei come Carl Lewis, il campione di atletica leggera statunitense: sotto sforzo avete la stessa naturalezza. Quasi che la parola “sforzo” non fosse nel vostro vocabolario. Mentre gli altri sudano, tu no. Il giorno dopo una cronoscalata potresti indossare la stessa maglia del giorno prima, tanto è asciutta. La tua forza è calma e serafica, persino gentile. Quando vinci non lesini mai complimenti per gli avversari: “Chiappucci è stato meraviglioso, un campione come ce ne vorrebbero mille”; “Oggi Bugno ha avuto una giornata storta, lo capisco, capita a tutti, niente di male, non lo bacchettate troppo”. E via discorrendo. Sembra quasi ti spiaccia vincere, infliggere minuti su minuti agli avversari. Li rispetti sinceramente tutti, provi pena autentica quando vanno in difficoltà, non affondi mai il coltello fino in fondo, nemmeno quando ti converrebbe. Gianni Mura, l’inviato al Tour della “Repubblica”, scrive che vinci e lasci vincere, che sei un “padrone buono”. I tuoi occhi scuri, il tuo testone nero sono quelli di un gigante mansueto che protegge tutti.
È bello vedere uno che vince così. (…)

Le cronometro come le correvi tu.
Le cronometro come le correvi tu, forse, non le ha mai corse nessuno. Merito del tuo femore lungo, delle tue leve lunghe, ma merito anche del tuo cuore lento e stabile come il tuo animo. Echávarri dice che sei “un uomo lento”, quasi fosse quella la tua essenza. In carriera non ti ha mai voluto forzare, sapeva che prima o poi saresti venuto fuori. E così per anni ti ha lasciato nell’ombra di Delgado, il capitano della tua squadra, un altro spagnolo. Tu zitto, non soffrivi, sapevi che non era ancora arrivato il tuo momento. Quasi come un diesel che va a regime solo dopo un po’. E quando hai iniziato a ingranare, infatti, non ce n’è stato più per nessuno. Delgado compreso. Saresti stato come Merckx. Valeva la pena aspettarti. Lento o non lento che tu fossi.

Non avevi mai bisogno di strafare, di dimostrare qualcosa a te non interessava. Problema degli altri. Quello che contava era sempre e solo arrivare primo a Parigi. E ogni anno, come amavi ripetere al tuo direttore sportivo a inizio luglio, “in qualche modo ci arriveremo”.  Bastasse anche una sola cronometro. (…)

Leggi la versione integrale de “L’umile: Miguel Indurain” da  Il carattere del ciclista UTET