I caratteri del Tour: l’introverso Laurent Fignon.

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8 secondi in compagnia della nausea di Sartre. 
Domani parte il Tour de France. Sale la febbre gialla.
Anche se, forse, sarà dura regalare le stesse emozioni dell’ultimo Giro d’Italia, come detto uno dei più belli dell’era post-pantaniana.
Ma la Grande Boucle è sempre la Grande Boucle, ci sono persone cui il Tour è rimasto incollato sotto pelle come un microchip o una malattia incurabile. Persone che lo hanno amato, oppure odiato. Persone che, nel bene o nel male, dal Tour non hanno più saputo riemergere come prima. Ad alcuni ha lasciato scorie nei polpacci, ad altri nell’anima. A molti su entrambi i versanti. Come nel caso dell'”introverso”: Laurent Fignon, che lo perse per soli 8 secondi.
1989 – Parigi, ultima tappa, una cronometro individuale. Maglia gialla sulle spalle, 50 secondi di vantaggio da amministrare. Un popolo, il suo popolo, pronto ad osannarlo. Eppure, appena prima di scendere dalla pedanetta, quando l’americano Greg LeMond – secondo in classifica – ha già quasi concluso la sua prova, ecco un presentimento, la nausea sartiana che fa la sua comparsa. “Non ce la faccio” si disse. E non ce la fece.


Ora tocca a te, parti e il tuo codino, una treccina bionda che ondeggia da una parte all’altra confondendosi con il giallo della maglia, forse ti sbilancia. Te l’avevano detto: oltre che antiestetica, quella capigliatura da hippie fuori tempo massimo è anche controproducente: ti rallenta, offre resistenza all’aria. E nelle cronometro ogni centimetro in più che si frappone all’aria si traduce in secondi regalati al cronometro. Ma tu a quella treccina bionda mai avresti saputo rinunciare, era lei, insieme agli occhiali, a fare di Laurent Fignon Laurent Fignon. Uno specchio del tuo carattere, meravigliosamente fuori luogo.

Eri sempre stato difficile da avvicinare, sia per i tifosi che per i giornalisti. Mai una parola, mai una frase per accattivarti popolarità e simpatie magari anche utili, mai un po’ di calore umano più dello stretto necessario. Eri sempre algido, maledettamente riservato, fin troppo educato e controllato. Non amavi le masse, l’eccesso di entusiasmo dei tuoi tifosi – lo avevi detto – ti metteva a disagio. Tutta quella gente ai bordi della strada a incitarti, anche oggi qui a Parigi, ecco non l’avresti voluta, se proprio dovevi dirla tutta. E poi, le cronometro sono prove che si corrono in perfetta solitudine, sono un lungo dialogo con se stessi. Un monologo. Non prevedono compagnia.
Davi del vous persino agli amici, quasi come dovessi rimarcare una distanza, magari anche senza volerlo. La domenica, vederti pedalare faceva un effetto strano: sembrava fossi un intellettuale uscito a sgranchirsi le gambe, tra una lettura e l’altra, ma che presto, di fretta, avrebbe riguadagnato i suoi preziosi libri. La tua gioia, ma in un certo senso anche la tua prigione.
E allora quel codino maledetto no che non te lo tagli. Si fottano tutti.
Intanto LeMond con il suo strano manubrio allungato e il caschetto aerodinamico va via come una lepre. Imbocca il tunnel sotto la Senna e accelera, allunga, imprime potenza sui pedali. Sembra una cometa colorata nel buio della galleria. Mentre tu stai ancora pedalando fuori città, l’americano raggiunge il centro di Parigi e guadagna come un missile i Campi Elisi. La moglie Kate, con il figlio nel passeggino, trepida, ha capito che il suo Greg sta andando forte, e può davvero combinarla grossa. Ora resta solo da aspettare l’arrivo di Fignon e capire il suo ritardo. Dopotutto, 50 secondi sono 50 secondi.  
Mano a mano che pedali, la gente comincia ad accorgersi che stai perdendo tempo, le lancette – che sono ovunque – scorrono impietose. I tuoi 50 secondi sono diventati 25, poi 20, stanno svanendo come neve al sole. Al rilevamento successivo scendono ancora. Adesso sono solo 10, anzi 5, 3, 2, 1, 0. LeMond è già arrivato, è stravolto, gli passano delle enormi cuffie da deejay per sentire come stai andando, scruta impassibile i cronometri disseminati all’arrivo. È questione di istanti e potrà alzare le braccia al cielo, non ci crede nemmeno lui, la folla lo circonda, una selva di teleobiettivi e telecamere è pronta a fare fuoco. Poi le immagini tornano su di te: imbocchi l’ultimo rettilineo che hai già perso. È ufficiale. Sei a otto secondi da LeMond in classifica! Inimmaginabile. Superi il traguardo e cerchi un pertugio tra la folla per andare a gettarti a capofitto, come su un sudario. Ti lasci cadere inerme, insieme alla tua bicicletta, al suolo. Hai perso il Tour de France per 8 secondi. Non è possibile, non è vero. Non ci credi. (…)

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