#CASACOPPI

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Il posto che non c’era.
Un giorno di tarda primavera mi metto di buon’ora in auto. Direzione: colli tortonesi. Ho un’ora e mezza di strada da fare, a spanne. Destinazione: Castellania, provincia di Alessandria. Novantuno abitanti stando al censimento del 2013, ma magari, nel frattempo, sono aumentati. Chissà.
Fa caldo, quel caldo che promette bene: arriva l’estate, mi dico. Ignaro che non andrà proprio così.
Sono in anticipo, decido di fermarmi in Autogrill per un caffè. Ne approfitto per controllare lo smartphone: due chiamate non risposte. È Luciana, l’amica giornalista, che si è offerta di farmi da guida in questo bellissimo viaggio nel passato. O ritorno al futuro. Dice che mi viene a prendere lei al casello, che se no mi perderei. Non sa che è esattamente ciò che voglio.
Non vedo l’ora di uscire da questo tourbillon di ferraglia e cromature e inerpicarmi per quei colli verde acceso. Purtroppo non ho con me la bicicletta, a volte il tempo è tiranno. Questa è ahimè una di quelle terre fatte per pedalare. Provinciali scalcagnate e silenziose che si perdono nel grano, paesi arroccati e dimenticati da Dio, nuvole disegnate come putti all’orizzonte.
Sì, per chi non l’avesse ancora capito, sto andando a trovare Fausto Coppi, il “campionissimo”. E per farlo cosa faccio? Vado a casa sua. Come fosse ancora vivo e potesse accogliermi lui, fare, come si dice gli onori (di casa, appunto).

Una famiglia. 
Usciti dall’A7 a Tortona, i cartelli stradali indicano subito la direzione, “Casa Coppi” c’è scritto. E quel “Casa Coppi” presto mi accorgo che è, in realtà una parola sola. “Casacoppi”. Come ci fosse un Coppi e poi una casa. La sua. due identità ben distinte, autonome, ognuna pulsate vita propria. Nello specifico, la seconda ha saputo sopravvivere alla prima.
Il campione è  morto giovane, come tutti sappiamo, per un’assurda malattia, malaria, contratta in Africa e non diagnosticata in tempo. Prima di lui era tragicamente morto anche suo fratello Serse,  vittima di una brutta caduta in bici al Giro del Piemonte. Era ciclista anche lui, infilò una rotaia del tram a Torino, picchiò la testa, sembrava niente di e invece era tutto. Emorragia celebrale. Fatale.
Prima di loro era scomparsa, giovane, una delle due sorelle, Dina. Una famiglia maledetta quella dei Coppi.
Ma la casa, lei, ha continuato per la sua strada a vivere. Non facendoci troppo caso. Quasi si dicesse: sì, queste sono le cose della vita. Occorre abituarcisi.
Una sorta di non luogo immaginario sospeso al di fuori dal tempo e dello spazio. Per raggiungerla devi prima perderti, modello “Non ci resta che piangere”, dimenticare in che epoca vivi. Lo faccio guidato dall’abile Luciana, il mio Virgilio al femminile, in mezzo alle campagne al confine tra Lombardia, Piemonte, Liguria. Senza trascurare una spruzzata di Emlia Romagna qua e là, appena visibile tra i colori della campagna e le osterie nascoste. La sensazione è quella di uscire dal tempo, e finire per domandarsi se mai ci si rientrerà. Quello che cerco.

La gioia della fatica.
Mettere piede in “Casacoppi” è un po’ come violare l’intimità di un campione. E chissà se lui sarebbe stato d’accordo. La luce filtra appena, vecchie persiane dai colori pastello, come quelle della Liguria, celano copertine colorate di riviste. Se ne stanno là come quadri incorniciate e appese ai muri, tinti di fresco. Sono periodici di ogni tipo: ciclismo certo, ma anche costume, gossip, settimanali femminili. Fausto faceva notizia. Fausto piaceva. Conteso tra due donne e amato, forse, da mille. Il suo sterno carenato, il suo fisico irregolare, il suo naso sporgente sembravano dire il contrario. E invece.
E poi, a ricordarti che qui, in questa casa, si fa prima di tutto “fatica”, eccoli. Scatti in bianco e nero di volti asciuttissimi e scavati come statue da uno sforzo d’altri tempi. Ci sono lui, Fausto e anche Serse, che sorride a denti stretti. Abbracciati come pulcini. C’è la pista, il record dell’ora, i campionati del mondo, il caschetto, i copertoni stretti intorno al torace e le labbra corrose dal fango, i sorrisi difficili, a volte persino artificiali, e l’aria di chi forse avrebbe voluto vivere meglio.
E poi i cimeli, le maglie, quella gialla, quella rosa, l’iridata, la tricolore, e l’azzurra Bianchi. Quelle con i tasconi davanti che oggi sembrano tornare di moda. C’è persino il suo cappotto, appeso a una gruccia davanti la finestra, quasi dovesse uscire proprio lui di lì a cinque minuti. In cucina ci sono vecchie padelle appese, una teiera, una caffettiera e poco altro. Nonostante l’ampiezza (almeno una decina di stanze), questa casa sembra più il bivacco di soldati al fronte. Solo l’essenziale, via il superfluo. Come si fa in salita. Traspare il sacrificio da ogni metro quadrato di questa casa, ogni piastrella gronda sforzo, sofferenza per ottenere le cose. Persino la televisione, da cui mamma Angiolina poteva vedere (e soffrire) per i figli, pare nascosta. Lasciata là in un angolo del salotto, “che non dia troppo nell’occhio quell’arnese infernale, mi raccomando”. In questa casa lo svago è parola bandita. Qui si fa e si insegna solo lei, la fatica. Perché la fatica, si sa, è il sale della vita. Etica, bella e forse persino un po’ salvifica.

“Mamma, perché devo soffrire?”
Esco con la sensazione di aver scelto lo sport giusto. E di essere andato un po’ in visita alla mia Mecca. Casacoppi. Forse ero in cerca di una conferma, anche se dentro di me già lo sapevo. Avevo bisogno di sentirmi dire che anche io, nel mio piccolo, appartenevo a chi della fatica ne ha fatto una ragione di vita. Per scelta o per necessità.  Un dono che viene da lontano e che porta lontano, credo.
Oggi, nella vita di tutti i giorni, è sempre più raro fare fatica. Dobbiamo andare a cercarcela, fabbricarcela con le nostre mani, spesso persino pagare per ottenerla. Non è detto che si abbia voglia di farlo, e non è nemmeno obbligatorio, come lo era invece ai tempi di Fausto e Serse. Anzi, oggi è quasi un privilegio, un opitonal da hotel a cinque stelle. Ma, come tutti i privilegi, una volta scoperto, diventa poi difficile privarsene.
Un giorno, lamentandomi del fatto che fosse già domenica e che il mattino seguente dovevo tornato a scuola, ho detto: “mamma, perché bisogna fare fatica?”
Non sapevo che un giorno, per ottenere una piccola dose di quello straordinario stupefacente, avrei fatto di tutto. Incluso venire quassù, su questo colle, in mezzo a novantun’ anime e cento foto di ciclismo. Un posto che non invecchia mai.

Foto: Ciclista Pericoloso.