Pedalando nell’oscurità.

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Una storia di sonniferi e cocaina.
Racing Through The Dark, pedalare nell’oscurità. Quello che ha fatto David Millar, da cui il titolo della sua autobiografia, purtroppo mai tradotta in italiano (se avete occasione però leggetela, merita). David aveva tutto e ha perso tutto nelle spire del doping, un viaggio all’inferno andata e ritorno dove di chiaro non c’è mai quasi niente. Inclusa la certezza di trovare la luce alla fine del tunnel.
Lo stesso viaggio, anche se per motivi diversi, lo sta facendo oggi Luca Paolini. Una lunga pedalata agli inferi, toccando il fondo – che si chiama outing – per poi cominciare, piano piano, a risalire. Con una nuova consapevolezza magari. Un po’ come rinascere.
Luca Paolini, lo scorso mese di dicembre, ha rilasciato una lunga intervista-confessione alla Gazzetta dello Sport, nella quale ha raccontato come è caduto nella trappola della cocaina. Trappola che gli è valsa la squalifica durante l’ultimo Tour de France.
L’ex corridore della Katusha ha spiegato come tutto è partito, dopo la morte del fratello nel 2004, con dei “normali” sonniferi per riuscire a prendere sonno. Per poi degenerare in una dipendenza conclamata da questi, dipendenza che poteva essere contrastata solo con l’uso di qualche stimolante. Da qui il salto nel vuoto. Il passaggio, cioè, durante un normale ritiro di squadra la scorsa estate, all’assunzione di cocaina. In pratica l’effetto delle benzodiazepine – la sostanza alla base dei sonniferi e di molti psicofarmaci  – può essere controbilanciato soltanto da un eccitante, che via via deve divenire però sempre più potente. Per dosi e per intensità. Le due sostanze finiscono per fare un drammatico gioco di squadra.
Un po’, per certi versi, come quando all’azione degli antibiotici il medico ti prescrive un gastroprotettore, per contrastarne gli effetti meno positivi. Con conseguenze però radicalmente diverse.

La bicicletta come inferno.
Pochi giorni dopo la confessione di Paolini, a parlare è stato il medico della Katusha, il professor Besnati, che aveva in cura proprio Luca e che gli prescriveva i sonniferi: “e quando ho smesso di prescrivergli, ho scoperto che se li procurava lo stesso”. Bennati ha raccontato, a sua volta, come l’abbinamento di sonniferi a sostanze eccitanti, tra cui anche l’alcol, sia in realtà oggi assolutamente comune tra i ciclisti. Un mondo che a sentire questi racconti sembra tutt’altro che fuori dal tunnel. E che apre nuovi scenari inquietanti, per certi versi – pensando soprattutto alla salute dei corridori – persino peggiori del doping. Se l’EPO lo prendevi per correre più veloce, i sonniferi e la coca li assumi per reggere lo stress, la pressione, l’inferno delle corse.
Trasformare il proprio lavoro in una miscela esplosiva che richiede un cocktail di sostanze opposte che agiscono sul cervello, non è esattamente il modo migliore per onorare un mezzo così bello e in grado di dare serenità come la bicicletta.
Significa cioè una cosa sola, trasformare il paradiso in inferno.

Il coraggio e il cortocircuito.
Due le cose che personalmente, da appassionato, più mi hanno colpito della dolorosa vicenda di Luca.
La prima, doverosa, il suo coraggio, quello di un ciclista. Aprirsi pubblicamente così come ha fatto Paolini, ammettere la propria dipendenza e dunque il profondo malessere, non è cosa da tutti. “Avevo bisogno di riposo per soddisfare gli sforzi del giorno successivo, ma questi farmaci creano una dannata dipendenza” e poco più avanti, a proposito dell’uso di cocaina: “La notte si perde lucidità, ero da solo ed è successo quasi senza rendermene conto”. Ammissioni umane, che forse, se ascoltate e adeguatamente supportate, potrebbero aiutare il ciclismo. Uscendo dall’oscurità.
In secondo luogo, mi ha sorpreso – e non poco – l’abbinamento sonniferi dunque cocaina. Un percorso cioè inverso a quello classico. È infatti noto ad ogni medico psichiatra come subito dopo l’effetto eccitante, subentri nel cocainomane un momento di “down” molto forte. Con sfondi depressivi anche acuti. Una fase cioè in cui la persona fatica a ritrovare lucidità, forze, voglia di fare le cose. Per quanto stanchi dopo l’ubriacatura di onnipotenza non si riesce a riposare e a calmarsi. L’unico modo per riuscirvi diventa, inevitabilmente, il sonnifero. Un dramma.
Ma Paolini ha invece intrapreso il percorso esattamente opposto: ho bisogno di riposarmi, dunque prendo i sonniferi, però poi devo correre e allora ho bisogno di svegliarmi, dunque prendo coca.
In entrambe i casi, una doppia inquietante dipendenza.
Impressionanti, a questo proposito, le parole del professor Besnati sulle abitudini del ciclista: “Aveva una macchina da caffè e prendeva cinque o sei tazze prima di scendere a fare colazione, circa 200mg di caffeina. Era necessario per combattere gli effetti dei sonniferi. Ma poi si deve aumentare la dose ed è come un cane che si morde la coda”.

Soltanto una bici ci può salvare.
Stando alle dichiarazioni del medico della Katyusha, Paolini non era il solo. La pratica sarebbe all’ordine del giorno tra i pro (e a questo punto è lecito chiedersi cosa avvenga negli altri sport). Un mix capace di mandare in frantumi la normale percezione delle cose e il piano di realtàà di un individuo, con conseguenze tutte da valutare: sceso dalla bici, finita la carriera, come farà? Continuerà? Riuscirà a fare a meno di questa “routine”? (ancora una volta, peggio del doping).
Tutto ciò apre interrogativi inquietanti sulla situazione attuale in cui vivono i ciclisti professionisti. Forse troppa pressione, forse troppe gare, forse aspettative di performance costantemente al rialzo. Ma, soprattutto, una cosa, mancanza di felicità e di serenità. Che sono esattamente le componenti essenziali che la bicicletta sa regalare. La scintilla che tanto tempo fa deve averli fatti montare in sella. E che oggi pare abbiano dimenticato.
Quelle componenti la cui assenza è poi alla base dell’odio atavico che molti pro nutrono per questo sport una volta che hanno smesso. Quasi una repulsione. Argomento già trattato ampiamente qui.
Soltanto chi riesce a mantenere questa dimensione ludica, felice della bicicletta, in altre parole chi sa pedalare anche fuori dalle gare, continuerà a pedalare. Soltanto chi recupererà il senso del gioco che lo aveva catturato all’inizio, continuerà ad amarla e a considerarla uno strumento di libertà ed emancipazione. Anche dai problemi della vita.
L’augurio è che Paolini possa fare proprio questo viaggio di ritorno. Proprio per il coraggio che ha dimostrato, però, io credo sia già sulla strada giusta. Anzi, magari già a metà. Che di pedalare nell’oscurità dopo un po’ ci si stufa. Forza, Luca.

(photo credits: Instagram @jeredgruber)