Il mio nome è Davide. E faccio ancora il bambino.


Un giorno, gli amici di Bicilive, portale per il quale scrivo, mi hanno chiesto se volevo fare un’intervista a Davide Cassani.
Ho accettato subito.
L’ho fatto fondamentalmente per due motivi: il primo è che avevo appena partecipato assieme a lui, come ospite, alla serata Ciclismi Possibili.
Il secondo è che Davide è da tempo, da quando forse ho scoperto questo sport, uno dei miei altarini sacri. I sui mitici DVD su “Le Grandi salite del ciclismo” – in particolare quello sul Mortirolo “che spiana al monumento di Pantani” – sono come il latte per un bimbo.
Tutti ne abbiamo bevuto.
Davide credo stia oggi al ciclismo come Gianluca Vialli al calcio.
Dopo l’esperienza da professionista ha saputo, cioè, reinventarsi un altro mestiere, rimanendo sempre credibile, cosa affatto scontata. L’ha fatto, forse all’inverso di Vialli, prima come telecronista e poi come Commissario Tecnico, ma fa poca differenza.
Entrambi hanno saputo percorrere una unga cavalcata a pedifiato all’interno dello sport che amavano, senza mai annoiarsi. E, soprattutto, senza mai annoiare.
Entrambi hanno saputo rimanere bambini, all’interno del loro campo. Cioè guardare le cose con gli occhi ancora pieni di stupore e di meraviglia.
È da qui che nasce la sottile arte di sapere come raccontare agli altri e farli appassionare.
Un meccanismo semplice, quello di restare bambini, eppure difficilissimo da mettere in pratica. Quasi nessuno ci riesce ancora.
Davide è un “rimasto bambino”. Ce ne sono pochi.
Una specie rara, diciamo, che però è immediatamente riconoscibile se avrete l’occasione di incontrarne un esemplare. Scambiateci quattro chiacchiere e subito verrete catapultati in un altro mondo. E gli occhi brilleranno anche a voi.
Lo “Shining” lo chiamano. Già, la “luccicanza” per la bicicletta. Quello strano ardore che solo alcune persone hanno.
Da ciclista, il buon Cassani da Faenza era un onesto gregario, ha vinto qualche tappa, ha partecipato – mi dirà – a una Giro delle Fiandre di cui non ricorda un chilometro e che ha dovuto rifare poi da amatore per amare e apprezzare fino in fondo. Poco di più.
Ma è dopo che ha dato il meglio di sé: quando ha scoperto, che oltre che a saper pedalare, era anche capace di narrare. Con semplicità, efficacia, capacità di stupire.
Le domande che gli faccio sono solo scuse, presto mi accorgo che non saranno mai abbastanza.
Potrebbe andare avanti ad libitum a raccontarmi di Magni, Gimondi, unico suo grande idolo, delle sue prime corse da dilettante, delle gambe di Nibali e dei demoni di Pantani, del Vigorelli e del futuro dei velodromi. Un’ode sperticata d’amore per il suo sport.
Gli chiedo del suo mestiere di CT, della sua vita e di come ancora oggi, appena può, inforchi una bici e corra a ritrovare il bambino che è in lui. Esattamente come facciamo noi amatori. Né più né meno.
Mi dice che niente è più bello che sentire l’aria in faccia, tra i campi di grano, tornare a casa con le gote rosse e magari qualche schizzo di fango.
Ed è proprio lì che mi accorgo che sta il suo bello.
Di tutto questo e di altro ancora si parla nell’intervista lassopra.
Un’intervista a David,e che scelse di restare bambino.