Lettera aperta al Mortirolo.

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Se c’è una salita e, dunque, una fatica che manca nel mio libro, pur avendola fatta, questa comincia da Mazzo di Valtellina.
Già, com’è che non hai scritto del Mortirolo? Hai parlato del Gavia, hai parlato dello Stelvio, del Galibier, dell’Alpe d’Huez, del Timmelsjoch, di Pantani…
e del Mortirolo? Niente?
No, niente.
È il capitolo che manca. Non l’ho ancora scritto. Mi sono dimenticato.
E siccome due settimane fa sono andato a fargli visita una seconda volta, mi sono detto: adesso devo capire perché ti ho “saltato”.
Caro Mortirolo, forse sarà per il tuo inizio non crudele, solo 12%, che illude, fa pensare: forse non sei così cattivo come ti dipingono, forse sei solo un incompreso del dislivello. Loro, i grandi classici, il Gavia (che avevo fatto pochi chilometri prima, anche lui per la seconda volta) e lui lo Stelvio ti snobbano. Chi è sto Mortirolo, cosa vuole? Nemmeno c’era nel ciclismo trent’anni fa. Coppi che vuoi che ne sapesse del Mortirolo. Niente.
E allora il Mortirolo non esiste.
E allora non sei esistito nemmeno per me.
O forse, caro Mortirolo, sarà perché poi, dal chilometro 3,5, invece mi fai gli onori di casa e tiri fuori davvero chi sei. I tuoi denti affilati arrivano nel bel mezzo di un boschetto, all’ombra delle betulle in fiore. E proustianamente mi ricordi come soffrivo da bambino nelle camminate in salita con mamma e papà.
O forse, spettabilissimo mastodonte della sofferenza che altro non sei, è colpa delle tue spire che i DVD di Cassani e Boglia mi avevano illuso finissero in prossimità del monumento al mio eroe, Marco da Cesenatico.
Invece queste maledette proseguivano, di tornante in tornante.
Già i tuoi tornanti. Sarà allora per colpa loro.
Son tornanti, i tuoi, che tornano nel senso letterale del termine. Per un attimo ti lascian iulludere, coprendoti la vista all’orrore della rampa successiva, che tutto finisca lì. E invece no, ti giri: e torni come prima. Peggio di prima. Oppure è colpa della tua dannata chiesetta, che per la seconda volta non sono riuscito proprio a vedere. Dove diavolo è? Dov’è che l’hai messa? Te la sei tenuta nascosta facendomi piegare la testa sull’asfalto e mai alzare gli occhi.
Un’ora e ventidue di apnea in attesa che finissi. E quando sei finito, ecco che per la seconda volta, ti avevo dimenticato. Porca miseria.
Insomma, ti chiedo scusa se non l’hai capito, caro Mortirolo, ma proprio non riesco a trovarla la ragione precisa per  il tuo capitolo mancante. Vorrà dire che dovrò scrivere un altro libro.
Il “Ma chi te lo fa fare di tutti i Ma chi te lo fa fare” s’intitolerà. E, giuro, parlerò solo di te.
Con affetto,

tuo ciclistapericoloso