Fughe.

A volte si scappa un po'.

Perché a volte si scappa un po’.

Sì, scusate. Non scrivo. Sono scappato un attimo.
O, meglio, non scrivo da un po’. Twitto, chatto, commento. Ma, porcaccia la miseriaccia, non scrivo.
Già, perchè scrivere è per me un’attività liberatoria. Lisergica. Adrenalinica.
Come pedalare.
Me l’ha insegnato una volta, tanti anni fa, un signore con i baffi. Di nome faceva Emanuele. Di cognome Pirella.
Mi mise in mano la sua cassetta degli attrezzi e mi disse: qui sei in bottega, sporcati le mani, dimostrami che sai fare.
Non so se gliel’ho dimostrato. So che però mi leggeva, di nascosto, ma mi leggeva.
Memore di una bellissima tappa del Giro, con arrivo in vetta al Monte Zoncolan.
Invece che lavorare, passammo il pomeriggio, come due bimbi con le mani nella marmellata, incollati al televisore a vedere i piccoli omini arrampicarsi sui tornanti scoperti, in un’impressionante curva del Maracanà in pieno Friuli.
Dopo tornai a scrivere. Forse anche lui: teneva un diario.
Bene.
Chi ti insegna il piacere di scrivere dovrebbero poi – sono indeciso – farlo santo o ammanettarlo.
Scrivere è qualcosa che fa bene alla salute, come la bici. Certo. Ma scrivere è anche, e soprattutto, una maledizione.
Sì, avete capito bene: una maledizione.
Scrivere richiede tempo, fatica e predisposizione alla solitudine. Come la bici. Un’altra maledizione.
Una volta che ci cadi dentro da piccolo, non ne esci certo da grande.
Quando non puoi scrivere, soffri. Quando non puoi pedalare, stai anche peggio. Come ora: inverno conclamato, manto nevoso persistente persino in pianura, brina, galaverna e chi più ne ha più ne metta.
E così va che queste due attività a me care, scrivere e pedalare, ma che dico così care, così maledettamente necessarie e irrinunciabili: ecco, queste due brutte e insane abitudini, va che proprio in questo periodo, vadano a ramengo. Stentano. Si assentano. Latitano. Si ammutinano.
Essì che, amici miei dalla pedivella facile (che poi è come una penna), di cose da raccontarvi ne avrei a bizzeffe. Mica cinque o sei.
Tonnellate.
Ma, vedete, il tempo a disposizione non è dalla mia. Così come quello atmosferico. Niente pedalate, niente elucubrazioni lisergiche sulla tastiera.
Risultato? Incubi notturni su entrambe i fronti.
E così capita che la notte mi appaia in sogno Monsieur Anquetil sui tornanti dello Stelvio che sbuffa fumo nella bruma, come un cavaliere dell’apocalisse. Ha gli occhi iniettati di sangue.
Lo sguardo torvo: mi si fa incontro con un’alabarda spaziale. Mi vuole infilzare da parte a parte. E allora, io scappo. Vado in fuga. Dal taschino sulla schiena, mi sfuggono le penne. Già, ma io devo andare. Scappare. Proseguire e concretizzare la mia fuga. Devo tagliare il traguardo. Poi qualcuno mi raccoglierà le penne e me le renderà. Ne son certo.
Perdonatemi se vi tengo poca compagnia.
La neve si è ghiacciata sulla strada e un po’ anche sulla capocchia della mia stilografica. Fatico a fare strada. A dissipare la nebbia.
Datemi tempo, amici miei. Datemi tempo.
C’è un sogno che bussa alla porta e comincia a Laigueglia il 24 febbraio. Non assicuro niente a nessuno. Ma è un sogno Prestigioso.
Insomma, l’avete capito: torno presto. Niente fughe.