Campo lungo.

La birra, il Giau e altri incantesimi.

E se facessi il ciclista, mamma?
Già. Se facessi il ciclista.
Se facessi il ciclista non mi potrei gustare questa meravigliosa, e strameritata, birra davanti al Sasslongher, a due passi da Corvara. Non avrei quella luce negli occhi. Ma io ho bisogno di averla.
Non avrei quella consapevolezza di essere contento, per aver percorso 138 km e 4.190 metri di dislivello in 7 ore e 44 minuti. 5 minuti meno del 2011, 32 rispetto al 2010. E io ho bisogno di averla.
Non avrei i capelli scompigliati e l’orecchino. Avrei già le calze di lana e sarei sotto le coperte, come Ivan Basso, dopo la tappa. E io non ne ho bisogno.
Non avrei il piacere di brindare con il Pitone alla nostra quarta Maratona, ogni volta come fosse la prima. Anzi di più.
Non avrei infatti la consapevolezza che la Maratona è come il vino. Più invecchia, più migliora. La luce sul Giau, il Nuvolau visto per la prima volta, senza pensare già al Falzarego. la fatica fatta per conquistarlo: 10 km al 10%. Costante. Logorante. Tutti esposti al fottuto sole del west anche se siamo all’est, sotto 30°. Unico refrigerio: le due gallerie aperte. Due ombrelloni naturali, sulla spiaggia di Sharm el Giau.
I tornanti finali, allo scoperto sopra i duemila metri. Il cuore della Maratona è qui. Tra Selva di Cadore e il Lago di Misurina. Le scritte sull’asfalto, fresche di Giro d’Italia, la discesa tortuosa, ma su un manto di velluto appena rifatto, fanno il resto.
E la bellezza del sorgere del sole, mentre sali il Sella, sotto la roccia verticale del suo massiccio? La vogliamo mettere?
No che non la vogliamo mettere. Quale ciclista professionista la noterebbe?
L’hai fatta 5 volte questa strada. Ma no, se facessi il ciclista, non te la godresti. Non la vedresti.
Non sentiresti il rumore della roccia, che pare legno e nemmeno quello dell’acqua che pare burro.
Avete provato a chiedere domenica a Miguel Indurain com’è che ci ha messo quasi 6 ore a fare il percorso Lungo?  Vi avrebbe risposto: mamma, non dovevo fare il ciclista.
Facile: ha visto, lui, ex professionista, per la prima volta il Sella, il Nuvolau, e la roccia aspra “intra i sass” del Valparola. Là tra un  fortino militare del quindici-diciotto e una funivia che pare sospesa e tenuta su dalle stelle. Una pietraia che mette i brividi. E voi gli volete chiedere perché g’ha messo la bellezza di sei ore sei?
Già, se fai il ciclista, il Valparola nemmeno lo vedi. Non una parola sul Valparola. Se fai il ciclista.
Non ti accorgi di quanto è bello. Di dove sia arrivato l’uomo a mettere una strada. E non ti accorgi che mentre scendi, e ti aggiusti la mantellina, alla tua sinistra, c’è un lago. Silenzioso, leggermente increspato di un vento che fa bene alla salute. No, non l’avevo mai visto prima il laghetto lunare sul Valparola. Ma lui c’era. Oh, se c’era. Mi aspettava. Sapeva che c’avrei messo qualche anno a trovarlo.
No. Se facessi il ciclista, per il Valparola non spederei una parola.
Insomma, ecco perché non faccio il ciclista. Ed ecco perché a Corvara ci vado in bicicletta.
Forse perché la bici mi ha donato un segreto. Quello di farmi fare cose che altrimenti mi guarderei dal fare.
Beh, e poi un po’ di sano erotismo: sentire vento che sbatte sulla mantellina mentre scendi dalle “tue” montagne è un po’ come passare la mano sul seno voluttuoso di una donna. O fare il solletico alle spalle addormentate di un gigante. Stando attento a non farlo svegliare.
O forse – dimenticavo –  per soffrire mentre sali e sapere poi, una volta in cima, che sei arrivato in alto.
Che sei partito in basso. Che sopra nessuno sa la tua storia: eppure chiunque ci arriva ti guarda come se la sapesse.
Forse perché hai bisogno di farle queste cose qua. E basta.
Forse perché il profumo del legno tagliato come quello che respiri lì, sai che lo trovi solo lì.
Forse perché la dolomia al tramonto ti ricorda il Grand Canyon. Arancio, tendente al rosso. I posti, lo giuri, più belli del mondo.
Non sai, e non lo saprai mai. Fa poca differenza.
Tu quella birra te la vuoi prendere.

Dati Garmin

PS: ringrazio mia moglie per aver immortalato in una sola foto tutto questo sproloquio mio. C’è chi può.