Cese-nautico.

Una giornata con la testa tra le nuvole. E la Rain Jacket sulle spalle.

E dopo 3 anni di caldo africano, la Novecolli ci regalò l’acqua. E io nuotai solo per un po’. Causa una testa, la mia, in apnea permanente. le avvisaglie c’eran già state i giorni prima (terremoti inclusi). Ma state a sentire. Questa è la storia di un weekend a base di acqua, incertezze e decisioni sofferte. Prendete un trasloco sul groppone, un po’ di pioggia sul Barbotto, una testa altrove da settimane (per svariati motivi) e avrete un ciclista che opta (saggiamente o meno, dovete dirlo voi) per un percorso di 130 km anziché di 200. Questa la ricetta del mio weekend, soddisfacente a metà, in quel di Cesenatico. Una cosa è certa: quando la testa non è “sul pezzo”, qualsiasi siano i motivi, la gamba la segue. Riavvogliamo il nastro. Ore 4:11. Hotel Apollo di Valverde di Cesenatico. Il letto va in trance e comincia a dondolare. No, non sto facendo all’amore: mia moglie dorme saggia. No, non sto sognando. No, non sto ancora traslocando. No, non sono a Milano. Dio santo, allora cos’è questo moto perpetuo che dura da 20 secondi? Il terremoto. Violento, imrpovviso, diretto. E io non posso fare a meno che leggervi un segno premonitore. Qualcosa che mi avvisa: stai attento, non c’hai la testa stavolta. E la testa non ce l’ho mica davvero, io che, normalmente ai limiti dell’ossessione compulsiva, preparo e ripreparo l’abbigliamento in valiga (pronto a ogni evenienza) e invece questa volta ti dimentico  la maglia traforata e le maltodestrine. Che c’è, ciclistapericoloso, sei innamorato di un’altra granfondo? No. C’è che il periodo è di quelli tosti e anche i pericolosi diventano umani. Leggo così il segno premonitore come un avviso di chiamata. Posso ancora mettere giù e rispondere. Dopo un etto di pasta e grana e la consueta tensione, mentre di là albeggia, condivisa con i miei 4 compagni caffenerobollenti, mi appropinquo in sella alla belva verso il Porto Canale che tanto caro fu a Marco Pantani. Griglia rosa io e il Pitone, griglia gialla gli Shleck e il Bertozzi. Ci si ribecca al primo ristoro. Il lungo lo si fa assieme, come l’ano scorso. Lungo? quale lungo? La mia testa comincia a dare segni di cedimento. Ma tiene botta: c’è il sole, il cielo è sgombro in barba alle previsioni. 6:27 si parte. Secchi, a tuono, as always here. I primi 30 km a 38/h di media. Poi il Polenta, il primo dente di giornata. Niente imbuto, stavolta si va su tranquilli e beati. Si scende verso il Pieve di Rivoschio, ci si ricompatta, che il cielo s’è già fatto lattiginoso, indi grigio, indi, per bacco, dopo soli 48 km, attacca a piovigginare. Porco Izoard! Ebbene, le rotelle della testa cominciano a girare in senso contrario ai pignoni. E vanno a ritroso. Verso metà marzo, verso una caduta in discesa, sul brecciolino portato dall’inverno, del Colle Brianza. Le rotelle mi dicono che c’ho due figli e una moglie. Che le discese bagnate forse non sempre fan rima con discese fortunate. Mi tocco e proseguo. Ma mi tocco. Già, dubbioso e ingrigito, come il tempo, ma tengo botta. Perché, dovete sapere, amici miei, che la gamba c’è e gira eccome: il Pieve e il Ciola van via come l’acqua fresca di un torrente bevuta di primo mattino. Poi mentre mi dirigo verso Mercato Saraceno e il Barbotto, il quarto dente di giornata, di dente ne salta uno dalla catena. Come Pantani ad Oropa. Gli altri vanno. A me tocca scendere e rimettere le maglie sul cinquanta con le mani. L’avviso di chiamata si rifà vivo. E le rotelle riprendono a girare contrarie. Come l’acqua che riparte a cadere salendo questo Lissolo di Romanga che è il Barbotto: ormai anche questo davvero una bazzecola per me che ho fatto il Mortirolo tzé tzé. Allo scollinamento, l’acqua vien giù più convinta. Non ci sono dubbi: piove. Inutile girarci intorno. Utile infilarsi la Rapha Rain Jacket. Uno splendore vedere le goccioline formarsi sul nero dark side di questa meraviglia per ciclo-disturbati come il sottoscritto. Il Pitone, rainjaccchettato anche lui che è una meraviglia, mi passa in discesa e mi attende al varco del bivio “Medio/Lungo”. Sono 98 km fatti. E 112 da farsi ancora. Avviso i compagni. Non è giornata. A volte va così. A Pugliano tiro dritto e in un battibaleno tra scrosci d’acqua e nuvole, nel cielo e nella mia testa, guadagno rapido il lungo mare e il traguardo. 130 km e 1936 m di dislivello. Na bazzeccola. A volte si segue l’istinto. Altre la ragione. Mi raccomando: acqua in bocca.