Dopo il Traum, il Rêve.

Non c’è il due senza il Traum, ovvero non c’è un sogno senza il secondo.
Il secondo “Traum” nulla ha da invidiare al primo.
Porta il nome di un animale molto buffo. E ha in seno una storia lunga una vita.
Ascoltate, o fedeli, perché ci addentriamo in quell’area della memoria personale che sconfina con quella collettiva di questo dannatissimo sport, maledetto a lui, nel quale cascai tanti anni fa. Prima mentalmente, poi fisicamente.
Il secondo Traum parla francese. E si chiama dunque Rêve. “Sogno”, in francese.
Sogno o son desto? Proprio desto non sono, se, a 9 mesi dalla data, già prenoto un residence in cima all’Alpe d’Huez.
Ma mal comune, mezzo gaudio: a essere in traum siamo in 3. Manco a farlo apposta.
Io e i due fratelli Shleck. Chi se non loro, gli alfieri lussemburghesi da Cernusco sul Naviglio, potevano parlar pericolosamente il francese già ad ottobre?
Bene, il Rêve che parla francese, racconta una storia intrisa di Storia. Quella con la “S” maiuscola. E la pelle d’oca su tutte le sillabe.
Quella storia che ridesta la mia memoria involontaria.
Fatta di sensazioni, profumi, rumori, ricordi sopiti.
Il Rêve si quantifica in 174 Km e oltre 5000 m di dislivello. Partenza da Bourg-d’Oisans (717 m), arrivo a l’Alpe-d’Huez (1880 m). In mezzo il Col du Glandon (1918 m), Télégraphe (1570 m), Galibier (2642 m) e Lautaret (2057 m).
Niente balle: il Galbier è il mostro della gara. Il metro di paragone. Probabilmente, dicono, il più bel duemilametri del globo terracqueo.
Dopo Gavia, Stelvio, Mortirolo, la chiamata è troppo forte.
Diciamo che non posso chiedere ancora il rinvio per motivi di studio.
no, il Galbier, lo conosco a memoria. Non ho bisogno di studiarlo.
In cuor mio ho sempre saputo che prima o poi io ci sarei dovuto salire.
Non posso sottrarmi al richiamo di colui il quale mi marchiò a vita nel luglio del ’98. Sotto l’acqua torrenziale, portato su nello zaino da un ragazzo di Cesenatico con la testa lucida e le gambe funamboliche.
Non riesco e non voglio adesso, a più di 9 mesi di distanza, pensare a quel che potrebbe essere la mia prossima estate ciclistica, se no mi potrei anche spaventare.
C’è ancora tutto da vedere, organizzare, pensare.
Dunque, ora: piede a terra.
Ma, intanto, una prima tacca posso ufficialmente metterla.
E, in fondo, sognare duemilametri d’estate aiuta a vivere meglio in pianura d’inverno.
Mano all’agenda, sabato 7 luglio 2012, si corre sul Galibier.
Il secondo traum si chiama Rêve e si legge Marmotte.

(video: ça va sans dire, www.rapha.cc)