L’uomo con cui vorresti pedalare.

•febbraio 18, 2015 • Lascia un commento

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Dopo l’uomo con cui prendere un birra, l’uomo con cui vorresti pedalare.
Breve parentesi: introduco qui un nuovo progetto, una piccola galleria di caratteri del ciclismo. Una Hall of fame personale di altarini sacri, personaggi che, nel bene e nel male, mi han raccontato una storia. Kings of pain, eroi della sofferenza, storyteller di questo sport maledettettamente unico. Piccole schegge impazzite che, per merito o per demerito, hanno contribuito a farmi innamorare del grande carrozzone pedalante. Fino a farlo diventare, come si diceva, uno strumento personale di ricerca e di relazione con il mondo.
Esagero? Boh, non lo so. Vedremo. Intanto ecco a voi la mia Hall of fame delle endorfine. “Quelli che ma chi te lo fa fare?”
Ecco, si diceva, dopo il diavolo, l’acquasanta. Dopo Lance Armstrong, Bradley Wiggins. Oddio, acquasanta mica tanto.
Capiamo perché.
Vincitore del Tour de France 2012 e primo britannico a portare la maglia gialla sugli Champs Elysées, oro alle Olimpiadi di Londra, primo gradino nella cronometro ai Mondiali 2014. Di più, Bradley Wiggins è stato nominato niente popò di meno che baronetto da sua maestà la regina Elisabetta, oggi sfoggia un fisico asciutto da far paura, 71 chili per 190 cm, e ha in testa tanti progetti bellicosi per il futuro.
Fin qui tutto bene.
Ma queste sono bazzecole.
Già perché Bradley, Wiggo per gli amici, è un chitarrista rock che nasconde un passato da alcolista alla Joe Cocker. Un Mod militante fuori tempo massimo, uscito direttamente da Quadrophenia. Un amico intimo di Paul Weller, capace di sfoggiare come nessuno basette glamour rock e tatuaggi da front-man anni Settanta. Il colore dei capelli, perennemente spettinati per non dire spennacchiati da chi si è appena alzato e la barba un po’ incolta che ricordano Johnny Rotten prima maniera o Liam Gallagher ultima.
Non stiamo parlando di un ciclista come gli altri. Stiamo parlando in un personaggio bello dentro e bello fuori.
Bradley Wiggins si fa intervistare volentieri, parla amabilmente di musica, di cultura e dei suoi trascorsi alcolici, di depressione e di rinascita sulle due ruote. Uno sponsor vivente del nostro sport.
E poi è capace di raccontarti storie incredibili: tipo le pinte che si beveva in una sera al pub, ma anche le mattonelle di una Roubaix che lo ha stregato. Fino a diventare un’ossessione: è questo il grande obiettivo di Sir Brad per il 2015. Arrivare solo nel velodromo più agognato al mondo. Pare che subito dopo, infatti, divorzierà dal suo amato Team Sky.
Del resto le pietre scivolose della foresta di Arenberg lo avevano già visto protagonista un anno fa: uscì dalla selva con le basette meravigliosamente impataccate di fango e la polvere su quegli occhi che però da allora brillano di un azzurro più intenso.
Avevi visto la luce, Brad, vero? Avevi lo shining.
Chi te lo fa fare, Wiggo? Gli chiesero allora.
“Ho bisogno di darmi sempre nuove sfide, se no non vivo bene” rispose serafico.
Come non amarlo?
Lascerà il Team Sky, dicevo, ma che importa? Con quei mattacchioni di Rapha ha già messo in piedi il suo brand personale e il suo futuro team. Non solo un ciclista, un’icona, un modo di essere. Come dicono loro, gli Inglesi, qualcosa di “inspiring”. Diverso da tutti gli altri ciclisti. Capace di ridonare alla pedivella tutto il fascino che merita. Quell’aura fatta di storie maledette e affascinanti che da Merckx a Pantani, a Indurain, corre come un unico filo rosso cucito sulle maglie.
Come non voler pedalare con uno così?

L’uomo con cui prendere una birra.

•febbraio 12, 2015 • 1 commento

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Sì lo so, in molti di voi mai la prenderebbero una birra con Lance Armstrong.
E devo dire che prima di leggere la sua bellissima intervista su quella meravigliosa rivista che si chiama Rouleur, nemmeno io. Proprio l’ultimo dei miei pensieri.
Eppure, l’inviato di Rouleur mi ha convinto in poche pagine.
Come ha fatto?
Mi ha convinto portandomi dentro Lance Armstrong. O meglio portandomi dentro quel che resta di Lance Armstrong. Un uomo senza niente. O praticamente niente: dai 7 Tour agli sponsor, alla sua stessa fondazione Livestrong. Un uomo che deve convivere ogni giorno con la vergogna: a partire dalla tavola calda dove va a pranzare (e dove si svolge metà dell’intervista). La gente lo guarda, lo riconosce, prende si alza e se ne va schifata. Quasi ci fosse un noto serial killer o maniaco sessuale pluricondannato sotto lo stesso tetto.
Lance ci è abituato, scuote le spalle e va avanti a raccontare i suoi guai all’intervistatore come niente fosse. Ci beve sopra, ca va sans dire, una birra.
Gli dice che oggi non può nemmeno partecipare a un torneo di golf: è bandito dalle competizioni. Qualunque esse siano.
Gli dice che i suoi 7 tour sono scomparsi pesino da wikipedia: una lunga parentesi vuota nella storia del Tour de France. Come quella del 1915-18 e del 1939-1945. Prima guerra Mondiale, Seconda Guerra Mondiale, Terza Guerra Lance Armstrong. E aggiunge: se li togli a me, devi pur darli a qualcun altro, giusto? Se no è una presa in giro.
Parla a ruota libera, Lance, come uno che non ha più niente da perdere. Perché ha già perso tutto.
Dice che chi l’ha preceduto e chi l’ha seguito nelle condanne per doping, ora è chiaramente riabilitato, e gira senza quel peso di vergogna attorno con il quale lui deve invece convivere ogni giorno.
Colpa sua, mi direte. Sì, certo, è fuor di dubbio. Colpa maledettamente solo e soltanto sua.
Ma la colpa deve ammettere sempre una possibilità di riscatto, per tutti. Quella che a Lance, almeno dalle sue parole, sembra invece preclusa. Ma l’intervista, tra un allenamento con Tejay van Garderen (e Lance in vespa), e le faccende domestiche da sbrigare (lance ha 4 figli da 2 mogli diverse da gestire), va fino in fondo. Al nocciolo della questione.
Perché a Lance è tutto precluso, persino un fottuto torneo di golf locale?
Perché è americano.
E incarna alla perfezione, o, meglio, incarnava alla perfezione il mito americano. La terra promessa di Springsteen. Quell’ognuno ce la può fare che è nel DNA etico e morale di un intero paese. Piaccia o no.
E quando quel Paese si sente tradito, come nel caso di Clinton (che non a caso Lance cita esplicitamente), la vendetta sarà spietatata. E totale.
Terra bruciata e basta.
Cowboy che si alzano dalla tavola calda sperduta di Aspen – Colorado quando ti vedono lì a loro fianco, famiglie che cambiano programma se ti incrociano pedalare sulla loro strada.
Lance ne è talmente consapevole, che si stupisce dello stupore del giornalista.
Non solo, ma sembra quasi non capire perché lo intervistino: cosa c’è ancora da sapere di me? Sono un uomo nudo ormai, rovinato. Al grado zero.
Già, Lance, ma forse è proprio quello l’uomo che vogliono intervistare loro.
Quello con cui esci a prenderti una birra.

PS: per chi fosse interessato, l’intervista di Morten Okbo “Lance, The History Man” è stata pubblicata in 2 parti, nei numeri 51 e 52 di Rouleur Magazine.

Foto: Jakob Kristian Sørensen – Rouleur Magazine.

Nibali Propositi

•febbraio 5, 2015 • Lascia un commento

Shark Credevate di esservi liberati di me, eh? E invece, puff… eccomi qua. Riapparso all’improvviso. E, per giunta, più pimpante che mai. Uscito dal cilindro magico di un anno intenso, carico, pieno di cose nuove. Tranquilli, ve le racconto tutte. Avremo tempo Intanto, prima di tutto, vi devo delle scuse. So che in molti in questi mesi sarete passati di qua, in cerca di qualche nuovo post: racconti dalla Novecolli, dalla Maratona, dall’Ötztaler, l’avrà fatta o non l’avrà fatta. E invece niente. Avete trovato chiuso. Sbarrato, a doppia mandata. Non solo, magari avrete anche pensato: ecco, vuoi vedere questo qui ha scritto il libro e ha smesso di allenarsi. O, peggio ancora: si è montato la testa! Nulla di tutto questo. Mi alleno e ho in canna una stagione scoppiettante e, vi prometto, nei prossimi mesi questo posticino tornerà quel centro di gravità permanente che è sempre stato. E la testa, tranquilli, non me la monto. Non sono mai stato capace, con tutte le conseguenze del caso. Uscito il libro, diciamo però che avevo bisogno di prendermi un po’ di tempo per me. Giusto il necessario per riordinare le idee e, soprattutto, capire cosa volessi fare da grande con la bicicletta? Lasciare che restasse una passione? Trasformarla in un lavoro? Viverla alla giornata? Alla fine ho scelto l’ultima. O, meglio, ha scelto lei me. Come, del resto, accade sempre nella vita. Il fatto è che a un certo punto mi sono reso conto che pedalare per me non era più semplicemente una passione. Era diventato qualcosa di più importante. La risposta a un’urgenza. Una sorta di modo di essere, la ricerca di un equilibrio interiore. Uno stato mentale che mi influenzava anche quando non pedalavo. Come quelli che vanno in barca a vela: sono per mare anche quando sono per terra. Sentono il vento in faccia anche nella bonaccia di una sala riunioni. Non scendono mai, per davvero, da quella barca. Stessa cosa per me. Dovevo prima capire come andare avanti con la bici. Per questo ho taciuto un po’. Ora che ho capito, o almeno credo di averlo fatto, sono pronto a tornare da voi. Dove eravamo rimasti? Ah sì, a “Ma chi te lo fa fare?”. Beh, vi dò un po’ di numeri: a 10 mesi dalla sua uscita si assesta stabilmente 3° nella classifica dei Bestseller di Amzon sul ciclismo. Oltre a Moser, Tito Boeri e Giuseppe Saronni anche Vincenzo Nibali – a quanto pare – ci ha buttato un’occhiata sopra. Avessi saputo quel che avrebbe combinato di lì all’estate nella foresta di Arenberg, forse un capitolo avrei anche potuto aggiungerlo. Del resto, niente è perfetto.

Nel Paese delle Meraviglie.

•luglio 10, 2014 • Lascia un commento

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Solitamente non scrivo delle cose che mi segnalano.
Non è nel mio stile, nelle mie corde. Di base, parlo solo di ciò che mi colpisce, cioè che tocca me. In prima persona. Senza mezzi termini.
Eppure, questa volta devo fare un’eccezione.
Perché, appunto, mi ha colpito. E, temo, affondato.
Un amico mi ha messo questa pulce nell’orecchio.
“A te che piace la bici e che ami “scappare, guada un po’ qua”.
E io lì ho guardato. E ho sognato.
Trattasi di “ciclo-fuga” a cinque stelle nel cuore del mediterraneo.
Siamo in Sardegna, terra meravigliosa e ciclisticamente ancora tutta da scoprire.
Lontano dai clamori dei mesi estivi e dal traffico caotico delle vacanze.
Sto parlando di inizio ottobre infatti. C’avete presente inizio ottobre in Sardegna?
Ancora si fa il bagno, ma non si cuoce, c’è il sole, ma c’è anche l’aria fresca.
Voce del verbo “pedalare”.
Ecco ora immaginatevi un resort a 5 stelle, nel cuore della Costa Smeralda, pronto a raccogliervi dalle fatiche della giornata a suon di coccole.
Quello che normalmente non avete mai visto nelle vostre domeniche infernali: il rientro al volo dalla granfondo, la moglie imbufalita, i bimbi urlanti, la riunione del giorno dopo da preparare e l’acido lattico che balla il tango.
Ecco dimenticate tutto.
E accomodatevi davanti a una palma con un coktail in mano, ancora con i pantaloncini indosso e il caschetto in mano.
Davanti a un tramonto perfetto, di quelli da film. A due passi dal Billionaire. Da non crederci. O, forse, da riderci sopra.
E poi a sera, dopo il riposo del guerriero, un briefing sulla tappa del giorno dopo con tanto di esperto alimentarista e biomeccanico a voi dedicati.
Infine, aggiungete degli ex professionisti come guide, al vostro fianco ogni giorno.
Chi ha avuto la fortuna di pedalare con dei professionisti (io l’ho avuta) sa di cosa parlo.
Consigli tecnici precisi, piacere del racconto e un po’ di sano auto-ridimensionamento. Ma, soprattutto, la certezza che una passione vale mille volte più di un lavoro, saranno loro i primi a dirvi: godetevela. Senza esasperazioni, e a farvi apprezzare ogni curva, ogni piega ogni lembo di sole o scorcio di panorama.
Ora mettete tutto questo in Sardegna fuoristagione e capite bene perché mi piacerebbe davvero tanto andare qui.
Ecco quelli di Alessandro Rosso Group hanno organizzato tutto ciò.
E, lo sappiano: l’hanno combinata grossa.
A inizio ottobre, avrò le fatiche del Mortirolo e Timmesljoch (vero obiettivo di stagione) da smaltire.
Non potrei chiedere di più.
Dai mamma, mi regali 4 giorni nel paese delle meraviglie?

Lettera aperta al Mortirolo.

•luglio 7, 2014 • Lascia un commento

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Se c’è una salita e, dunque, una fatica che manca nel mio libro, pur avendola fatta, questa comincia da Mazzo di Valtellina.
Già, com’è che non hai scritto del Mortirolo? Hai parlato del Gavia, hai parlato dello Stelvio, del Galibier, dell’Alpe d’Huez, del Timmelsjoch, di Pantani…
e del Mortirolo? Niente?
No, niente.
È il capitolo che manca. Non l’ho ancora scritto. Mi sono dimenticato.
E siccome due settimane fa sono andato a fargli visita una seconda volta, mi sono detto: adesso devo capire perché ti ho “saltato”.
Caro Mortirolo, forse sarà per il tuo inizio non crudele, solo 12%, che illude, fa pensare: forse non sei così cattivo come ti dipingono, forse sei solo un incompreso del dislivello. Loro, i grandi classici, il Gavia (che avevo fatto pochi chilometri prima, anche lui per la seconda volta) e lui lo Stelvio ti snobbano. Chi è sto Mortirolo, cosa vuole? Nemmeno c’era nel ciclismo trent’anni fa. Coppi che vuoi che ne sapesse del Mortirolo. Niente.
E allora il Mortirolo non esiste.
E allora non sei esistito nemmeno per me.
O forse, caro Mortirolo, sarà perché poi, dal chilometro 3,5, invece mi fai gli onori di casa e tiri fuori davvero chi sei. I tuoi denti affilati arrivano nel bel mezzo di un boschetto, all’ombra delle betulle in fiore. E proustianamente mi ricordi come soffrivo da bambino nelle camminate in salita con mamma e papà.
O forse, spettabilissimo mastodonte della sofferenza che altro non sei, è colpa delle tue spire che i DVD di Cassani e Boglia mi avevano illuso finissero in prossimità del monumento al mio eroe, Marco da Cesenatico.
Invece queste maledette proseguivano, di tornante in tornante.
Già i tuoi tornanti. Sarà allora per colpa loro.
Son tornanti, i tuoi, che tornano nel senso letterale del termine. Per un attimo ti lascian iulludere, coprendoti la vista all’orrore della rampa successiva, che tutto finisca lì. E invece no, ti giri: e torni come prima. Peggio di prima. Oppure è colpa della tua dannata chiesetta, che per la seconda volta non sono riuscito proprio a vedere. Dove diavolo è? Dov’è che l’hai messa? Te la sei tenuta nascosta facendomi piegare la testa sull’asfalto e mai alzare gli occhi.
Un’ora e ventidue di apnea in attesa che finissi. E quando sei finito, ecco che per la seconda volta, ti avevo dimenticato. Porca miseria.
Insomma, ti chiedo scusa se non l’hai capito, caro Mortirolo, ma proprio non riesco a trovarla la ragione precisa per  il tuo capitolo mancante. Vorrà dire che dovrò scrivere un altro libro.
Il “Ma chi te lo fa fare di tutti i Ma chi te lo fa fare” s’intitolerà. E, giuro, parlerò solo di te.
Con affetto,

tuo ciclistapericoloso

 

 

Fuel for Life.

•aprile 27, 2014 • Lascia un commento

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Bene, ho fatto il pieno.
Ora posso tornare a scrivere.
Questo post nasce dall’idea, in colpevole ritardo, di dire un po’ di grazie.
Grazie innanzitutto a tutti quelli che sono venuti mercoledì 16 aprile da Upcycle alla presentazione di “Ma chi te lo fa fare?“. Curioso: fatico ancora a pronunciare il titolo del mio libro. E vi faccio una confidenza: il titolo lo proposi io quasi un anno fa all’editore, come spunto. Come work in progress. Se ne innamorarono perdutamente. A tal punto che a opera conclusa, quando a me non convinceva più, non han voluto sentire ragioni. “Come, cambiarlo? Ma sta scherzando? Si fidi: è perfetto, non deve aggiungere altro.
Perché voi ciclisti siete matti. Siete quella domanda lì vivente”.
Mi sono fidato. E devo ammettere che funziona.
Risponde in pieno ai miei perché. E in fondo se ho scritto per anni su questo blog e poi un libro è proprio perché dovevo rispondere a una serie di perché.
Perché, vedete, si scrive e si pedala per un’urgenza interiore. Stessa cosa.
Ma torniamo ai grazie.
Grazie, dicevo, a tutti coloro che sono venuti il 16 aprile. Ma grazie anche a coloro che non sono venuti e che però mi hanno scritto. E grazie anche a coloro che non hanno trovato il libro: colpa mia. Ne ho fatti arrivare troppo pochi. È andato letteralmente a ruba. Non l’avrei, davvero, mai detto.
Grazie poi ad Upcycle, il Bike Café Restaurant di cui sono orgogliosamente socio: abbiamo fatto un figurone con la ruota lenticolare (ora autografata) di Moser, gli hamburger e la mitica 4 luppoli.
Grazie a Stefano Rodi di Sette: ormai amico, non ci resta che pedalare assieme. Come naturale conclusione di mille telefonate e scambi di mail.
Grazie a Francesco e Moreno Moser: una famiglia caduta nel pedale dalla nascita. Come Obelix nella pozione magica.
Ora lo posso dire, Francé: io ero saronniano. Ma tu mi hai fatto capire che la vera ammirazione è quella che si ha per gli avversari più forti.
Grazie a Tito Boeri: se l’economia va in bicicletta, direi che abbiamo fatto bingo.
Grazie, questo speciale, a Emanuele Pirella, l’unico “capo” che ho mai avuto: senza di te, non avrei scritto una parola. E la tua scomparsa, ne sono sempre più convinto, è solo una stupida burla che c’hai fatto.
Grazie, anche questo speciale, a chi mi sta scrivendo in privato, fenomeno che mi stupisce ogni giorno di più. Sconosciuti che mi dicono che il mio libro li emoziona, che tira fuori quello che hanno dentro quando pedalano. Come se là dietro ci fosse tutto un mondo nascosto di gente che in qualche modo doveva dirlo. Non aspettava altro. Aveva bisogno di urlarlo al mondo intero.
Non ci scocciate più con questa domanda: ecco perché lo facciamo.
Grazie. Davvero. Non potevo ricevere compenso migliore.
Grazie ai Manetta che sono sempre stati letteratura senza sapere di ancora esserlo.
Grazie a Marco Saligari, che mi ha raccontato la storia di una banana più saporita delle altre e che mi ha fatto capire cosa vuol dire essere eroi.
Grazie a Pino Roncucci che mi ha ascoltato e “smontato” con pazienza: Marco, quello vero, lo conosce davvero solo lui. Fragile un cazzo.
Grazie ad Antonio Colombo, per aver fatto biciclette che sono pezzi di rock n’ roll. Senza Cinelli, molto di questo libro non ci sarebbe.
Grazie poi a tutti quelli con cui pedalo ogni giorno: non c’è un’uscita che non sia degna di racconto. Torniamo sempre lì, scrivere è pedalare. E viceversa.
Grazie alla musica: fonte inestinguibile di ispirazione in questi mesi. Ogni capitolo è stato scritto sotto l’effetto sonoro lisergico di una canzone diversa.
Grazie a Fabbri e Rizzoli per aver accettato e pubblicato di buon grado le mie elucubrazioni a pedali.
Insomma, grazie a tutti. La vera benzina per l’anima siete stati voi.
Bene, ora, cari avvocato, gelataio, ingegnere informatico, ingegnere elettronico, autista e ortolano, veniamo alle cose serie: programmi per domenica?

Photo Credit: Kevin Dooley

 

 

Ci vediamo lì.

•aprile 11, 2014 • 1 commento

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Bene, ci siamo. Libro uscito, presentazione ufficiale con tanto di FRANCESCO MOSER e TITO BOERI, in rampa di lancio.
Come mi sento?
Come l’acqua minerale.
Gasato, ma molto agitato.
Evitate di scuotermi prima dell’uso.
Due parole sulla presentazione: no, non sarò in mutande. No non mi spoglierò per mostrare i miei glabri polpacci.
Si svolgerà a Milano, in un luogo a me molto caro: UPCYCLE BIKE CAFE’ Il Bike Café Restaurant di cui sono socio. Un luogo nuovo, diverso, dove la bici è ovviamente protagonista.
Per l’occasione Moser e Boeri, responsabile scientifico del Festival dell’Economia di Trento, intrdodurranno Pedala con Francesco Moser, una pedalata cicloturistica di 60 km che si terrà a Trento il 1 giugno 2014, nei giorni del Festival.
Inutile dire che per me sarà un’emozione oltre che un onore sedermi tra cotanti individui.
Di Moser ho parlato molto nel libro: assieme a Saronni erano il mio Milan-Inter parallelo di quando ero bimbo. Due nomi così familiari da essere diventati una parola sola. Ho dedicato un capitolo intero, il nono (se non ci siete ancora arrivati, allora non leggete l’anticipazione qui sotto), ai due. Ve ne lascio un pezzo. Magari poi continuiamo a parlarne mercoledì. Ci vediamo lì.

(…) Moser e Saronni. Due bandiere tricolori in grado di competere con i più grandi campioni stranieri di allora. Anche perché erano le uniche. L’Italia si lasciava accendere con orgoglio da questa rivalità, quasi un duello, una sfida dal sapore antico e dimenticato. In sostanza, era dai tempi di Coppi e Bartali che non si pronunciavano due nomi che viaggiavano attaccati quasi fossero una parola sola: “MoserSaronni” come “Coppi&Bartali”. Una volta Saronni ha dichiarato: “Senza Moser, la mia carriera non sarebbe stata la stessa, credo lo stesso valga per lui”.

Si dice abbiano poi litigato vita natural durante fino ai giorni nostri ma non so se crederci o meno. Leggenda vuole che i due non si sopportassero proprio, non solo sportivamente, ma anche per lo stile di vita. Moser più bartaliano e ruspante, Saronni più aristocratico, quasi snob, coppiano dentro. Trent’anni dopo, cioè oggi, pare abbiano fatto pace. Uno, Saronni, è direttore sportivo di una prestigiosa squadra di ciclismo italiana: la Lampre Merida. L’altro, Moser, coltiva vini, da buon trentino, nelle sue terre e nel frattempo tira il collo al nipote Moreno, neo professionista. Buoni buoni, zitti zitti. La pace l’hanno sicuramente fatta, se l’hanno fatta, davanti a un bicchiere di Sanzorz .

Quando però ancora correvano, i due lo facevano da acerrimi rivali, dandosi regolarmente il cambio nelle vittorie, anche alla Sei Giorni di Milano. Dal ’79 all’85, praticamente un anno l’uno un anno l’altro, salirono a turno sul gradino più alto del podio, proprio al Palazzetto dello Sport di via Teodosio. Era oggi giunto il giorno del mio battesimo.

Il nonno mi passa a prendere presto. Ha avuto i biglietti dopo una lunga coda sotto l’acqua e non vuole lasciarsi scappare l’occasione: il “sò neutt” (“suo nipote” in dialetto milanese) è tempo che venga “educato” al ciclismo. Quello vero, fatto di duelli epici.

 Al Palasport parcheggiamo senza problemi, tutto il piazzale che conteneva stadio di San Siro e Palazzone era un immenso parcheggio a cielo aperto. Nell’eldorado milanese dello sport messo a disposizione dei cittadini. Miracolo di una città da bere che voleva credersi New York.

Il colpo d’occhi all’interno è impressionante, di quelli che ti si fissano a lungo nella mente, un po’ come la prima volta allo stadio. Un enorme cerchio con un ovale, la pista per il ciclisti, al suo interno, illuminato come fosse un palcoscenico. I seggiolini sono pieni in ogni ordine di posto, altro spettacolo nello spettacolo. Il fotografo inglese Gerry Cranham, oggi ottuagenario, all’epoca fotografo specializzato nelle Sei Giorni, ha detto recentemente della sua prima volta in un velodromo: “La prima cosa che mi colpì fu l’odore. L’aria era un’incredibile mistura di fumo di sigari, patatine fritte e maionese, e poi l’atmosfera: sembrava di essere al circo”. Esatto, appena entrato, vengo avvolto da una zaffata incontenibile di pop corn e, soprattutto, mi aspetto acrobati e clown più che ciclisti in tutina aderente. Un circo equestre di varia umanità e un’atmosfera che da adulto avrei osato definire, credo, felliniana: mi pare ci fosse persino la banda e poi lei, la campanella, a bordo pista, pronta a suonare per l’ultimo sprint. (to be continued in libreria o su kindle)

 

 
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