Il mio nome è Davide. E faccio ancora il bambino.

•marzo 13, 2015 • Lascia un commento


Un giorno, gli amici di Bicilive, portale per il quale scrivo, mi hanno chiesto se volevo fare un’intervista a Davide Cassani.
Ho accettato subito.
L’ho fatto fondamentalmente per due motivi: il primo è che avevo appena partecipato assieme a lui, come ospite, alla serata Ciclismi Possibili.
Il secondo è che Davide è da tempo, da quando forse ho scoperto questo sport, uno dei miei altarini sacri. I sui mitici DVD su “Le Grandi salite del ciclismo” – in particolare quello sul Mortirolo “che spiana al monumento di Pantani” – sono come il latte per un bimbo.
Tutti ne abbiamo bevuto.
Davide credo stia oggi al ciclismo come Gianluca Vialli al calcio.
Dopo l’esperienza da professionista ha saputo, cioè, reinventarsi un altro mestiere, rimanendo sempre credibile, cosa affatto scontata. L’ha fatto, forse all’inverso di Vialli, prima come telecronista e poi come Commissario Tecnico, ma fa poca differenza.
Entrambi hanno saputo percorrere una unga cavalcata a pedifiato all’interno dello sport che amavano, senza mai annoiarsi. E, soprattutto, senza mai annoiare.
Entrambi hanno saputo rimanere bambini, all’interno del loro campo. Cioè guardare le cose con gli occhi ancora pieni di stupore e di meraviglia.
È da qui che nasce la sottile arte di sapere come raccontare agli altri e farli appassionare.
Un meccanismo semplice, quello di restare bambini, eppure difficilissimo da mettere in pratica. Quasi nessuno ci riesce ancora.
Davide è un “rimasto bambino”. Ce ne sono pochi.
Una specie rara, diciamo, che però è immediatamente riconoscibile se avrete l’occasione di incontrarne un esemplare. Scambiateci quattro chiacchiere e subito verrete catapultati in un altro mondo. E gli occhi brilleranno anche a voi.
Lo “Shining” lo chiamano. Già, la “luccicanza” per la bicicletta. Quello strano ardore che solo alcune persone hanno.
Da ciclista, il buon Cassani da Faenza era un onesto gregario, ha vinto qualche tappa, ha partecipato – mi dirà – a una Giro delle Fiandre di cui non ricorda un chilometro e che ha dovuto rifare poi da amatore per amare e apprezzare fino in fondo. Poco di più.
Ma è dopo che ha dato il meglio di sé: quando ha scoperto, che oltre che a saper pedalare, era anche capace di narrare. Con semplicità, efficacia, capacità di stupire.
Le domande che gli faccio sono solo scuse, presto mi accorgo che non saranno mai abbastanza.
Potrebbe andare avanti ad libitum a raccontarmi di Magni, Gimondi, unico suo grande idolo, delle sue prime corse da dilettante, delle gambe di Nibali e dei demoni di Pantani, del Vigorelli e del futuro dei velodromi. Un’ode sperticata d’amore per il suo sport.
Gli chiedo del suo mestiere di CT, della sua vita e di come ancora oggi, appena può, inforchi una bici e corra a ritrovare il bambino che è in lui. Esattamente come facciamo noi amatori. Né più né meno.
Mi dice che niente è più bello che sentire l’aria in faccia, tra i campi di grano, tornare a casa con le gote rosse e magari qualche schizzo di fango.
Ed è proprio lì che mi accorgo che sta il suo bello.
Di tutto questo e di altro ancora si parla nell’intervista lassopra.
Un’intervista a David,e che scelse di restare bambino.

 

 

L’uomo che non c’era.

•marzo 7, 2015 • Lascia un commento

 

Schermata 2015-03-07 a 23.01.05

Quanto saresti piaciuto a uno come Sartre.
Tu che non piacevi nemmeno ai francesi. Tu che non piacevi nemmeno a te stesso.
Tu che eri sempre altrove, anche quando eri presente, magari sul podio.
Quando attaccavi, lo facevi a modo tuo: così meravigliosamente senza strategia.
Tu che mettevi sempre gli occhiali davanti a tutto. Ti si appannavano in salita, te li dovevi pulire con i guantini, magari imprecando. Ti scivolavano sul naso in discesa, li rispingevi in su con un gesto nervoso della spalla. Il manubrio non si molla.
Eppure a loro non rinunciavi mai.
Quasi fossero un tratto distintivo: io non sono come gli altri ciclisti. Io sono il “Professore”.
Biondo, occhi azzurri, fisico dannatamente asciutto. Quanto basta per vincere.
Codino fuori tempo massimo (siamo nel pieno degli anni Ottanta) e infine, in testa, una improbabile fascetta alla Bion Borg.
Un tennista a pedali, un ciclista dall’anima dandy.
Hai giocato tutta la vita contro un avversario immaginario, professore. Qualunque esso fosse.
Avevi l’aria perennemente distante e forse lì, nel momento, non c’eri mai per davvero.
L’hai capito soprattutto quella volta a Parigi, a due arrondissement da dove eri nato. Tour de France ’89, tu e l’americano, Greg il tremendo.
Quella volta Lemond ti portò via un Tour che avevi già vinto, per soli 8 secondi. 8 secondi. Cosa sono 8 secondi?
A te che ne avevi 50 di vantaggio.
Bum. Volati via. In un amen. In una tragica crono finale.
La vittoria per distacco minore che sia mai stata registrata in una corsa a tappe. Un incubo. Una tragedia. Un evento per cui da solo si potrebbe scrivere un romanzo.
Quel giorno di luglio del 1989 non te lo toglierai più di dosso. La maglia gialla sporca d’asfalto – ti ci eri gettato esanime tagliato il traguardo – quella invece sì. Eppure tu anche dopo l’arrivo non la volevi lasciare a Greg che la reclamava a gran voce. Te la tenevi stretta sulle spalle. No, cosa è successo? Come dite, ho perso il Tour?! Impossibile.
8 fottuti secondi. Cosa sono?
Il tempo di bere un sorso d’acqua, una piega sbagliata, una traiettoria presa senza la solita, dovuta, precisione. Tutto ciò a un professore non si pedona.
Pluff! Il giallo sbiadisce in bianco.
Lemond ti avrà recuperato tutti i 50′ di vantaggio che avevi su di lui e te ne rifilerà altri 8′. Un minuto, poco meno, che pesa come un macigno.
Il Tour è suo. All’ultima tappa, nella tua città, sotto gli occhi increduli dei tuoi famigliari. Parigi, crudele Parigi.
Ecco per me il Professore, come lo chiamavano, con gli occhi stralunati resterà per sempre quello lì. Quello di quegli otto maledetti secondi.
Non li ha mai più recuperati, nemmeno nella vita.
Avevi vinto tanto: 2 Tour, 1 Giro, 2 Milano – Sanremo. Fino a quel tonfo sonoro parigino.
In un attimo, avevi sentito la gettatezza, la gratuità dell’esistenza. Come sopraffatto da una forza superiore.
Una forza che non era quella del tuo avversario diretto, non era la classe, indiscutibile, di Greg Lemond. No, era qualcosa di tremendamente più crudele, subdolo. E tu lo sapevi. Avevi visto quell’altrove che gli altri non vedevano. Hai sentito l’alito gelido del destino, quel “nessuno ti regala niente” che è insopportabile per qualunque campione.
Sei stato un grande, Laurent, uno di quelli che non sono solo dei ciclisti. Uno di quelli che “Ma chi te lo fa fare?” se lo portano dentro. Uno di quelli che vedevo di lontano, mentre giocavo con i soldatini in corridoio, e magicamente sentivo fraterni.
E così eri altrove anche quando, un giorno di primavera, dopo un controllo di routine, di quelli che dopo i cinquanta è normale fare, ti han detto che avevi un cancro.
Tre, quattro mesi di vita al massimo. Non di più.
Quattro mesi che vuoi che siano per uno che ha perso tutto per 8 secondi?
Però che vita, la tua, Laurent. Formidabile.
Che la terra continui a esserti lieve e che gli occhiali continuino ad appanartisi in salita.

#CICLISMIPOSSIBILI

•febbraio 27, 2015 • 1 commento

Schermata 2015-02-27 a 15.30.51

Possibile? No, dico che si possa pedalare in tutti questi modi?
E che modi.
C’è quello che va alla granfondo per arrivare nei primi 100. Quello che ci va solo per finirla, quello che ci vuole portare in vacanza la moglie e i figli. Poi ci sono quelli che amano inzaccherarsi al parco, Lambro o Montagnetta che sia, e sentirsi di nuovo bimbi a bordo delle loro specialissime ciclocross. Poi ci sono quelli che la bici è solo un viaggio in solitario, un modo per scoprire, vedere, annusare le cose. E allora via di borse e tenda. Magari su e giù per i Pireneni o le Alpi francesi.
Poi ci sono i dannati della notte, quelli tutto criterium. Schegge impazzite fuoriuscite dai restanti mondi, che si muovono come sufi tra i viadotti di una tangenziale e le rotonde di Garlasco.
Insomma se vuoi pedalare, non hai che da farlo. Il modo sceglilo tu.
Da tutto questo e altro ancora, nasce il senso della serata “CICLISMI POSSIBILI” cui mi hanno invitato a partecipare.
E io ne sono veramente onorato.
Già perché, oltre al sottoscritto, ci sarà Davide Cassani, CT della Nazionale Italiana di Ciclismo, nonché inconfondibile voce del ciclismo fino a un paio d’anni fa e personalissimo altarino sacro. Ciclista ancora oggi, per passione, e ubriaco d’amore ancora perso per il suo sport. Qualità rara in un ex pro, a quanto pare.
Ci sarà Davide, ma ci sarà anche Gianluca al secolo Santilli.
Ideatore magmatico della Granfondo di Roma, e pioniere forse di un nuovo ciclismo: da quest’anno, udite udite, la GF Roma cambia e di parecchio. Si snoderà in 3 percorsi diversi, aperti a qualunque tipo di ciclista.
Infine, Ercole Giammarco, presidente, fondatore e organizzatore di Cylo Pride a lui illustrarvi i dati della bike economy e le sue straordinarie opportunità futuribili. Ma anche quanto, ahimè, l’Italia sia indietro.
Parleremo di doping tra amatori, di granfondo e turismo, di come si organizza una granfondo e di quante cose ci stanno dietro e di come, oltre alle granfondo, ci siano altre cose. Come le cicloturistiche, le randonée, le notturne, gli Stelvio Bike e i Sella Ronda Bike Day. Faremo di tutta una bici un fascio, insomma. Non mancate.
Ah dimenticavo, Quando? Dove? Martedì 3 marzo, da Upcycle Bike Café, a Milano, in via Ampére 59, ore 19:30.
Chi non viene, lo aspettano 12 Valcave. Consecutive.

L’uomo con cui vorresti pedalare.

•febbraio 18, 2015 • Lascia un commento

bradley-wiggins-365612
Dopo l’uomo con cui prendere un birra, l’uomo con cui vorresti pedalare.
Breve parentesi: introduco qui un nuovo progetto, una piccola galleria di caratteri del ciclismo. Una Hall of fame personale di altarini sacri, personaggi che, nel bene e nel male, mi han raccontato una storia. Kings of pain, eroi della sofferenza, storyteller di questo sport maledettettamente unico. Piccole schegge impazzite che, per merito o per demerito, hanno contribuito a farmi innamorare del grande carrozzone pedalante. Fino a farlo diventare, come si diceva, uno strumento personale di ricerca e di relazione con il mondo.
Esagero? Boh, non lo so. Vedremo. Intanto ecco a voi la mia Hall of fame delle endorfine. “Quelli che ma chi te lo fa fare?”
Ecco, si diceva, dopo il diavolo, l’acquasanta. Dopo Lance Armstrong, Bradley Wiggins. Oddio, acquasanta mica tanto.
Capiamo perché.
Vincitore del Tour de France 2012 e primo britannico a portare la maglia gialla sugli Champs Elysées, oro alle Olimpiadi di Londra, primo gradino nella cronometro ai Mondiali 2014. Di più, Bradley Wiggins è stato nominato niente popò di meno che baronetto da sua maestà la regina Elisabetta, oggi sfoggia un fisico asciutto da far paura, 71 chili per 190 cm, e ha in testa tanti progetti bellicosi per il futuro.
Fin qui tutto bene.
Ma queste sono bazzecole.
Già perché Bradley, Wiggo per gli amici, è un chitarrista rock che nasconde un passato da alcolista alla Joe Cocker. Un Mod militante fuori tempo massimo, uscito direttamente da Quadrophenia. Un amico intimo di Paul Weller, capace di sfoggiare come nessuno basette glamour rock e tatuaggi da front-man anni Settanta. Il colore dei capelli, perennemente spettinati per non dire spennacchiati da chi si è appena alzato e la barba un po’ incolta che ricordano Johnny Rotten prima maniera o Liam Gallagher ultima.
Non stiamo parlando di un ciclista come gli altri. Stiamo parlando in un personaggio bello dentro e bello fuori.
Bradley Wiggins si fa intervistare volentieri, parla amabilmente di musica, di cultura e dei suoi trascorsi alcolici, di depressione e di rinascita sulle due ruote. Uno sponsor vivente del nostro sport.
E poi è capace di raccontarti storie incredibili: tipo le pinte che si beveva in una sera al pub, ma anche le mattonelle di una Roubaix che lo ha stregato. Fino a diventare un’ossessione: è questo il grande obiettivo di Sir Brad per il 2015. Arrivare solo nel velodromo più agognato al mondo. Pare che subito dopo, infatti, divorzierà dal suo amato Team Sky.
Del resto le pietre scivolose della foresta di Arenberg lo avevano già visto protagonista un anno fa: uscì dalla selva con le basette meravigliosamente impataccate di fango e la polvere su quegli occhi che però da allora brillano di un azzurro più intenso.
Avevi visto la luce, Brad, vero? Avevi lo shining.
Chi te lo fa fare, Wiggo? Gli chiesero allora.
“Ho bisogno di darmi sempre nuove sfide, se no non vivo bene” rispose serafico.
Come non amarlo?
Lascerà il Team Sky, dicevo, ma che importa? Con quei mattacchioni di Rapha ha già messo in piedi il suo brand personale e il suo futuro team. Non solo un ciclista, un’icona, un modo di essere. Come dicono loro, gli Inglesi, qualcosa di “inspiring”. Diverso da tutti gli altri ciclisti. Capace di ridonare alla pedivella tutto il fascino che merita. Quell’aura fatta di storie maledette e affascinanti che da Merckx a Pantani, a Indurain, corre come un unico filo rosso cucito sulle maglie.
Come non voler pedalare con uno così?

L’uomo con cui prendere una birra.

•febbraio 12, 2015 • 1 commento

lance-teaser_1060x710_1
Sì lo so, in molti di voi mai la prenderebbero una birra con Lance Armstrong.
E devo dire che prima di leggere la sua bellissima intervista su quella meravigliosa rivista che si chiama Rouleur, nemmeno io. Proprio l’ultimo dei miei pensieri.
Eppure, l’inviato di Rouleur mi ha convinto in poche pagine.
Come ha fatto?
Mi ha convinto portandomi dentro Lance Armstrong. O meglio portandomi dentro quel che resta di Lance Armstrong. Un uomo senza niente. O praticamente niente: dai 7 Tour agli sponsor, alla sua stessa fondazione Livestrong. Un uomo che deve convivere ogni giorno con la vergogna: a partire dalla tavola calda dove va a pranzare (e dove si svolge metà dell’intervista). La gente lo guarda, lo riconosce, prende si alza e se ne va schifata. Quasi ci fosse un noto serial killer o maniaco sessuale pluricondannato sotto lo stesso tetto.
Lance ci è abituato, scuote le spalle e va avanti a raccontare i suoi guai all’intervistatore come niente fosse. Ci beve sopra, ca va sans dire, una birra.
Gli dice che oggi non può nemmeno partecipare a un torneo di golf: è bandito dalle competizioni. Qualunque esse siano.
Gli dice che i suoi 7 tour sono scomparsi pesino da wikipedia: una lunga parentesi vuota nella storia del Tour de France. Come quella del 1915-18 e del 1939-1945. Prima guerra Mondiale, Seconda Guerra Mondiale, Terza Guerra Lance Armstrong. E aggiunge: se li togli a me, devi pur darli a qualcun altro, giusto? Se no è una presa in giro.
Parla a ruota libera, Lance, come uno che non ha più niente da perdere. Perché ha già perso tutto.
Dice che chi l’ha preceduto e chi l’ha seguito nelle condanne per doping, ora è chiaramente riabilitato, e gira senza quel peso di vergogna attorno con il quale lui deve invece convivere ogni giorno.
Colpa sua, mi direte. Sì, certo, è fuor di dubbio. Colpa maledettamente solo e soltanto sua.
Ma la colpa deve ammettere sempre una possibilità di riscatto, per tutti. Quella che a Lance, almeno dalle sue parole, sembra invece preclusa. Ma l’intervista, tra un allenamento con Tejay van Garderen (e Lance in vespa), e le faccende domestiche da sbrigare (lance ha 4 figli da 2 mogli diverse da gestire), va fino in fondo. Al nocciolo della questione.
Perché a Lance è tutto precluso, persino un fottuto torneo di golf locale?
Perché è americano.
E incarna alla perfezione, o, meglio, incarnava alla perfezione il mito americano. La terra promessa di Springsteen. Quell’ognuno ce la può fare che è nel DNA etico e morale di un intero paese. Piaccia o no.
E quando quel Paese si sente tradito, come nel caso di Clinton (che non a caso Lance cita esplicitamente), la vendetta sarà spietatata. E totale.
Terra bruciata e basta.
Cowboy che si alzano dalla tavola calda sperduta di Aspen – Colorado quando ti vedono lì a loro fianco, famiglie che cambiano programma se ti incrociano pedalare sulla loro strada.
Lance ne è talmente consapevole, che si stupisce dello stupore del giornalista.
Non solo, ma sembra quasi non capire perché lo intervistino: cosa c’è ancora da sapere di me? Sono un uomo nudo ormai, rovinato. Al grado zero.
Già, Lance, ma forse è proprio quello l’uomo che vogliono intervistare loro.
Quello con cui esci a prenderti una birra.

PS: per chi fosse interessato, l’intervista di Morten Okbo “Lance, The History Man” è stata pubblicata in 2 parti, nei numeri 51 e 52 di Rouleur Magazine.

Foto: Jakob Kristian Sørensen – Rouleur Magazine.

Nibali Propositi

•febbraio 5, 2015 • Lascia un commento

Shark Credevate di esservi liberati di me, eh? E invece, puff… eccomi qua. Riapparso all’improvviso. E, per giunta, più pimpante che mai. Uscito dal cilindro magico di un anno intenso, carico, pieno di cose nuove. Tranquilli, ve le racconto tutte. Avremo tempo Intanto, prima di tutto, vi devo delle scuse. So che in molti in questi mesi sarete passati di qua, in cerca di qualche nuovo post: racconti dalla Novecolli, dalla Maratona, dall’Ötztaler, l’avrà fatta o non l’avrà fatta. E invece niente. Avete trovato chiuso. Sbarrato, a doppia mandata. Non solo, magari avrete anche pensato: ecco, vuoi vedere questo qui ha scritto il libro e ha smesso di allenarsi. O, peggio ancora: si è montato la testa! Nulla di tutto questo. Mi alleno e ho in canna una stagione scoppiettante e, vi prometto, nei prossimi mesi questo posticino tornerà quel centro di gravità permanente che è sempre stato. E la testa, tranquilli, non me la monto. Non sono mai stato capace, con tutte le conseguenze del caso. Uscito il libro, diciamo però che avevo bisogno di prendermi un po’ di tempo per me. Giusto il necessario per riordinare le idee e, soprattutto, capire cosa volessi fare da grande con la bicicletta? Lasciare che restasse una passione? Trasformarla in un lavoro? Viverla alla giornata? Alla fine ho scelto l’ultima. O, meglio, ha scelto lei me. Come, del resto, accade sempre nella vita. Il fatto è che a un certo punto mi sono reso conto che pedalare per me non era più semplicemente una passione. Era diventato qualcosa di più importante. La risposta a un’urgenza. Una sorta di modo di essere, la ricerca di un equilibrio interiore. Uno stato mentale che mi influenzava anche quando non pedalavo. Come quelli che vanno in barca a vela: sono per mare anche quando sono per terra. Sentono il vento in faccia anche nella bonaccia di una sala riunioni. Non scendono mai, per davvero, da quella barca. Stessa cosa per me. Dovevo prima capire come andare avanti con la bici. Per questo ho taciuto un po’. Ora che ho capito, o almeno credo di averlo fatto, sono pronto a tornare da voi. Dove eravamo rimasti? Ah sì, a “Ma chi te lo fa fare?”. Beh, vi dò un po’ di numeri: a 10 mesi dalla sua uscita si assesta stabilmente 3° nella classifica dei Bestseller di Amzon sul ciclismo. Oltre a Moser, Tito Boeri e Giuseppe Saronni anche Vincenzo Nibali – a quanto pare – ci ha buttato un’occhiata sopra. Avessi saputo quel che avrebbe combinato di lì all’estate nella foresta di Arenberg, forse un capitolo avrei anche potuto aggiungerlo. Del resto, niente è perfetto.

Nel Paese delle Meraviglie.

•luglio 10, 2014 • Lascia un commento

in-bici-nel-sulcis-sardegna
Solitamente non scrivo delle cose che mi segnalano.
Non è nel mio stile, nelle mie corde. Di base, parlo solo di ciò che mi colpisce, cioè che tocca me. In prima persona. Senza mezzi termini.
Eppure, questa volta devo fare un’eccezione.
Perché, appunto, mi ha colpito. E, temo, affondato.
Un amico mi ha messo questa pulce nell’orecchio.
“A te che piace la bici e che ami “scappare, guada un po’ qua”.
E io lì ho guardato. E ho sognato.
Trattasi di “ciclo-fuga” a cinque stelle nel cuore del mediterraneo.
Siamo in Sardegna, terra meravigliosa e ciclisticamente ancora tutta da scoprire.
Lontano dai clamori dei mesi estivi e dal traffico caotico delle vacanze.
Sto parlando di inizio ottobre infatti. C’avete presente inizio ottobre in Sardegna?
Ancora si fa il bagno, ma non si cuoce, c’è il sole, ma c’è anche l’aria fresca.
Voce del verbo “pedalare”.
Ecco ora immaginatevi un resort a 5 stelle, nel cuore della Costa Smeralda, pronto a raccogliervi dalle fatiche della giornata a suon di coccole.
Quello che normalmente non avete mai visto nelle vostre domeniche infernali: il rientro al volo dalla granfondo, la moglie imbufalita, i bimbi urlanti, la riunione del giorno dopo da preparare e l’acido lattico che balla il tango.
Ecco dimenticate tutto.
E accomodatevi davanti a una palma con un coktail in mano, ancora con i pantaloncini indosso e il caschetto in mano.
Davanti a un tramonto perfetto, di quelli da film. A due passi dal Billionaire. Da non crederci. O, forse, da riderci sopra.
E poi a sera, dopo il riposo del guerriero, un briefing sulla tappa del giorno dopo con tanto di esperto alimentarista e biomeccanico a voi dedicati.
Infine, aggiungete degli ex professionisti come guide, al vostro fianco ogni giorno.
Chi ha avuto la fortuna di pedalare con dei professionisti (io l’ho avuta) sa di cosa parlo.
Consigli tecnici precisi, piacere del racconto e un po’ di sano auto-ridimensionamento. Ma, soprattutto, la certezza che una passione vale mille volte più di un lavoro, saranno loro i primi a dirvi: godetevela. Senza esasperazioni, e a farvi apprezzare ogni curva, ogni piega ogni lembo di sole o scorcio di panorama.
Ora mettete tutto questo in Sardegna fuoristagione e capite bene perché mi piacerebbe davvero tanto andare qui.
Ecco quelli di Alessandro Rosso Group hanno organizzato tutto ciò.
E, lo sappiano: l’hanno combinata grossa.
A inizio ottobre, avrò le fatiche del Mortirolo e Timmesljoch (vero obiettivo di stagione) da smaltire.
Non potrei chiedere di più.
Dai mamma, mi regali 4 giorni nel paese delle meraviglie?

 
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.908 follower