#LaGrandeBellezza Bike Tour – Story.

•maggio 22, 2015 • Lascia un commento

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Strepitoso raid in Umbria. Tre giorni consecutivi sui pedali. Circa 300 km e 5000 metri di dislivello. Un su e giù continuo, su strade clamorosamente belle, senza auto e immerse in una varietà di paesaggio davvero rara. L’Umbria si rivela una piccola Toscana incontaminata. Come doveva essere cioè la regione più battuta dal turismo mondiale prima di diventare tale: 30,40 anni fa? Troppi, una distanza siderale, improponibile. Ecco allora che l’Umbria è lì di fianco e, con i suoi ritmi gentili e selvaggi allo stesso tempo, diventa una più che valida alternativa. Ancora selvatica, zeppa di profumi intensi, dalla macchia mediterranea ai sentori tanninici del Sagrantino. Ricca di piccoli borghi medioevali abbarbicati su colli acuminati, capace di regalarti panorami d’altura degni delle Alpi. Ogni riferimento ai Monti Sibillini è puramente voluto. E veniamo a noi. Ecco i 3 percorsi affrontati.

DAY ONE: Torre del Colle – Spello – Monte Subasio – Assisi – Torre del Colle

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Partenza di buon’ora da Ostello Diffuso, dove abbiamo dormito coccolati come bimbi, dopo lauta mangiata, immersi nel silenzio di un piccolo borgo di 8 abitanti: Torre del Colle, a pochi chilometri dalla più animata Bevagna. Colazione ottima e abbondante a base di arance, fragole che ci sono gentilmente state fatte trovare da qualche gnomo o fatina che le ha lasciate notte tempo, marmellata fatta in casa, pane e cereali. Si parte: lungo sterrati e cicliabili, tra corsi d’acqua generosi, raggiungiamo Spello. Da cui si comincia a salire verso Collepino: piccolo paese medioevale (foto lassopra della fontana) cinto da mura. Dopo Collepino la salita si fa cattiva: punte al 16% per raggiungere la vetta del Monte Subasio, 1000 metri circa sul livello del mare. Prati verdi, una piccola chiesetta, quattro biscotti, due chiacchiere. Mantellina e lancia in resta si ridiscende tortuosi lungo la stessa strada fino a Collepino dove si piega stavolta a sinistra per agguantare Assissi dopo 20 km di boschi fitti e strade zitte zitte. La vista del capoluogo ci strega. Raggiungere Assisi, così, dall’alto, coglierla alla sprovvista, non ha prezzo. Attraversiamo tutto il centro, da capo a piedi, in discesa, fino alla Basilica, tra gli sguardi increduli dei turisti tedeschi: “che fanno questi cattivi ciclisti di Rapha vestiti?” Sosta per il pranzo presso l’Osteria del Mulino che sorge su antico edificio tutelato dal FAI, appena usciti da Assisi. Torta al testo con salumi locali e formaggio. Deliziosa. Una coca non guasta e si riparte sotto qualche goccia: direzione Ostello Diffuso. Casa. Docciati e rifocillati, visita guidata alla Tenuta Castelbuono della Famiglia Lunelli . “Un viaggio nel mondo dell’arte e del vino” c’è scritto all’ingresso dell’incredibile struttura architettonica: un enorme “Carapace” (da cui il nome), il guscio cioè della tartaruga, simbolo di lentezza, disegnato da Arnaldo Pomodoro e visibile anche a molti chilometri di distanza. Sagrantino e Rosso di Montefalco le nostre libagioni. Squisite. Una visita qui, in questo posto dove contemporaneo e natura si sposano alla perfezione è uno di quei momenti che ripagano di ogni fatica della giornata. Per tacere della vista.

KM: 86 DISLIVELLO: 1300 m. ca
DIFFICOLTA': media. (salita al Monte Subasio presenta pendenze impegnative, con lunghi tratti sopra il 10%)

DAY TWO: Triponzo – Passo di Gualdo – Castelluccio di Norcia – Norcia – Triponzo

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Ostello Diffuso. Dormita generosa. Come potrebbe essere diversamente? Non c’è un rumore nel raggio di 30 chilometri. Sveglia alle 6. Partenza in auto da Torre del Colle: in 5, 4 bici, in 1 auto. Miracolo del tetris. Dopo un’ora si raggiunge il buffo paese di Triponzio, ai piedi del bellissimo parco dei Monti Sibillini: vera meta della giornata. Rapida vestizione, fa freschino, 15 gradi, in quota saranno meno e oggi si sale a 1500 metri. Il meteo sembra non promettere nulla di buono. Nuvoloni neri cavalcano l’aere come bufali impazziti proprio sopra le nostre teste. Incuranti si parte, in leggera salita. Un faslopiano ci conduce lungo la val Nerina fino a Castelsantagnelo di Nera. Da qui ci attende l’ascesa più impegnativa della giornata: fino al passo di Gualdo. Sono circa 15 chilometri con pendenze anche dure, sopra il 10%. La strada spiana al passo e si apre su un paesaggio lunare di rara bellezza. Tra nuvole che salgono come vapore dalla terra e prati verdi, di un verde acceso. Sull sfondo scorgiamo al sagoma inconfondibile, da colossal hollywoodiano, di Castelluccio di Norcia: non per niente, scenario di numerosi film, “Lady Hawke” su tutti. Saliamo ancora qualche chilometro e lo raggiungiamo. Da qui si apre la stupenda Piana di Castelluccio: durante la tarda primavera (purtroppo non oggi) un’enorme distesa viola, azzurrina e bianca: sono i colori della “Fiorita”,  fenomeno di fioritura che colora il piano tra la fine di maggio e l’inizio di luglio. In questo periodo sbocciano papaveri, fiordalisi, margherite e, soprattutto, lenticchie. Mentre in inverno qui si raggiungono temperature polari: i -30 sono frequenti. Attraversiamo tutti i PIani di Castelluccio seguendo la strada che li taglia in due come un panetto di burro (vedere mia traccia strava per credere: linea dritta, perpendicolare). Poi, sotto un’improvvisa pioggia, per fortuna leggera, saliamo ancora fino all’uscita dalla piana, dall’altra parte. Lunga picchiata di 18 chilometri fino a Norcia. Pausa panino, nel centro del borgo, patria del tartufo. Si riparte per affrontare l’ultima asperità di giornata, meno impegnativa, ma altrettanto bella. Discesa finale verso Todiano, lungo il percorso ci fermiamo a vedere una singolare chiesa con doppio rosone e doppia entrata. Alle sue spalle la sagoma di un altro paesino icastonato tra le rocce. Gli ultimi chilometri sono di pura goduria in favore di vento, lungo la Val Nerina fino a Triponzio dove abbiamo lasciato le auto la mattina. Io e Stefano Rodi ci guardiamo in faccia e decidiamo  che it’s not enough, proseguiamo per altri 15 chilometri di dietro-motore. Una follia che ci costa cara, è durissima, ma ci fa ridere come due bambini, pieni fino al collo di endorfine. Alla sera, Ostello Diffuso offre massaggi a cura del mitico Fabrizo Trezzi (un mago del rilassamento): le sue tecniche di scuola orientale garantiscono un massaggio completo, mente e corpo. La sua esperienza, derivante da anni di ciclismo su pista, nazionale olimpionico a Seoul ’88 e Barcellona ’92, fanno di lui la persona ideale cui affidare i propri muscoli dopo una lunga uscita. Vi ripagherà con una distensione totale di ogni fibra. Segue aperitivo e soprattutto un cena gourmet da Serpillo. A base di piatti tipici, rivisitati però con tocco impertinente da chef contemporaneo, cullati dalla deliziosa ospiralità di Daniele e Giulia. Chi ci ammazza a noi?

KM: 110 DISLIVELLO: 2300 m. ca
DIFFICOLTA': medio-alta. (giro lunghetto con tanto dislivello e salite che non mollano, si sale molto in alto, 1500 metri, clima e temperatura cambiano in fretta)

DAY 3: Torre del Colle – Strada dei Monti Martani – Bastardo – Montefalco – Torre del Colle

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Ostello Diffuso, finalmente sveglia a orario decente con colazione ricca: reintegrare l’energie spese il giorno prima è fondamentale. Dopo un’ottima fetta di torta al cioccolato fatta in casa, si parte con tutta calma verso le 9 per quella che sarà l’ultima uscita del raid, quella di “scarico”. In realtà scarico vero non sarà, visto che in soli 50 km rimedieremo quasi 1000 metri di dislivello. Ma la strada è di quelle che ripagano di tutto: un bellissimo su e giù tra colli umbri, vigne e strade sterrate. Ho montato i cipertoncini da 25, Continental Grand Prix 4000, proprio pensando a questi sterrati: corti ma impegnativi. La giornata è finalmente calda e di sole pieno. Ci fermiamo per fare foto, giochiamo a Contador contro Aru su ogni GPM. Ridiamo e pensiamo a questa bellissima tre giorni di bici, sapendo che ormai il lavoro chiama. Abbiamo tutti uno strano sorriso sulle labbra, consapevoli della nostra marachella lontano da mogli e famiglie. Torneremo più carichi di prima, anche per loro. Passiamo per il surreale comune che porta il nome di “Bastardo”, poi raggiungiamo Montefalco, “ringhiera dell’Umbria”: per la sua strategica poszione a balcone sulla piana circostante. Discesa finale verso Bevagna e poi ultimi “mangia e bevi” fino alla Base. Ostello Diffuso che ci accoglie con l’ultimo pranzo: a base di focacce, pane a chilometri zero e altre prelibatezze dal vicino mulino Granarium (provare la crostata alle visciole per credere). That’s all.

KM: 50 DISLIVELLO: 900 m. ca
DIFFICOLTA': facile. (giro corto, ma con dislivello, ideale come ultimo giorno per fare scarico e godersi i vigneti )

PS: La base di questo raid ci è stata offerta, come già detto, da Ostello Diffuso: non un bed and breakfast, non un albergo, non un affittacamere, non una casa. Che cosa allora? Semplice, un paese. Nato per pedalare.

FOTO: Stefano Martignoni – Red Live.

#LaGrandeBellezza (bike tour) – Who

•maggio 13, 2015 • Lascia un commento

Da domani a Torre del Colle (PG) una spedizione di loschi individui parte per una quattro giorni consacrata al pedale e al brain storming ciclo-mentale. Un drappello di persone dalla penna facile, giornalisti, scrittori, imprenditori con il vizio della pedivella. Scopriamo chi sono gli uomini de #LaGrandeBellezzaBT:

63274_812776_PHDR8826_7794357_mediumLORENZO CREMONESI Dice di sé: “un vero reporter scrive solo stando immerso nel luogo ‘caldo’ dove i fatti accadono. Mangiare quel cibo, respirare quell’aria, parlare  con la gente, anche in tempo di guerra, è l’unico modo per scriverne davvero. Internet e gli altri metodi di reperimento in remoto delle informazioni, quindi ‘non sul campo’, creano surrogati insipidi di realtà”. Corrispondente per il Corriere della Sera dai luoghi di conflitto. È stato in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria. nel 2005 è stato rapito e poi rilasciato dopo poche ore dalle Brigate Al Aqsa. Appena rientrato dal Nepal, per dimenticare quanto il mondo sappia essere ruvido e severo, scappa con noi sui pedali di #LaGrandeBellezzaBT.

404402_113863885401444_1701533557_nFRANCESCO COLOMBO Ex manager, ex imprenditore, ex socio di un grande brand, ex milanese. Morale? Molla tutto e si dà alla macchia per una vita into the wild tra Bevagna, Spello e Assisi. Apre Ostello Diffuso un posto che non c’entra niente con la sua vita passata (e forse, chissà, nemmeno con quella presente), nel cuore dell’Umbria. Coltiva carciofi, addestra cani, cresce i suoi 4 figli a contatto con la natura. Per #LaGrandeBellezzaBT torna a fare il manager. Per amore della bici, amicizia, spirito di avventura.

10364190_10203958545543043_5349116482473651945_n-1STEFANO MARTIGNONI Su twitter si presenta così “Giornalista e sportivo in crisi di mezza età. Potrei affrontare qualsiasi impresa, ma il lavoro, i ragazzi, la spesa… i cani. Lo dico così bene che ci credo!” Scrittura, pedali, fotografia.Ha scritto per Tutto Mountain Bike, autore per Bike Channel Sky, lavora per RED.  Per #LaGrandeBellezzaBT fotoreporter (e ciclista) ufficiale.

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STEFANO RODI Tutto o quasi parte dal quotidiano l’Indipendente, dove assiste inerme a una delle parabole più surreali del giornalismo italiano: dopo la direzione di Vittorio Feltri, si avvicendano Pialuisa Bianco, Gianfranco Funari e Lucio Lami. Nel 1997, nella redazione del nascente sito internet della Gazzetta dello Sport. Dal 2000 al Corriere della Sera online. Dal 2010 a Sette, il magazine del Corriere, dove si occupa di temi legati alla natura e allo sport. Quando può, scrive di popoli indigeni, di passi alpini e di biciclette. Per #LaGrandeBellezzaBT pedalerà col cuore tra le nuvole.

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NICOLO’ LURANI Nel 1983 inizia una collaborazione con la rivista Airone con la creazione di itinerari cicloturistici: la traversata di Sardegna e Corsica da Cagliari a Bastia in quindici tappe , e percorsi  a quadrifoglio nei dintorni di Alba, e nell’appennino tosco emiliano. Con l’arrivo delle prime mountain bikes dagli USA si dedica a percorsi fuoristrada sempre per Airone, nelle valli del cuneese e in Umbria. Per via della difficoltà di reperimento di MTB in Italia si decide di fare una biciletta di Airone da vendere attraverso la rivista per permettere ai lettori di seguire i nuovi itinerari.  Nasce il Rampichino Cinelli. Ha fatto la Maratona dles Dolomites e ha risalito a pedali tutto lo stivale, da Santa Maria di Leuca a Milano in 11 tappe. Disegnatore e sherpa ufficiale de #LaGrandeBellezzaBT

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FABRIZIO TREZZI Inizia a correre all’età di 9 anni. Diventa famoso. E vince anche un po’.
Risultati sportivi: vittorie su strada circa 50, su pista ha perso i calcoli ma più di 100 sicuro, 4 volte  campione italiano inseguimento a squadre, 2 olimpiadi, Seoul ’88 e Barcellona ’92. Nel 1992 vince del giro di Germania ed è settimo alla Settimana Bergamasca vinta da Pavel Tonkov. Ha indossato più di più di 20 volte la maglia della nazionale azzurra. Per la #GrandeBellezzaBT è consulente tecnico, trainer e motivatore ufficiale.

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CICLISTAPERICOLOSO. Beh, forse non ha bisogno di grandi presentazioni qui a casa sua. Ad ogni modo. Ciclo-blogger e scrittore, è stato direttore editoriale di Bike Channel, il canale Sky  dedicato al ciclismo. È autore per Fabbri Editori RCS Rizzoli Media Group del libro “Ma chi te lo fa fare? Sogni e avventure di un ciclista sempre in salita”. Scrive per bicilive, di cui è responsabile del settore “Road” ed è socio di Upcycle, il primo bike café restaurant d’Italia. Soffre di una dipendenza conclamata per le salite alpine e i 2000 metri. Ha fatto 5 volte la Maratona dles Dolomites, 6 la novecolli e ancora non l’Oetztaler. di #LaGrandeBellezzaBT è l’ideatore e l’ispiratore.

SEGUITE GLI AGGIORNAMENTI.

#LaGrandeBellezza (Bike Tour) – What

•maggio 8, 2015 • Lascia un commento

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PRESENTAZIONE: #LaGrandeBellezzaBT è una zingarata che è anche un’idea. Una ciclo-vacanza che è anche uno storytelling sul territorio italiano. Una pedalata che è anche un viaggio enogastronomico, una preparazione alla Novecolli che è anche un brain storming su ciclismo, un raid che è anche un workshop sul turismo. Una vacanza che è anche una fuga. Perché tutti ne abbiamo bisogno di una. Poi torniamo.

INGREDIENTI:

  • un giornalista,
  • un reporter di guerra
  • un ciclo-blogger narratore
  • un ciclo-attivista imprenditore
  • un ex campione olimpico su pista
  • una ciclo-guida che ha tracciato itinerari per Airone
  • un video-reporter a seguito, per documentare il tutto
  • un ex-imprenditore milanese che ha deciso di mollare tutto

(Seguiranno dettagli sui profili)

LOCATION:
Un luogo incantato
nel cuore dell’Umbria, tra Perugia, Spello e Assisi. Tra le vigne del Sagrantino e i luoghi spirituali di San Francesco, tra il misterioso Monte Subasio e le stelle scintillanti di Bevangna. Dove Corto Maltese, ma anche Peter Fonda avrebbero perso la testa.

PREPARAZIONE:
Prendili e frullali così come sono. Senza pensarci su. Falli scorrazzare per quattro giorni, dal 14 al 17 maggio, su e giù per l’Appennino umbro più nascosto, tra Foligno e L’Eremo delle Carceri, il Monte Subasio, Todi, San Francesco d’Assisi e le sue meditazioni, il Sagrantino, malghe con animali allo stato brado, strade zitte zitte che quasi quasi ti nascondi e un’enoteca disegnata da Arnaldo Pomodoro. Falli sfogare, ma anche ragionare, pensare, mangiare, bere e magari scrivere ed elucubrare.
CONTINUA NELLE PROSSIME PUNTATE

Il mio nome è Davide. E faccio ancora il bambino.

•marzo 13, 2015 • Lascia un commento


Un giorno, gli amici di Bicilive, portale per il quale scrivo, mi hanno chiesto se volevo fare un’intervista a Davide Cassani.
Ho accettato subito.
L’ho fatto fondamentalmente per due motivi: il primo è che avevo appena partecipato assieme a lui, come ospite, alla serata Ciclismi Possibili.
Il secondo è che Davide è da tempo, da quando forse ho scoperto questo sport, uno dei miei altarini sacri. I sui mitici DVD su “Le Grandi salite del ciclismo” – in particolare quello sul Mortirolo “che spiana al monumento di Pantani” – sono come il latte per un bimbo.
Tutti ne abbiamo bevuto.
Davide credo stia oggi al ciclismo come Gianluca Vialli al calcio.
Dopo l’esperienza da professionista ha saputo, cioè, reinventarsi un altro mestiere, rimanendo sempre credibile, cosa affatto scontata. L’ha fatto, forse all’inverso di Vialli, prima come telecronista e poi come Commissario Tecnico, ma fa poca differenza.
Entrambi hanno saputo percorrere una unga cavalcata a pedifiato all’interno dello sport che amavano, senza mai annoiarsi. E, soprattutto, senza mai annoiare.
Entrambi hanno saputo rimanere bambini, all’interno del loro campo. Cioè guardare le cose con gli occhi ancora pieni di stupore e di meraviglia.
È da qui che nasce la sottile arte di sapere come raccontare agli altri e farli appassionare.
Un meccanismo semplice, quello di restare bambini, eppure difficilissimo da mettere in pratica. Quasi nessuno ci riesce ancora.
Davide è un “rimasto bambino”. Ce ne sono pochi.
Una specie rara, diciamo, che però è immediatamente riconoscibile se avrete l’occasione di incontrarne un esemplare. Scambiateci quattro chiacchiere e subito verrete catapultati in un altro mondo. E gli occhi brilleranno anche a voi.
Lo “Shining” lo chiamano. Già, la “luccicanza” per la bicicletta. Quello strano ardore che solo alcune persone hanno.
Da ciclista, il buon Cassani da Faenza era un onesto gregario, ha vinto qualche tappa, ha partecipato – mi dirà – a una Giro delle Fiandre di cui non ricorda un chilometro e che ha dovuto rifare poi da amatore per amare e apprezzare fino in fondo. Poco di più.
Ma è dopo che ha dato il meglio di sé: quando ha scoperto, che oltre che a saper pedalare, era anche capace di narrare. Con semplicità, efficacia, capacità di stupire.
Le domande che gli faccio sono solo scuse, presto mi accorgo che non saranno mai abbastanza.
Potrebbe andare avanti ad libitum a raccontarmi di Magni, Gimondi, unico suo grande idolo, delle sue prime corse da dilettante, delle gambe di Nibali e dei demoni di Pantani, del Vigorelli e del futuro dei velodromi. Un’ode sperticata d’amore per il suo sport.
Gli chiedo del suo mestiere di CT, della sua vita e di come ancora oggi, appena può, inforchi una bici e corra a ritrovare il bambino che è in lui. Esattamente come facciamo noi amatori. Né più né meno.
Mi dice che niente è più bello che sentire l’aria in faccia, tra i campi di grano, tornare a casa con le gote rosse e magari qualche schizzo di fango.
Ed è proprio lì che mi accorgo che sta il suo bello.
Di tutto questo e di altro ancora si parla nell’intervista lassopra.
Un’intervista a David,e che scelse di restare bambino.

 

 

L’uomo che non c’era.

•marzo 7, 2015 • Lascia un commento

 

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Quanto saresti piaciuto a uno come Sartre.
Tu che non piacevi nemmeno ai francesi. Tu che non piacevi nemmeno a te stesso.
Tu che eri sempre altrove, anche quando eri presente, magari sul podio.
Quando attaccavi, lo facevi a modo tuo: così meravigliosamente senza strategia.
Tu che mettevi sempre gli occhiali davanti a tutto. Ti si appannavano in salita, te li dovevi pulire con i guantini, magari imprecando. Ti scivolavano sul naso in discesa, li rispingevi in su con un gesto nervoso della spalla. Il manubrio non si molla.
Eppure a loro non rinunciavi mai.
Quasi fossero un tratto distintivo: io non sono come gli altri ciclisti. Io sono il “Professore”.
Biondo, occhi azzurri, fisico dannatamente asciutto. Quanto basta per vincere.
Codino fuori tempo massimo (siamo nel pieno degli anni Ottanta) e infine, in testa, una improbabile fascetta alla Bion Borg.
Un tennista a pedali, un ciclista dall’anima dandy.
Hai giocato tutta la vita contro un avversario immaginario, professore. Qualunque esso fosse.
Avevi l’aria perennemente distante e forse lì, nel momento, non c’eri mai per davvero.
L’hai capito soprattutto quella volta a Parigi, a due arrondissement da dove eri nato. Tour de France ’89, tu e l’americano, Greg il tremendo.
Quella volta Lemond ti portò via un Tour che avevi già vinto, per soli 8 secondi. 8 secondi. Cosa sono 8 secondi?
A te che ne avevi 50 di vantaggio.
Bum. Volati via. In un amen. In una tragica crono finale.
La vittoria per distacco minore che sia mai stata registrata in una corsa a tappe. Un incubo. Una tragedia. Un evento per cui da solo si potrebbe scrivere un romanzo.
Quel giorno di luglio del 1989 non te lo toglierai più di dosso. La maglia gialla sporca d’asfalto – ti ci eri gettato esanime tagliato il traguardo – quella invece sì. Eppure tu anche dopo l’arrivo non la volevi lasciare a Greg che la reclamava a gran voce. Te la tenevi stretta sulle spalle. No, cosa è successo? Come dite, ho perso il Tour?! Impossibile.
8 fottuti secondi. Cosa sono?
Il tempo di bere un sorso d’acqua, una piega sbagliata, una traiettoria presa senza la solita, dovuta, precisione. Tutto ciò a un professore non si pedona.
Pluff! Il giallo sbiadisce in bianco.
Lemond ti avrà recuperato tutti i 50′ di vantaggio che avevi su di lui e te ne rifilerà altri 8′. Un minuto, poco meno, che pesa come un macigno.
Il Tour è suo. All’ultima tappa, nella tua città, sotto gli occhi increduli dei tuoi famigliari. Parigi, crudele Parigi.
Ecco per me il Professore, come lo chiamavano, con gli occhi stralunati resterà per sempre quello lì. Quello di quegli otto maledetti secondi.
Non li ha mai più recuperati, nemmeno nella vita.
Avevi vinto tanto: 2 Tour, 1 Giro, 2 Milano – Sanremo. Fino a quel tonfo sonoro parigino.
In un attimo, avevi sentito la gettatezza, la gratuità dell’esistenza. Come sopraffatto da una forza superiore.
Una forza che non era quella del tuo avversario diretto, non era la classe, indiscutibile, di Greg Lemond. No, era qualcosa di tremendamente più crudele, subdolo. E tu lo sapevi. Avevi visto quell’altrove che gli altri non vedevano. Hai sentito l’alito gelido del destino, quel “nessuno ti regala niente” che è insopportabile per qualunque campione.
Sei stato un grande, Laurent, uno di quelli che non sono solo dei ciclisti. Uno di quelli che “Ma chi te lo fa fare?” se lo portano dentro. Uno di quelli che vedevo di lontano, mentre giocavo con i soldatini in corridoio, e magicamente sentivo fraterni.
E così eri altrove anche quando, un giorno di primavera, dopo un controllo di routine, di quelli che dopo i cinquanta è normale fare, ti han detto che avevi un cancro.
Tre, quattro mesi di vita al massimo. Non di più.
Quattro mesi che vuoi che siano per uno che ha perso tutto per 8 secondi?
Però che vita, la tua, Laurent. Formidabile.
Che la terra continui a esserti lieve e che gli occhiali continuino ad appanartisi in salita.

#CICLISMIPOSSIBILI

•febbraio 27, 2015 • 1 commento

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Possibile? No, dico che si possa pedalare in tutti questi modi?
E che modi.
C’è quello che va alla granfondo per arrivare nei primi 100. Quello che ci va solo per finirla, quello che ci vuole portare in vacanza la moglie e i figli. Poi ci sono quelli che amano inzaccherarsi al parco, Lambro o Montagnetta che sia, e sentirsi di nuovo bimbi a bordo delle loro specialissime ciclocross. Poi ci sono quelli che la bici è solo un viaggio in solitario, un modo per scoprire, vedere, annusare le cose. E allora via di borse e tenda. Magari su e giù per i Pireneni o le Alpi francesi.
Poi ci sono i dannati della notte, quelli tutto criterium. Schegge impazzite fuoriuscite dai restanti mondi, che si muovono come sufi tra i viadotti di una tangenziale e le rotonde di Garlasco.
Insomma se vuoi pedalare, non hai che da farlo. Il modo sceglilo tu.
Da tutto questo e altro ancora, nasce il senso della serata “CICLISMI POSSIBILI” cui mi hanno invitato a partecipare.
E io ne sono veramente onorato.
Già perché, oltre al sottoscritto, ci sarà Davide Cassani, CT della Nazionale Italiana di Ciclismo, nonché inconfondibile voce del ciclismo fino a un paio d’anni fa e personalissimo altarino sacro. Ciclista ancora oggi, per passione, e ubriaco d’amore ancora perso per il suo sport. Qualità rara in un ex pro, a quanto pare.
Ci sarà Davide, ma ci sarà anche Gianluca al secolo Santilli.
Ideatore magmatico della Granfondo di Roma, e pioniere forse di un nuovo ciclismo: da quest’anno, udite udite, la GF Roma cambia e di parecchio. Si snoderà in 3 percorsi diversi, aperti a qualunque tipo di ciclista.
Infine, Ercole Giammarco, presidente, fondatore e organizzatore di Cylo Pride a lui illustrarvi i dati della bike economy e le sue straordinarie opportunità futuribili. Ma anche quanto, ahimè, l’Italia sia indietro.
Parleremo di doping tra amatori, di granfondo e turismo, di come si organizza una granfondo e di quante cose ci stanno dietro e di come, oltre alle granfondo, ci siano altre cose. Come le cicloturistiche, le randonée, le notturne, gli Stelvio Bike e i Sella Ronda Bike Day. Faremo di tutta una bici un fascio, insomma. Non mancate.
Ah dimenticavo, Quando? Dove? Martedì 3 marzo, da Upcycle Bike Café, a Milano, in via Ampére 59, ore 19:30.
Chi non viene, lo aspettano 12 Valcave. Consecutive.

L’uomo con cui vorresti pedalare.

•febbraio 18, 2015 • Lascia un commento

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Dopo l’uomo con cui prendere un birra, l’uomo con cui vorresti pedalare.
Breve parentesi: introduco qui un nuovo progetto, una piccola galleria di caratteri del ciclismo. Una Hall of fame personale di altarini sacri, personaggi che, nel bene e nel male, mi han raccontato una storia. Kings of pain, eroi della sofferenza, storyteller di questo sport maledettettamente unico. Piccole schegge impazzite che, per merito o per demerito, hanno contribuito a farmi innamorare del grande carrozzone pedalante. Fino a farlo diventare, come si diceva, uno strumento personale di ricerca e di relazione con il mondo.
Esagero? Boh, non lo so. Vedremo. Intanto ecco a voi la mia Hall of fame delle endorfine. “Quelli che ma chi te lo fa fare?”
Ecco, si diceva, dopo il diavolo, l’acquasanta. Dopo Lance Armstrong, Bradley Wiggins. Oddio, acquasanta mica tanto.
Capiamo perché.
Vincitore del Tour de France 2012 e primo britannico a portare la maglia gialla sugli Champs Elysées, oro alle Olimpiadi di Londra, primo gradino nella cronometro ai Mondiali 2014. Di più, Bradley Wiggins è stato nominato niente popò di meno che baronetto da sua maestà la regina Elisabetta, oggi sfoggia un fisico asciutto da far paura, 71 chili per 190 cm, e ha in testa tanti progetti bellicosi per il futuro.
Fin qui tutto bene.
Ma queste sono bazzecole.
Già perché Bradley, Wiggo per gli amici, è un chitarrista rock che nasconde un passato da alcolista alla Joe Cocker. Un Mod militante fuori tempo massimo, uscito direttamente da Quadrophenia. Un amico intimo di Paul Weller, capace di sfoggiare come nessuno basette glamour rock e tatuaggi da front-man anni Settanta. Il colore dei capelli, perennemente spettinati per non dire spennacchiati da chi si è appena alzato e la barba un po’ incolta che ricordano Johnny Rotten prima maniera o Liam Gallagher ultima.
Non stiamo parlando di un ciclista come gli altri. Stiamo parlando in un personaggio bello dentro e bello fuori.
Bradley Wiggins si fa intervistare volentieri, parla amabilmente di musica, di cultura e dei suoi trascorsi alcolici, di depressione e di rinascita sulle due ruote. Uno sponsor vivente del nostro sport.
E poi è capace di raccontarti storie incredibili: tipo le pinte che si beveva in una sera al pub, ma anche le mattonelle di una Roubaix che lo ha stregato. Fino a diventare un’ossessione: è questo il grande obiettivo di Sir Brad per il 2015. Arrivare solo nel velodromo più agognato al mondo. Pare che subito dopo, infatti, divorzierà dal suo amato Team Sky.
Del resto le pietre scivolose della foresta di Arenberg lo avevano già visto protagonista un anno fa: uscì dalla selva con le basette meravigliosamente impataccate di fango e la polvere su quegli occhi che però da allora brillano di un azzurro più intenso.
Avevi visto la luce, Brad, vero? Avevi lo shining.
Chi te lo fa fare, Wiggo? Gli chiesero allora.
“Ho bisogno di darmi sempre nuove sfide, se no non vivo bene” rispose serafico.
Come non amarlo?
Lascerà il Team Sky, dicevo, ma che importa? Con quei mattacchioni di Rapha ha già messo in piedi il suo brand personale e il suo futuro team. Non solo un ciclista, un’icona, un modo di essere. Come dicono loro, gli Inglesi, qualcosa di “inspiring”. Diverso da tutti gli altri ciclisti. Capace di ridonare alla pedivella tutto il fascino che merita. Quell’aura fatta di storie maledette e affascinanti che da Merckx a Pantani, a Indurain, corre come un unico filo rosso cucito sulle maglie.
Come non voler pedalare con uno così?

 
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