Nel Paese delle Meraviglie.

•luglio 10, 2014 • Lascia un commento

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Solitamente non scrivo delle cose che mi segnalano.
Non è nel mio stile, nelle mie corde. Di base, parlo solo di ciò che mi colpisce, cioè che tocca me. In prima persona. Senza mezzi termini.
Eppure, questa volta devo fare un’eccezione.
Perché, appunto, mi ha colpito. E, temo, affondato.
Un amico mi ha messo questa pulce nell’orecchio.
“A te che piace la bici e che ami “scappare, guada un po’ qua”.
E io lì ho guardato. E ho sognato.
Trattasi di “ciclo-fuga” a cinque stelle nel cuore del mediterraneo.
Siamo in Sardegna, terra meravigliosa e ciclisticamente ancora tutta da scoprire.
Lontano dai clamori dei mesi estivi e dal traffico caotico delle vacanze.
Sto parlando di inizio ottobre infatti. C’avete presente inizio ottobre in Sardegna?
Ancora si fa il bagno, ma non si cuoce, c’è il sole, ma c’è anche l’aria fresca.
Voce del verbo “pedalare”.
Ecco ora immaginatevi un resort a 5 stelle, nel cuore della Costa Smeralda, pronto a raccogliervi dalle fatiche della giornata a suon di coccole.
Quello che normalmente non avete mai visto nelle vostre domeniche infernali: il rientro al volo dalla granfondo, la moglie imbufalita, i bimbi urlanti, la riunione del giorno dopo da preparare e l’acido lattico che balla il tango.
Ecco dimenticate tutto.
E accomodatevi davanti a una palma con un coktail in mano, ancora con i pantaloncini indosso e il caschetto in mano.
Davanti a un tramonto perfetto, di quelli da film. A due passi dal Billionaire. Da non crederci. O, forse, da riderci sopra.
E poi a sera, dopo il riposo del guerriero, un briefing sulla tappa del giorno dopo con tanto di esperto alimentarista e biomeccanico a voi dedicati.
Infine, aggiungete degli ex professionisti come guide, al vostro fianco ogni giorno.
Chi ha avuto la fortuna di pedalare con dei professionisti (io l’ho avuta) sa di cosa parlo.
Consigli tecnici precisi, piacere del racconto e un po’ di sano auto-ridimensionamento. Ma, soprattutto, la certezza che una passione vale mille volte più di un lavoro, saranno loro i primi a dirvi: godetevela. Senza esasperazioni, e a farvi apprezzare ogni curva, ogni piega ogni lembo di sole o scorcio di panorama.
Ora mettete tutto questo in Sardegna fuoristagione e capite bene perché mi piacerebbe davvero tanto andare qui.
Ecco quelli di Alessandro Rosso Group hanno organizzato tutto ciò.
E, lo sappiano: l’hanno combinata grossa.
A inizio ottobre, avrò le fatiche del Mortirolo e Timmesljoch (vero obiettivo di stagione) da smaltire.
Non potrei chiedere di più.
Dai mamma, mi regali 4 giorni nel paese delle meraviglie?

Lettera aperta al Mortirolo.

•luglio 7, 2014 • Lascia un commento

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Se c’è una salita e, dunque, una fatica che manca nel mio libro, pur avendola fatta, questa comincia da Mazzo di Valtellina.
Già, com’è che non hai scritto del Mortirolo? Hai parlato del Gavia, hai parlato dello Stelvio, del Galibier, dell’Alpe d’Huez, del Timmelsjoch, di Pantani…
e del Mortirolo? Niente?
No, niente.
È il capitolo che manca. Non l’ho ancora scritto. Mi sono dimenticato.
E siccome due settimane fa sono andato a fargli visita una seconda volta, mi sono detto: adesso devo capire perché ti ho “saltato”.
Caro Mortirolo, forse sarà per il tuo inizio non crudele, solo 12%, che illude, fa pensare: forse non sei così cattivo come ti dipingono, forse sei solo un incompreso del dislivello. Loro, i grandi classici, il Gavia (che avevo fatto pochi chilometri prima, anche lui per la seconda volta) e lui lo Stelvio ti snobbano. Chi è sto Mortirolo, cosa vuole? Nemmeno c’era nel ciclismo trent’anni fa. Coppi che vuoi che ne sapesse del Mortirolo. Niente.
E allora il Mortirolo non esiste.
E allora non sei esistito nemmeno per me.
O forse, caro Mortirolo, sarà perché poi, dal chilometro 3,5, invece mi fai gli onori di casa e tiri fuori davvero chi sei. I tuoi denti affilati arrivano nel bel mezzo di un boschetto, all’ombra delle betulle in fiore. E proustianamente mi ricordi come soffrivo da bambino nelle camminate in salita con mamma e papà.
O forse, spettabilissimo mastodonte della sofferenza che altro non sei, è colpa delle tue spire che i DVD di Cassani e Boglia mi avevano illuso finissero in prossimità del monumento al mio eroe, Marco da Cesenatico.
Invece queste maledette proseguivano, di tornante in tornante.
Già i tuoi tornanti. Sarà allora per colpa loro.
Son tornanti, i tuoi, che tornano nel senso letterale del termine. Per un attimo ti lascian iulludere, coprendoti la vista all’orrore della rampa successiva, che tutto finisca lì. E invece no, ti giri: e torni come prima. Peggio di prima. Oppure è colpa della tua dannata chiesetta, che per la seconda volta non sono riuscito proprio a vedere. Dove diavolo è? Dov’è che l’hai messa? Te la sei tenuta nascosta facendomi piegare la testa sull’asfalto e mai alzare gli occhi.
Un’ora e ventidue di apnea in attesa che finissi. E quando sei finito, ecco che per la seconda volta, ti avevo dimenticato. Porca miseria.
Insomma, ti chiedo scusa se non l’hai capito, caro Mortirolo, ma proprio non riesco a trovarla la ragione precisa per  il tuo capitolo mancante. Vorrà dire che dovrò scrivere un altro libro.
Il “Ma chi te lo fa fare di tutti i Ma chi te lo fa fare” s’intitolerà. E, giuro, parlerò solo di te.
Con affetto,

tuo ciclistapericoloso

 

 

Fuel for Life.

•aprile 27, 2014 • Lascia un commento

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Bene, ho fatto il pieno.
Ora posso tornare a scrivere.
Questo post nasce dall’idea, in colpevole ritardo, di dire un po’ di grazie.
Grazie innanzitutto a tutti quelli che sono venuti mercoledì 16 aprile da Upcycle alla presentazione di “Ma chi te lo fa fare?“. Curioso: fatico ancora a pronunciare il titolo del mio libro. E vi faccio una confidenza: il titolo lo proposi io quasi un anno fa all’editore, come spunto. Come work in progress. Se ne innamorarono perdutamente. A tal punto che a opera conclusa, quando a me non convinceva più, non han voluto sentire ragioni. “Come, cambiarlo? Ma sta scherzando? Si fidi: è perfetto, non deve aggiungere altro.
Perché voi ciclisti siete matti. Siete quella domanda lì vivente”.
Mi sono fidato. E devo ammettere che funziona.
Risponde in pieno ai miei perché. E in fondo se ho scritto per anni su questo blog e poi un libro è proprio perché dovevo rispondere a una serie di perché.
Perché, vedete, si scrive e si pedala per un’urgenza interiore. Stessa cosa.
Ma torniamo ai grazie.
Grazie, dicevo, a tutti coloro che sono venuti il 16 aprile. Ma grazie anche a coloro che non sono venuti e che però mi hanno scritto. E grazie anche a coloro che non hanno trovato il libro: colpa mia. Ne ho fatti arrivare troppo pochi. È andato letteralmente a ruba. Non l’avrei, davvero, mai detto.
Grazie poi ad Upcycle, il Bike Café Restaurant di cui sono orgogliosamente socio: abbiamo fatto un figurone con la ruota lenticolare (ora autografata) di Moser, gli hamburger e la mitica 4 luppoli.
Grazie a Stefano Rodi di Sette: ormai amico, non ci resta che pedalare assieme. Come naturale conclusione di mille telefonate e scambi di mail.
Grazie a Francesco e Moreno Moser: una famiglia caduta nel pedale dalla nascita. Come Obelix nella pozione magica.
Ora lo posso dire, Francé: io ero saronniano. Ma tu mi hai fatto capire che la vera ammirazione è quella che si ha per gli avversari più forti.
Grazie a Tito Boeri: se l’economia va in bicicletta, direi che abbiamo fatto bingo.
Grazie, questo speciale, a Emanuele Pirella, l’unico “capo” che ho mai avuto: senza di te, non avrei scritto una parola. E la tua scomparsa, ne sono sempre più convinto, è solo una stupida burla che c’hai fatto.
Grazie, anche questo speciale, a chi mi sta scrivendo in privato, fenomeno che mi stupisce ogni giorno di più. Sconosciuti che mi dicono che il mio libro li emoziona, che tira fuori quello che hanno dentro quando pedalano. Come se là dietro ci fosse tutto un mondo nascosto di gente che in qualche modo doveva dirlo. Non aspettava altro. Aveva bisogno di urlarlo al mondo intero.
Non ci scocciate più con questa domanda: ecco perché lo facciamo.
Grazie. Davvero. Non potevo ricevere compenso migliore.
Grazie ai Manetta che sono sempre stati letteratura senza sapere di ancora esserlo.
Grazie a Marco Saligari, che mi ha raccontato la storia di una banana più saporita delle altre e che mi ha fatto capire cosa vuol dire essere eroi.
Grazie a Pino Roncucci che mi ha ascoltato e “smontato” con pazienza: Marco, quello vero, lo conosce davvero solo lui. Fragile un cazzo.
Grazie ad Antonio Colombo, per aver fatto biciclette che sono pezzi di rock n’ roll. Senza Cinelli, molto di questo libro non ci sarebbe.
Grazie poi a tutti quelli con cui pedalo ogni giorno: non c’è un’uscita che non sia degna di racconto. Torniamo sempre lì, scrivere è pedalare. E viceversa.
Grazie alla musica: fonte inestinguibile di ispirazione in questi mesi. Ogni capitolo è stato scritto sotto l’effetto sonoro lisergico di una canzone diversa.
Grazie a Fabbri e Rizzoli per aver accettato e pubblicato di buon grado le mie elucubrazioni a pedali.
Insomma, grazie a tutti. La vera benzina per l’anima siete stati voi.
Bene, ora, cari avvocato, gelataio, ingegnere informatico, ingegnere elettronico, autista e ortolano, veniamo alle cose serie: programmi per domenica?

Photo Credit: Kevin Dooley

 

 

Ci vediamo lì.

•aprile 11, 2014 • 1 commento

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Bene, ci siamo. Libro uscito, presentazione ufficiale con tanto di FRANCESCO MOSER e TITO BOERI, in rampa di lancio.
Come mi sento?
Come l’acqua minerale.
Gasato, ma molto agitato.
Evitate di scuotermi prima dell’uso.
Due parole sulla presentazione: no, non sarò in mutande. No non mi spoglierò per mostrare i miei glabri polpacci.
Si svolgerà a Milano, in un luogo a me molto caro: UPCYCLE BIKE CAFE’ Il Bike Café Restaurant di cui sono socio. Un luogo nuovo, diverso, dove la bici è ovviamente protagonista.
Per l’occasione Moser e Boeri, responsabile scientifico del Festival dell’Economia di Trento, intrdodurranno Pedala con Francesco Moser, una pedalata cicloturistica di 60 km che si terrà a Trento il 1 giugno 2014, nei giorni del Festival.
Inutile dire che per me sarà un’emozione oltre che un onore sedermi tra cotanti individui.
Di Moser ho parlato molto nel libro: assieme a Saronni erano il mio Milan-Inter parallelo di quando ero bimbo. Due nomi così familiari da essere diventati una parola sola. Ho dedicato un capitolo intero, il nono (se non ci siete ancora arrivati, allora non leggete l’anticipazione qui sotto), ai due. Ve ne lascio un pezzo. Magari poi continuiamo a parlarne mercoledì. Ci vediamo lì.

(…) Moser e Saronni. Due bandiere tricolori in grado di competere con i più grandi campioni stranieri di allora. Anche perché erano le uniche. L’Italia si lasciava accendere con orgoglio da questa rivalità, quasi un duello, una sfida dal sapore antico e dimenticato. In sostanza, era dai tempi di Coppi e Bartali che non si pronunciavano due nomi che viaggiavano attaccati quasi fossero una parola sola: “MoserSaronni” come “Coppi&Bartali”. Una volta Saronni ha dichiarato: “Senza Moser, la mia carriera non sarebbe stata la stessa, credo lo stesso valga per lui”.

Si dice abbiano poi litigato vita natural durante fino ai giorni nostri ma non so se crederci o meno. Leggenda vuole che i due non si sopportassero proprio, non solo sportivamente, ma anche per lo stile di vita. Moser più bartaliano e ruspante, Saronni più aristocratico, quasi snob, coppiano dentro. Trent’anni dopo, cioè oggi, pare abbiano fatto pace. Uno, Saronni, è direttore sportivo di una prestigiosa squadra di ciclismo italiana: la Lampre Merida. L’altro, Moser, coltiva vini, da buon trentino, nelle sue terre e nel frattempo tira il collo al nipote Moreno, neo professionista. Buoni buoni, zitti zitti. La pace l’hanno sicuramente fatta, se l’hanno fatta, davanti a un bicchiere di Sanzorz .

Quando però ancora correvano, i due lo facevano da acerrimi rivali, dandosi regolarmente il cambio nelle vittorie, anche alla Sei Giorni di Milano. Dal ’79 all’85, praticamente un anno l’uno un anno l’altro, salirono a turno sul gradino più alto del podio, proprio al Palazzetto dello Sport di via Teodosio. Era oggi giunto il giorno del mio battesimo.

Il nonno mi passa a prendere presto. Ha avuto i biglietti dopo una lunga coda sotto l’acqua e non vuole lasciarsi scappare l’occasione: il “sò neutt” (“suo nipote” in dialetto milanese) è tempo che venga “educato” al ciclismo. Quello vero, fatto di duelli epici.

 Al Palasport parcheggiamo senza problemi, tutto il piazzale che conteneva stadio di San Siro e Palazzone era un immenso parcheggio a cielo aperto. Nell’eldorado milanese dello sport messo a disposizione dei cittadini. Miracolo di una città da bere che voleva credersi New York.

Il colpo d’occhi all’interno è impressionante, di quelli che ti si fissano a lungo nella mente, un po’ come la prima volta allo stadio. Un enorme cerchio con un ovale, la pista per il ciclisti, al suo interno, illuminato come fosse un palcoscenico. I seggiolini sono pieni in ogni ordine di posto, altro spettacolo nello spettacolo. Il fotografo inglese Gerry Cranham, oggi ottuagenario, all’epoca fotografo specializzato nelle Sei Giorni, ha detto recentemente della sua prima volta in un velodromo: “La prima cosa che mi colpì fu l’odore. L’aria era un’incredibile mistura di fumo di sigari, patatine fritte e maionese, e poi l’atmosfera: sembrava di essere al circo”. Esatto, appena entrato, vengo avvolto da una zaffata incontenibile di pop corn e, soprattutto, mi aspetto acrobati e clown più che ciclisti in tutina aderente. Un circo equestre di varia umanità e un’atmosfera che da adulto avrei osato definire, credo, felliniana: mi pare ci fosse persino la banda e poi lei, la campanella, a bordo pista, pronta a suonare per l’ultimo sprint. (to be continued in libreria o su kindle)

 

Niki Lauda e io.

•marzo 31, 2014 • Lascia un commento

Cosa c’entra Niki Lauda con me, con il ciclismo, e soprattutto con il mio libro?
E Ricky Cunningham di Happy Days?
Eh, cari miei: ancora poco. Dopodomani la risposta la trovate in libreria (e anche in ebook). Nel frattempo vi stuzzico ancora un po’ l’appetito (dal capitolo 11).

(…) Niki Lauda è nato a Vienna, in Austria, il 22 febbraio del 1949.

È stato tre volte campione del Mondo di Formula 1, due con la Ferrari: nel 1975 e nel 1977. Il primo agosto del ‘76 rimane vittima di un gravissimo incidente, durante il Gran Premio di Germania, a Nürburing: l’auto sbanda, viene centrata in pieno da un’altra che sopraggiunge e prende fuoco. Lauda ne esce con il viso sfigurato per sempre a causa delle gravissime ustioni.

Lo stesso anno, in testa al campionato del mondo, nell’ultimo decisivo Gran Premio, in Giappone, Niki si ritira: piove troppo, non riesce a guidare, gli passano davanti agli occhi le immagini di sua moglie e, soprattutto, del suo incidente. La vita vale troppo per rischiarla così, e Lauda rientra ai box. Perde il Mondiale lasciando la vittoria al  suo rivale, James Hunt.

 È un giorno di ottobre e, guarda caso, piove. Sto uscendo dal cinema, ho portato Fabio e Mattia a vedere Rush, il bellissimo film di Ron Howard che racconta proprio la storia di Niki Lauda. È passato poco più di un mese dall’Ötztaler Raadmarathon e la prima cosa a cui penso, dopo il fim, è proprio a quel sabato della vigilia. 
(…) (ADESSO BASTA, SE NON NON ME LO COMPRATE PIU’)

 

2 aprile.

•marzo 21, 2014 • Lascia un commento

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CON LA STRAORDINARIA PARTECIPAZIONE  (IN ORDINE RIGOROSAMENTE SPARSO) DI:
Francesco e Moreno Moser, José Mourinho, Friedrich Nietzsche e Sean Penn, Felice Gimondi, Niki Lauda e James Hunt, il Palazzone dello sport e la famosa nevicata dell’85, Pino Roncucci e Marco Pantani, Mario l’avvocato e Nico l’autista, Friedrich Hölderlin e il pericolo che salva, i Gormiti ed Eddy Merckx, Juri Keki e i playmobill. Karl Heinz Rumenigge, Herman Melville e il Parco di trenno la domenica pomeriggio. David Bowie e l’Alpe d’Huez, Reinhold Messner e l’ossigeno sopra i 2000 metri. Emilano il farmacista, Cornaredo e il Galibier, Marco -il Commisario – Saligari e Salgari Emilio. La storia di una banana nella neve e di un piatto di spaghetti a colazione. Caludio il gelataio, Matteo l’ortolano ed Enrico il meccanico. La trattoria Caffè Nero Bollente, la crostata al ponte di barche di Bereguardo e questi ciclisti che non mangiano mai abbastanza. San Carlo da Valcava, Santi Daniele e Luca da Cernusco. Gibo Simoni, il Vivione e qualche cazzotto con il Piccolo Principe. Mio papà, Freud e una sauna da un milione di dollari nel Tirolo. Beppe Saronni, Hansi Müller e The Unforgettable Fire degli U2. Bradley Wiggins e gli Who, Pietro che va di notte e il castrato sul Ciola duro da digerire. La grandine sul Gardena e la neve sul Rombo. Nürburgring 1976, Il Monte Fuji  e Sölden 2013, un gruppo di tedeschi ubriachi con le gambe pelose, San Giovanni da Falcade e Maximilian il giornalista impavido. Pavel Tonkov e il Carpegna, le barrette alle maltodestrine del Lautaret e le crostatine Mulino Bianco di Sirtori. Stanley Kubrick, Bruce Springsteen e Quentin Tarantino. il Colle Brianza, Capo Horn e il Santiago Bernabeu. La storia di un sms che consigliava abbigliamento adeguato e quella di  un sole che spaccava le pietre in cima al  Giau. Lo Stelvio, Il Valles , il Pordoi e, non ultima, la Forcella Staulanza. La galleria sul Gavia, un freezer, Pinocchio, Geppetto e la balena. Michele Scarponi, le Tre Cime di Lavaredo e la storia di un té caldo finito in un paio di guanti ghiacciati. Il professore che preparava le conferenze in bicicletta, le endorfine e altri incantesimi della domenica mattina. La voglia di strafare il sano e brutale senso dei  limiti. Il Mortirolo (non compare mai ma c’è sempre e comunque) , il Superghisallo e la Colma di Sormano. Malga Ciapela e la Marmolada che non arrivava mai. Il cuore in gola dopo 174 chilometri di strade francesi, Feltre e le dolomiti bellunesi. Il sergente nella neve, Mario Rigoni Stern e il Passo Falzarego-Valparola. la Valvestino e il Lago di Garda. Quello di Misurina, Canazei, e Bartali che sbaglia strada. Coppi che va in fuga ma gli si gonfia la vena. Maledetto quel bivio. Il parquet di casa nuovo di zecca e le tacchette Keo sporche di fango. La paura di un’anziana signora per i ciclisti in inverno, il nonno, le patatine San Carlo e la Villa Reale di Monza. Fabio, Mattia, Francesca e la storia di un papà che si sentiva ancora bimbo. La Cinelli e gli spinaci, Città del Messico 84 e una Fiat 128 verde militare. Strava e il Garmin che non si connette, Paolo e  il KOM perduto alla diga del Pan Perduto. La Umberto Dei, le ossa di un bue e il liceo Parini.
Dal 2 aprile tutto questo e altro nelle migliori librerie.

Paura.

•marzo 11, 2014 • Lascia un commento

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Coraggio, manca poco. 

Tre settimane, giorno più  giorno meno, e ci siamo. Il libro sarà fuori.
Sono tante le cose che avrei da dirvi ancora su “Ma chi te lo fa fare?”. Così tante che penso di non riuscire a dirvi nemmeno le più importanti.
Scrivere un libro non è una cosa semplice: in tanti mi hanno sempre detto che scrivevo bene, soprattutto di bicicletta. Già, ma un libro non è un blog. La scrittura su carta non è quella su vetro. Un capitolo non  è un post scritto di fretta seguendo l’istinto.
Ebbene per capire che non era sufficiente “saper scrivere bene sul blog”, ho dovuto cimentarmi con quasi trecento pagine (eh sì, tanto alla fine è venuto lungo!). Scriverle e riscriverle. Leggerle e rileggerle. E quindi ri-riscriverle una terza e magari una quarta volta.
La domanda, alla fine, era sempre la stessa: ma, di queste mie “pseudo-imprese” ciclistiche, dei miei amici, delle mie granfondo… fregherà mai a qualcuno qualcosa?  Qui non siamo sul mio blog, qui saremo in libreria, in piazza.
Ecco, quando mi sorgeva questa domanda, venivo preso dalla paura. Perché la risposta non la sapevo e continuo a non saperla tutt’ora.
In fondo scrivere di se stessi significa esporsi: mettersi a nudo davanti a perfetti sconosciuti. Non è detto che tu sia così interessante. Quindi, siamo da capo: e se non lo sei?
Insomma, quello che sto cercando di dirvi è che questo libro mi è costato, oltre che piacere ovviamente, anche molta incertezza e timore.
Ora che è sta per uscire (confermo: 2 aprile), mi sento più rilassato. Ormai è fuori di me: quel che è fatto è fatto. Non è più, in un certo senso, cosa mia.
E allora, visto che il tema della “Paura” ricorre spesso anche nel libro, vi lascio con pezzo dedicato a uno dei miei timori atavici di sempre. La discesa.
Non che non le faccia, ma spesso le trovo infinitamente più dure delle salite.
Come quella volta, sempre  in Francia,  in cima al Col du Glandon. Pronto a gettarmi con il paracadute per 25 km di tornanti senza protezioni, boschi pieni di streghe e dirupi ripidissimi. 

(…) In realtà, però, la vera persona che ha paura di questa discesa, mi accorgo, sono io. Sono settimane che ci penso, arrivando pesino a non dormirci la notte. Sono a dir poco atterrito.

La strada che scende dal Col du Glandon presenta una carreggiata stretta, con asfalto imperfetto e tornanti ciechi. Ma, soprattutto, è una strada senza protezioni: no guard rail. Se esci di strada, non sai dove vai a finire. E siamo a duemila metri di quota, circondati da burroni che paiono pronti ad avvolgerti come spire di serpenti.

Io, che le discese le odio già quando sono “normali”, vado giù col terrore dipinto negli occhi. Al terzo tornante, per giunta, chi mi precede ha un attimo di esitazione: blam! Ruota posteriore che scivola su del terriccio depositatosi sull’asfalto per le piogge dei giorni prima, perdita di controllo della bici e volo a pelle di leopardo. Per fortuna, contro la parete più soffice ed erbosa della montagna. Gli passo a fianco tenendo la traiettoria, mentre lui vola, ma capisco che basta un attimo a rovinare una giornata.

Già, dicevo che io le odio le discese già quando sono normali.
Mi fanno una paura fottuta. Da sempre. Sarà che soffro un po’ di vertigini, sarà che l’alta velocità mi ha sempre messo a disagio, mi spaventa moltissimo: in auto non supero mai i centotrenta e, se qualcuno lo fa, chiedo subito di scendere. Quando c’è da buttarsi “a tutta”, sento sempre un brivido corrermi lungo la schiena. Un brivido che inizia a monte e finisce a valle.
Penso ci sia qualcosa di ancestrale in tutto ciò: come detto, in fondo, ognuno in bici ha i suoi punti deboli, il suo tallone d’Achille, la sua kryptonite. I miei compagni sanno che il mio è la discesa se ne approfittano: se do loro cinque minuti in salita, stai certo che me li restituiranno con gli interessi. (…)

(…) è ovvio che per provare il piacere della salita devo per forza accettare anche il conseguente terrore della discesa. Un pacchetto completo. E questa del Glandon è una discesa davvero poco divertente. L’ho vista, prima di partire, in decine di filmati su youtube. L’ho fatto in maniera compulsiva, dal pc dell’ufficio, estraniandomi completamente dal lavoro e dalle mie mansioni. Ho letto i commenti su forum e blog, ascoltato racconti, elucubrato a sufficienza nella mia mente impaurita. Non c’è niente di peggio che non sapere esattamente come sarà una cosa e cercare di immaginarla. I video, i racconti non riescono mai a fugare i dubbi. Anzi, li deformano. Così, quella discesa che ho lì davanti adesso mi sembra un pericolo insormontabile. Eppure la devo affrontare, non ho alternative.

E, ancora una volta, mi domando: ma chi me lo fa fare?(to be continued)

(foto: Gruber Images)

 
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