Improvvisamente l’estate prossima.

•Dicembre 23, 2009 • Commenti disabilitati

Baci a tutti a 11 velocità.

Il 2010 che verrà porterà una cassetta 12-27 a 11 velocità, chiamata Record e tanti sogni. Già lo sapete.
La cassetta e i sogni andranno onorati come meritano. E io dovrò sudarmeli fino all’ultimo pignone. Questa la dolce condanna che mi son scelto.
Meno 6,5 mesi alla MdD 2010. Mezzo anno e una manciata di giorni al Giau.
Li sento lontani. Al di là di questa spessa coltre di neve che s’è frapposta tra me e la mia voglia di bicicletta e di imprese. Quasi a dirmi che non è ancora il momento. Che i giochi si faranno più tardi. Che c’è tempo.
Ma quale tempo?
Sei mesi e mezzo sono niente. Vanno via in un attimo. La ruota se il beve come un bicchier di whisky. D’un fiato. Senza pensarci su.
Eppure, possono bastare. E’ vero. Ci vuole costanza, metodo, rigore. E soprattutto, passione. La vibrazione giusta. Quella che ti fa sentire le cose nel giusto modo: e allora ce la fai. Se manca quella, invece, manca tutto.
Mi apre il cuore la stagione nuova che si spalanca. Sarà tutta una sorpresa. Sarà da pedalare giorno per giorno, a 11 velocità. E, soprattutto, con un obiettivo in grado di scaldare il cuore in ogni suo più remoto ventricolo.
In alto i pignoni, dunque. L’eco del Giau comincia a suonare.

(Foto: A. Leibovitz)

La rivista che non c’è.

•Dicembre 16, 2009 • Commenti disabilitati

Dove osano i pignoni. Quelli veri.

Rouleur is aimed at those people who, like us, are passionate about the sport, but don’t expect to see bike tests and race reports. Instead, the magazine focuses on exquisite photography and writing that really gets under the skin of the great riders and theatres of road racing.

Parole sante. Subito. Cerco un centro di gravità permanente. Che non mi faccia mai perdere il contatto con le ruote e con la mente. Cerco la rivista che non c’è.
Può una rivista avere la grazia e la poesia della pedivella e la penna affilata di un poeta?
Può una rivista non parlare dell’ultimo modello della vattelapesca bike, del professionista che finge di essere pulito e non lo è e di tutte quelle cose di cui le riviste nostrane sono invece colme come una santonorè indigesta?
La risposta è sì. Basta che la rivista non sia italiana. E questa rivista, italiana non lo sarà mai. Tanto che non ho idea di come sia possibile procurarsela, salvo ordinarla online. Beh, se passate di lì, dateci un’occhiata, perché è un pugno nello stomaco. Fatto di amore, immagini e inchiostro. Di quelli che non si scordano. Credo che Gianni Brera solo, forse, avrebbe potuto accedere all’olimpo di Rouleur. Là dove osano le migliori penne del ciclismo, i migliori fotografi del pignone. Una fuga dalla mediocrità e dall’incapacità giornalistica in cui pare essere caduto questo sport.
Parole semplici, secche, per celebrare semplicemente “la bellezza dello sport”. Le foto mettono i brividi, la retina traballa di bellezza pura. Si sogna, signori mei, su Rouleur. Perché in Italia non ne siamo capaci? Perché non riusciamo a togliere le ragnatele dalla vecchia bicicletta di Coppi? Perché tutto trasuda di mediocrità e di chiacchiericcio superficiale?
Manca il sogno, forse, manca la “visione”. Quella a lunga distanza, che guarda oltre l’ostacolo. Quella per cui ad Austin c’è questo negozio e a Londra quest’altro e in Italia, invece, dormiamo. Quella che fa palpitare il cuore e venire idee al cervello. Quella che parte quando scendi di sella e finisce quando ci risali. La bicicletta, aperta parentesi, non finisce quando metti piede a terra: la tua corsa prosegue sull’orlo dei pensieri, lungo la silhouette delle emozioni appena provate, ti fa afferrare una penna, anche virutale, e iniziare il tuo lungo romanzo dell’anima.
No, in Italia, di tutto questo non ne siamo capaci. Non sappiamo guardare oltre i capelli grigi di un Coppi morto cinquant’anni fa, o gli occhi tristi di un Pantani. Nessuno come loro oggi vorrebbe qualcosa di nuovo. Nessuno come loro oggi vorrebbe non aver lasciato un’eredità pesante, ma solo e soltanto un sogno da proseguire.
Rouleur , Rapha: comete impazzite che snobbano il nostro paese. Che si fermano a guardalo sulle cime dei suoi passi mitici, ma addormentati.
Datemi Rouleur, la rivista che (in Italia) non c’è.


Pignoni al sale.

•Dicembre 9, 2009 • Commenti disabilitati

Salite alla ligure, in salsa invernale.

Il mare in inverno non è come d’estate.
Bella forza, direte. No, non è scontato: potrebbe essere semplicemente come d’estate, piatto o burrascoso, blu o grigio, bello o brutto, solo con alcuni gradi centigradi in meno.
Niente di tutto questo.
Le sue sfumature cambiano: si va dal turchese, al viola, al rosato, a quel colore indefinibile che sfoggia quando è una bella giornata o a quello intenso e conradiano che assume quando c’è burrasca.
Ecco, in questi 3 giorni, le ho viste tutte.
Così se sabato era una giornata splendida (come la foto lassopra testimonia), domenica, quando decido di uscire, ovviamente è una giornata pessima. Eppure è bellissima. State a sentire.
Intanto, c’è da dire, che al mare, in inverno, ci sono comunque almeno 10°. E spesso ben di più: ricordo pedalate a capodanno con 18° nelle ore più calde: niente guanti, niente scafandri, niente inverno.
Domenica alle 9, quando decido di far schioccare le tacchette, fa dunque freddino: 7°. La temperatura salirà. Del sole non si vede nemmeno la sagoma. Il vento taglia gli ulivi dell’Aurelia ligure, le nuvole corrono rapide, in successione. Potrebbe venire giù che Dio la manda da un momento all’altro. Il ciclista pericoloso esce.
Dopo una scorribanda pianeggiante nell’intenro, per scaldare i motroi, guadagna, in successione, Chiavari, Lavagna, Cavi, Sestri Levante, Riva Trigoso. E lì inizia a salire. L’ultima uscita, datata 28 novembre, aveva portato con sé neanche 700 m. di dislivello e, soprattutto, una condizione piuttosto – come dire – “indietro”. Bene: c’è da recuperare.
Il ciclista pericoloso pare essere il solo ad avventurarsi verso il Bracco: la strada sale tortuosa, con pendenze clementi, ma comunque impegnative (tra il 6 e l’8%), vuota. Non un’auto, non una moto, non un ciclista. Solo il rumore, bellissimo, degli alberi spogli e del mare, infuriato, in lontananza. Qualche uccello, non so quale, che vola sopra la sua testa. Il profumo intenso dell’erba e del bosco appena bagnati. L’asfalto umido, con qualche rivolo d’acqua che corre a valle. Arrivato a Peiro, si conclude il primo troncone di salita, dopo circa 6,5 km. E’ quello più impegnativo dell’intera salita al Passo del Bracco. Mi fermo a guardarlo, il mare, in lontananza. Sono stato qui, l’ultima volta, ad agosto,  e vi assicuro che sembrano due sostanze diverse. Allora una sorta di brodo, solo appena increspato, carico di un blu acceso; oggi una sorta di lago, verde senza confine, carico di onde insidiose. I paesini abbarbicati come  a cercare una via di fuga. Il cielo di un colore indefinibile: grigio-azzurro e l’aria pulita, forte, per animi caldi.
Volto indietro e torno a valle. Ripeto dunque questo troncone di salita una seconda volta. E poi una terza. Tanto mi piace questa strada. Silenziosa, scappata al traffico (anche d’estate non c’è nessuno, fidatevi), che pare a tratti una salita alpina, a tratti una tortuosa striscia d’asfalto a picco sul mare. Si sale tra boschi, pini, e poca luce e poi, improvvisamente, quando meno ce lo si aspetta, ci si apre al mare
Pieno di odori, colori, e umori, rientro rapido, lungo l’Aurelia fino a Chiavari, faccio gli ultimi 2 km di salita verso Zoagli, fino a casa, accumulando altro dislivello. Sento che la gamba piano piano si sta risvegliando, sta tornando ad essere quella che deve. E, soprattutto, finalmente, sento di aver riempito i miei polmoni di ossigeno vero. Extra-padano.
Nel frattempo, là in infondo, urla e biancheggia il mare. Così uguale. Così diverso.

Totale distanza: 81 km.
Dislivello: 1.210 m.
Tempo: 3:20′ ca.

Dopo i capricci, il lecca-lecca.

•Novembre 30, 2009 • Commenti disabilitati

Finalmente si sale.

Veloce che c’ho fretta. Purtroppo.
Mentre mi iscrivo alla 9 Colli e tutto inizia a girare meglio, sabato finalmente mi dò alla Brianza. L’amata.
Se, come dice “L’autista”, Il Colle è la moglie del ciclista e la Valcava l’amante, allora sabato mi fermo ai primi amori. Monticello e Sirtori, da due versanti. Le prime morose.
Poca roba, ma buona.
A parte le drammatiche sensazioni iniziali: alle prime ondulazioni verso il Monticello, mi sento sul Mortirolo.
Poi le cose iniziano a girare meglio. Mario allunga, io non perdo altro terreno, il buon Giovanni da Bresso, neo acquisto promesso pericoloso, tiene botta.
Tra fuorisella e agilità si guadagna la rotonda domenciale. Si prosegue per le rampette di Sirtrori, che stavolta faccio con maggior scioltezza. Indi, discesa a Perego, e dietro-front. Nuovamente Sirtori e poi rientro. E qui meriterebbe un capitolo a parte: puoi anche pensare di farlo a ritmo regolare, senza esagerare. Ma poi, puntualmente, non ci riesci. Ti trovi infilato in flottiglie di cavalieri dalla pedivella facile che tirano fosennati ritmi folli. Manetta docet. Poi capita anche che sia tu a dare il cambio e allora sciambole. E intanto vedi balenare, nel leggero falsopiano in discesa prima di Lesmo, i 57/h.
Il finale è tutto a 3, fino a Milano. Lancia in resta e sotto a chiacchierare.
Bella uscita davvero, divertente e stimolante come nessuna pianura può mai essere. Con buona pace dei Navigli.
9 Colli e Maratona già in padella. Promesso: da oggi faccio meno capricci.

Totale distanza: 83 km
Dislivello: 650 m.
Media: 27,3/h

(fonte immagine: www.rapha.cc)

Capricci.

•Novembre 26, 2009 • Commenti disabilitati

Mamma, mi porti in salita?

Portatemi là. In cima. Ci voglio andare subito. Capito?
Non tra un’ora, tra cinque minuti o un secondo. Subito. Chiaro?
Su-bi-to!
Ho voglia di salire, non fatemi scendere.
Ho voglia di sentirmi una pulce, non un treno. Voglio volare come una piuma, alta, sorretta solo dal proprio peso. Senza niente da portarsi dietro.
Ho voglia che i campi di grano mi guardino dal basso.
Ho voglia che il bosco mi avvolga, che la roccia mi faccia strada, che gli occhi di una lucertola mi guardino passare.
Ho voglia di manciate di case all’improvviso, di un cane che mi segua salire.
Ho voglia di lavare via la fatica, lo sporco, la ruggine.
Non ne posso più di questi cieli bianchi come il latte scaduto. Di questi acquitrini da risaia, di questi alberi spogli e malmostosi.
Voglio andare dove finiscono le nuvole. Lo sai, mamma, dove finiscono le nuvole?
Ecco, io non lo so più. Dove finiscono le nuvole. Le vedo ovunque.
Come in un sogno, cammino e provo a spostarle. Ma loro, le nuvole, non ne vogliono sapere di andar via. Brutte.
E’ l’inverno, mi dicono. Ma io non lo voglio l’inverno.
Siamo solo all’inizio, rincarano. Ma io voglio essere alla fine.
Voglio il sole. Lo voglio adesso qui. Ah, e non quello pallido che filtra mogio dalle finestre. Voglio quello giallo, arancio al tramonto, turchese quando lo voglio io.
Perché devo aspettare 6 mesi? Uffa, non è giusto.
Mamma, me lo compri un lecca lecca a forma di Stelvio?
Posso invitare il Falzarego a giocare? E il Giau a fare i compiti?
Scalatore sconsolato chiama salita. Rispondete…

quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese.
voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.
quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino.
per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.
quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione.
non aveva abitudini. sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via.

(Peter Handke)


Porta il cuore. Lascia a casa il cervello.

•Novembre 23, 2009 • Commenti disabilitati

Pioggia, quale pioggia?

Piove. Pedivella ladra.
Che ci rubi, anche sotto Giove pluvio. Ci strappi agli affetti familiari anche quando persona sana di mente mai lo farebbe.
Pedivella ladra che non sei altro.
Si sguazza gai, nel fango novembrino. Si schizza come biglie impazzite, funamboli della domenica. Noialtri, mica si sta in panciolle quando piove.
Si va su, verso Novara e Magenta, risalendo il corso d’acqua mulinellante che i Milanesi solgon chiamare “Naviglio”. Si va su per Robecchetto, Albairate, Boffalora: assieme al Naviglio rutilante d’acque, si risalgon’ anche le vecchie abitudini. Qui hai imparato a pedalare da corsa. Senza le rotelle urbane. E quelle del cervello. Libero nella mente, libero nelle gambe. Qui hai imparato le prime “cotte”. Ricordi quella volta, quando all’improvviso la luce si spense, la vista s’annebbiò e il contachilometri non ne voleva sapere di salire  sopra i 25? Ricordi il bar “Caffè Nero Bollente” di Corsico e la tua, la vostra, caduta a precipizio come due profughi uzbeki sulla vetrinetta delle brioches? Ricordi le energie svanite, il tuo corpo prossimo allo svenimento, per l’ingenuità di non essersi portati dietro manco una barretta? Ricordi, eh, caro pericolosetto?
Certo che ricordi. Tu e il tuo amichetto. Ah, quanto s’era ingenui. Beata gioventù.
A quasi due anni due di distanza, noialtri s’è tornati sul luogo del delitto. Il Naviglio Grande,  fino a Boffalora. Già ma il Bar Caffè Nero Bollente non v’è più. Una moderna gelateria ha preso il suo posto. Segno dei tempi che cambiano.
Ma che belli ieri questi blandi 75 km sotto l’acqua, in mezzo al fango. Una settimana di cielo bianco lattiginoso, sufureo, depresso. Una settimana di Milano con tutti i suoi crismi tardo-autunnali. E poi la pioggerella, il fango che si forma inevitabile lungo la strada, la bici che si inzacchera come una vecchia lepre spelacchiata. La settimana della mota, eccola qua.
Che bella pedalata, allegra, la pioggia ci faceva un baffo. Okay, qualche scivolata c’era, ma l’equilibrismo prendeva rapido il sopravvento mantenendoci saldi in sella.
Giunti a casa, la bici da ripulire. Tu pure. Come un bimbo tornato dai campetti dell’oratorio.
‘Fanculo la maturità, il raziocinio, la ragionevolezza. Il cuore ha sempre ragione.

Totale distanza: 75 km (pianura)

Il trattamento Ludovico.

•Novembre 19, 2009 • Commenti disabilitati

Trapianto di cuore a 11 velocità, per la mia bella.

Ecco, lo vedete quel coso lassopra?
Quel cuore pulsante, con tutti i suoi ventricoli di pura perfezione meccanica, le sue coronarie d’acciaio, le sue pulsazioni precise al centesimo infinitesimale. Ecco, quello sarà il mio regalo di Natale.
Elaborata la mia bambina, conto di partecipare a Giro e Tour e di vincerli. Entrambi.
Ogni ciclista pericoloso che si rispetti si fa un regalo di Natale. Ogni ciclista pericoloso che si rispetti, verso metà novembre, inzia  si gingillarsi di giocattoli luccicanti. Assolutamente inutili. Assolutamente incomprensibili ai più. Assolutamente chiarissimi e utilissimi a lui.
Ogni ciclista pericoloso che si rispetti, a novembre comincia a elucubrare di “necessari” cambiamenti da apportare alla sua belva per la “nuova stagione”.
Ove di necessario non c’è mai niente. Se non la voglia matta del suddetto.
Bene. Questa volta la faccio grossa.
Questa volta, il “componente pericoloso” è davvero pericoloso.
Roba da far tremare i Pirenei tutti.
il Rolex delle pendenze, la belva da  11 velocità, il peso piuma dei pesi piuma è pronto a fondersi con la mia bimba in carbonio.
Altissima tecnologia, le più innovative soluzioni tecniche, i migliori materiali.
Signore e signori, ecco a voi la Mercedes degli scalatori, i Rolling Stones dei pacco pignoni, l’LSD dei grimpeur. Il Record 11 velocità.
Possibile cassetta da 12-27. Ma la casa italica ha già in catalogo per l’anno a venire, un autistico 12-29. per malati di Zoncolan. Quest’ultimo probabilmente eccessivo anche per il sottoscritto.
I nuovissimi e comodissimi comandi Ergopower consentono di scalare fino a 5 pignoni in una sola cambiata. Roba armstronghiana.
La cambiata, trasmessa da nuovissimi cavi, è silenziosissima e precisa come poche cose al mondo.
La catena scorre come un fiume immerso nel bosco del deragliatore. La guarnitura ruota come una valvola cardiaca in perfetta simbiosi con la pedivella.
Il record 11 v sfrizzolerà il velopendulo del grimpeur. Contador, a noi due.
Dunque, il trattamento ludovico, previsto per l’avvio dell’anno nuovo, trasformerà la belva in una lince da salita, in una saetta da boschi, in una scheggia da dislivello.
la belva è pronta a entrare in clinica. Il sottoscritto pure.

Storie di mala milanese.

•Novembre 9, 2009 • Commenti disabilitati
Immagine 6

Strette di mano pericolose, sabato, lungo il Naviglio.

I Milanesi ammazzano al sabato. E sabato fu.
L’incontro fatidico, casuale ma mica tanto, avvenne.
Nei pressi della Canottieri, lungo il corso d’acqua che gli spietati nocchieri della Milano più malfamata e pericolosa della pedivella usano percorrere nelle loro scorribande senza preavviso. Lungo la strada del rientro, quando le endorfine stanno già facendo il loro porco dovere, quando ti appresti a rivestire i panni del comune cittadino, ecco che proprio allora, il ciclista pericoloso incontra il boss dei Manetta (se, arrivati a questo punto, vi state chiedendo “Manetta? Che d’è?”, vi rimando qui, oltre che a settembre).
Giubba bianca con teschio incastonato nella corona centrale, simbolo della Milano Manetta, per lui. Sobrio completino campagnolo doc, sciancrato, per l’altro.
E poi, stigmate come cicatrici su ogni parte del corpo: il Manetta dei Manetta possiede delle placche chiodate nell’anca, svariati sfregi sulle gambe, e ha al suo attivo infinite cadute. Ciò che non l’ha distrutto, l’ha reso più forte. E cattivo. Corsaro dei pignoni, egli vive la doppia vita che ogni ciclista che si rispetti è destinato a vivere: di giorno in comodi panni dell’uomo della porta accanto, di notte (leggasi durante le uscite) quelli del ciclista maledetto. Drogato del proprio sport, malato di endorfine. Degno della penna maledetta di Easton Ellis.
I due destrieri si fermano, stretta di mani, massimo rispetto. Era destino, sì. Io non credo al caso, sento le cose nell’aria. Le trame pericolose nel mondo del reggisella integrato sono destinate a intrecciarsi tra loro.
Come due membri di gang diverse, o due boss mafiosi, uno ancora in erba, l’altro ben più navigato, l’incontro per il controllo del territorio avviene.
Stretta di mano, sguardi che scorrono rapidi al movimento centrale e al pacco pignoni altrui, ancora fumante, poi via: le mogli chiamano all’adunata nelle reciproche magioni.
Promesse di incontri pericolosi da reiterare a breve, lungo le lande brianzole.
Tornando a noi. Poca cosa, sabato mattina: 60 km, un paio d’ore circa, pianura, agilità. Poco il tempo. Brutto il tempo: piove che Dio la manda un giorno sì, l’altro pure.
Ancora lontani e assonnati, i profili del Giau e del Barbotto.

Totale distanza: 60 km (pianura)

L’uomo che sognava lo Stelvio.

•Novembre 6, 2009 • Commenti disabilitati

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Ritratto di Sua Maestà, con zucchero a velo.

Lo Stelvio è talmente alto che se non lo fai tra luglio e agosto, sono cazzi.
Sei già tagliato fuori: basta un abbassamento di temperatura preautunnale o, a seconda del calendario, tardoprimaverile e via, gambe all’aria. Niente Stelvio.
Una volta, un amico (l’autista), puntata la sveglia alle 4 del mattino, in pieno agosto, s’è trovato l’auto in panne. Scherzo del destino. Niente Stelvio.
Ma io continuo a sognarlo la notte, sua maestà. I suoi tornanti inquadrati da mille scatti fotografici. La sua lunghezza, epica. Il suo vocione altisonante da orco. Le streghe e le marmotte abbarbicate tra le rocce, l’Overlook hotel-rifugio in cima. D’inverno c’è Jack Torrens che vi si aggira, scure in mano.
Oggi, navigando, ho trovato questa foto. Guardate che bellezza. I primi rigori, quasi risibili, di un inverno che ancora non s’è fatto uomo.
Oggi me lo immagino così, lo Stelvio. Con quella leggera spruzzata di neve a velo. Come un pandoro Maina appena scartato e cosparso di zucchero. Nulla più. E quei tornanti che paion tracciati col coltello, leggeri leggeri, quasi a non dar fastidio.
Io me lo immagino così. Sento che non può uno scalatore non averlo ancora scalato. Sento che non si può lasciarselo scappare durante l’arsura estiva.
Lo Stelvio vive pochi mesi l’anno. Gli devi saltare in groppa. Come una bestia selvaggia, altrimenti ti mette lui piede a terra per tutto l’anno. E poi te lo sogni, come sto facendo io ora.
Ma guardate quella foto, che meraviglia.
Vien voglia di staccarne una fetta.

(fonte immagine: Cycling Challenge)

Rientri.

•Novembre 3, 2009 • Commenti disabilitati
Io primo piano

I'm back.

Allora, veniamo a noi. E a qualche spiegazione.
Ero fermo da quasi un mese. Motivi fisici.
E’ stato bello tornare in bici. Un raggio di sole, e il motore riparte. Certo, un po’ ingolfato. Ci mancherebbe. Ma riparte, festante e godereccio.
E’ un po’ come fare l’amore dopo un po’ che non lo si faceva. Hai subito voglia di rifarlo.
Le sensazioni sono molteplici, forti, intense. E’ come riappropriarsi si una parte di sé stessi, del proprio corpo.
E anche se per poco, tornare bambini. E capire che il fisico può quello che la mente, invece, ahimè, non può. Leggasi “benessere”.
Ma poi arrivano le note dolenti: ansia da prestazione.
Non ho fatto che 70 km , e di pura pianura, in agilità, che già avevo il terrore di non riuscire più a raggiungere quei 40/h che solo un mese fa tenevo comodamente.
No, la gamba non gira così. A comando.
Dunque, l’ansia.
Oddio ce la farò a tornare quello di un tempo?
Oddio, ora arriva l’inverno, la galaverna, il freddo: impossibile tenere un allenamento costante.
Oddio, mancano meno di 9 mesi alla Maratona dles Dolomites, il lungo mi aspetta al varco, come farò?
Queste le ansie da rientro del ciclista pericoloso.
Ma sono ansie di fronte alle quali sorridere. E’ bello essere di nuovo in sella. E che sella: una SMP test, gentilmente offerta in prova dal caposquadra.
Quindi, domenica uscita in solitario: due ore e mezza non di più, lungo i Navigli. Tra foschia ancora non facentesi nebbia, e primi rigori tardo-autunnali seri. Prima uscita “in lungo”, completino Campagnolo doc. Ero un figurino.
La belva caracollava allegra lungo la bruma padana, e la frequenza di pedalata saliva placidamente. Niente dislivello, gambe mulinanti, uso compulsivo del 34. Poi rientro con il 50 e lancia in resta. Subito fiaccata e resa vana dal mese di stop. Gambe dure, ma fiato buono: la piscina ha fatto il suo dovere. Comunque, sensazioni inebrianti. Come essersi fatti di oppiacei.
Tornato bimbo, tornato dai bimbi.

Totale distanza: 70 km (pianura)
Tempo: 2:25′
Agilità.