Ci vediamo lì.

•aprile 11, 2014 • 1 commento

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Bene, ci siamo. Libro uscito, presentazione ufficiale con tanto di FRANCESCO MOSER e TITO BOERI, in rampa di lancio.
Come mi sento?
Come l’acqua minerale.
Gasato, ma molto agitato.
Evitate di scuotermi prima dell’uso.
Due parole sulla presentazione: no, non sarò in mutande. No non mi spoglierò per mostrare i miei glabri polpacci.
Si svolgerà a Milano, in un luogo a me molto caro: UPCYCLE BIKE CAFE’ Il Bike Café Restaurant di cui sono socio. Un luogo nuovo, diverso, dove la bici è ovviamente protagonista.
Per l’occasione Moser e Boeri, responsabile scientifico del Festival dell’Economia di Trento, intrdodurranno Pedala con Francesco Moser, una pedalata cicloturistica di 60 km che si terrà a Trento il 1 giugno 2014, nei giorni del Festival.
Inutile dire che per me sarà un’emozione oltre che un onore sedermi tra cotanti individui.
Di Moser ho parlato molto nel libro: assieme a Saronni erano il mio Milan-Inter parallelo di quando ero bimbo. Due nomi così familiari da essere diventati una parola sola. Ho dedicato un capitolo intero, il nono (se non ci siete ancora arrivati, allora non leggete l’anticipazione qui sotto), ai due. Ve ne lascio un pezzo. Magari poi continuiamo a parlarne mercoledì. Ci vediamo lì.

(…) Moser e Saronni. Due bandiere tricolori in grado di competere con i più grandi campioni stranieri di allora. Anche perché erano le uniche. L’Italia si lasciava accendere con orgoglio da questa rivalità, quasi un duello, una sfida dal sapore antico e dimenticato. In sostanza, era dai tempi di Coppi e Bartali che non si pronunciavano due nomi che viaggiavano attaccati quasi fossero una parola sola: “MoserSaronni” come “Coppi&Bartali”. Una volta Saronni ha dichiarato: “Senza Moser, la mia carriera non sarebbe stata la stessa, credo lo stesso valga per lui”.

Si dice abbiano poi litigato vita natural durante fino ai giorni nostri ma non so se crederci o meno. Leggenda vuole che i due non si sopportassero proprio, non solo sportivamente, ma anche per lo stile di vita. Moser più bartaliano e ruspante, Saronni più aristocratico, quasi snob, coppiano dentro. Trent’anni dopo, cioè oggi, pare abbiano fatto pace. Uno, Saronni, è direttore sportivo di una prestigiosa squadra di ciclismo italiana: la Lampre Merida. L’altro, Moser, coltiva vini, da buon trentino, nelle sue terre e nel frattempo tira il collo al nipote Moreno, neo professionista. Buoni buoni, zitti zitti. La pace l’hanno sicuramente fatta, se l’hanno fatta, davanti a un bicchiere di Sanzorz .

Quando però ancora correvano, i due lo facevano da acerrimi rivali, dandosi regolarmente il cambio nelle vittorie, anche alla Sei Giorni di Milano. Dal ’79 all’85, praticamente un anno l’uno un anno l’altro, salirono a turno sul gradino più alto del podio, proprio al Palazzetto dello Sport di via Teodosio. Era oggi giunto il giorno del mio battesimo.

Il nonno mi passa a prendere presto. Ha avuto i biglietti dopo una lunga coda sotto l’acqua e non vuole lasciarsi scappare l’occasione: il “sò neutt” (“suo nipote” in dialetto milanese) è tempo che venga “educato” al ciclismo. Quello vero, fatto di duelli epici.

 Al Palasport parcheggiamo senza problemi, tutto il piazzale che conteneva stadio di San Siro e Palazzone era un immenso parcheggio a cielo aperto. Nell’eldorado milanese dello sport messo a disposizione dei cittadini. Miracolo di una città da bere che voleva credersi New York.

Il colpo d’occhi all’interno è impressionante, di quelli che ti si fissano a lungo nella mente, un po’ come la prima volta allo stadio. Un enorme cerchio con un ovale, la pista per il ciclisti, al suo interno, illuminato come fosse un palcoscenico. I seggiolini sono pieni in ogni ordine di posto, altro spettacolo nello spettacolo. Il fotografo inglese Gerry Cranham, oggi ottuagenario, all’epoca fotografo specializzato nelle Sei Giorni, ha detto recentemente della sua prima volta in un velodromo: “La prima cosa che mi colpì fu l’odore. L’aria era un’incredibile mistura di fumo di sigari, patatine fritte e maionese, e poi l’atmosfera: sembrava di essere al circo”. Esatto, appena entrato, vengo avvolto da una zaffata incontenibile di pop corn e, soprattutto, mi aspetto acrobati e clown più che ciclisti in tutina aderente. Un circo equestre di varia umanità e un’atmosfera che da adulto avrei osato definire, credo, felliniana: mi pare ci fosse persino la banda e poi lei, la campanella, a bordo pista, pronta a suonare per l’ultimo sprint. (to be continued in libreria o su kindle)

 

Niki Lauda e io.

•marzo 31, 2014 • Lascia un commento

Cosa c’entra Niki Lauda con me, con il ciclismo, e soprattutto con il mio libro?
E Ricky Cunningham di Happy Days?
Eh, cari miei: ancora poco. Dopodomani la risposta la trovate in libreria (e anche in ebook). Nel frattempo vi stuzzico ancora un po’ l’appetito (dal capitolo 11).

(…) Niki Lauda è nato a Vienna, in Austria, il 22 febbraio del 1949.

È stato tre volte campione del Mondo di Formula 1, due con la Ferrari: nel 1975 e nel 1977. Il primo agosto del ‘76 rimane vittima di un gravissimo incidente, durante il Gran Premio di Germania, a Nürburing: l’auto sbanda, viene centrata in pieno da un’altra che sopraggiunge e prende fuoco. Lauda ne esce con il viso sfigurato per sempre a causa delle gravissime ustioni.

Lo stesso anno, in testa al campionato del mondo, nell’ultimo decisivo Gran Premio, in Giappone, Niki si ritira: piove troppo, non riesce a guidare, gli passano davanti agli occhi le immagini di sua moglie e, soprattutto, del suo incidente. La vita vale troppo per rischiarla così, e Lauda rientra ai box. Perde il Mondiale lasciando la vittoria al  suo rivale, James Hunt.

 È un giorno di ottobre e, guarda caso, piove. Sto uscendo dal cinema, ho portato Fabio e Mattia a vedere Rush, il bellissimo film di Ron Howard che racconta proprio la storia di Niki Lauda. È passato poco più di un mese dall’Ötztaler Raadmarathon e la prima cosa a cui penso, dopo il fim, è proprio a quel sabato della vigilia. 
(…) (ADESSO BASTA, SE NON NON ME LO COMPRATE PIU’)

 

2 aprile.

•marzo 21, 2014 • Lascia un commento

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CON LA STRAORDINARIA PARTECIPAZIONE  (IN ORDINE RIGOROSAMENTE SPARSO) DI:
Francesco e Moreno Moser, José Mourinho, Friedrich Nietzsche e Sean Penn, Felice Gimondi, Niki Lauda e James Hunt, il Palazzone dello sport e la famosa nevicata dell’85, Pino Roncucci e Marco Pantani, Mario l’avvocato e Nico l’autista, Friedrich Hölderlin e il pericolo che salva, i Gormiti ed Eddy Merckx, Juri Keki e i playmobill. Karl Heinz Rumenigge, Herman Melville e il Parco di trenno la domenica pomeriggio. David Bowie e l’Alpe d’Huez, Reinhold Messner e l’ossigeno sopra i 2000 metri. Emilano il farmacista, Cornaredo e il Galibier, Marco -il Commisario – Saligari e Salgari Emilio. La storia di una banana nella neve e di un piatto di spaghetti a colazione. Caludio il gelataio, Matteo l’ortolano ed Enrico il meccanico. La trattoria Caffè Nero Bollente, la crostata al ponte di barche di Bereguardo e questi ciclisti che non mangiano mai abbastanza. San Carlo da Valcava, Santi Daniele e Luca da Cernusco. Gibo Simoni, il Vivione e qualche cazzotto con il Piccolo Principe. Mio papà, Freud e una sauna da un milione di dollari nel Tirolo. Beppe Saronni, Hansi Müller e The Unforgettable Fire degli U2. Bradley Wiggins e gli Who, Pietro che va di notte e il castrato sul Ciola duro da digerire. La grandine sul Gardena e la neve sul Rombo. Nürburgring 1976, Il Monte Fuji  e Sölden 2013, un gruppo di tedeschi ubriachi con le gambe pelose, San Giovanni da Falcade e Maximilian il giornalista impavido. Pavel Tonkov e il Carpegna, le barrette alle maltodestrine del Lautaret e le crostatine Mulino Bianco di Sirtori. Stanley Kubrick, Bruce Springsteen e Quentin Tarantino. il Colle Brianza, Capo Horn e il Santiago Bernabeu. La storia di un sms che consigliava abbigliamento adeguato e quella di  un sole che spaccava le pietre in cima al  Giau. Lo Stelvio, Il Valles , il Pordoi e, non ultima, la Forcella Staulanza. La galleria sul Gavia, un freezer, Pinocchio, Geppetto e la balena. Michele Scarponi, le Tre Cime di Lavaredo e la storia di un té caldo finito in un paio di guanti ghiacciati. Il professore che preparava le conferenze in bicicletta, le endorfine e altri incantesimi della domenica mattina. La voglia di strafare il sano e brutale senso dei  limiti. Il Mortirolo (non compare mai ma c’è sempre e comunque) , il Superghisallo e la Colma di Sormano. Malga Ciapela e la Marmolada che non arrivava mai. Il cuore in gola dopo 174 chilometri di strade francesi, Feltre e le dolomiti bellunesi. Il sergente nella neve, Mario Rigoni Stern e il Passo Falzarego-Valparola. la Valvestino e il Lago di Garda. Quello di Misurina, Canazei, e Bartali che sbaglia strada. Coppi che va in fuga ma gli si gonfia la vena. Maledetto quel bivio. Il parquet di casa nuovo di zecca e le tacchette Keo sporche di fango. La paura di un’anziana signora per i ciclisti in inverno, il nonno, le patatine San Carlo e la Villa Reale di Monza. Fabio, Mattia, Francesca e la storia di un papà che si sentiva ancora bimbo. La Cinelli e gli spinaci, Città del Messico 84 e una Fiat 128 verde militare. Strava e il Garmin che non si connette, Paolo e  il KOM perduto alla diga del Pan Perduto. La Umberto Dei, le ossa di un bue e il liceo Parini.
Dal 2 aprile tutto questo e altro nelle migliori librerie.

Paura.

•marzo 11, 2014 • Lascia un commento

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Coraggio, manca poco. 

Tre settimane, giorno più  giorno meno, e ci siamo. Il libro sarà fuori.
Sono tante le cose che avrei da dirvi ancora su “Ma chi te lo fa fare?”. Così tante che penso di non riuscire a dirvi nemmeno le più importanti.
Scrivere un libro non è una cosa semplice: in tanti mi hanno sempre detto che scrivevo bene, soprattutto di bicicletta. Già, ma un libro non è un blog. La scrittura su carta non è quella su vetro. Un capitolo non  è un post scritto di fretta seguendo l’istinto.
Ebbene per capire che non era sufficiente “saper scrivere bene sul blog”, ho dovuto cimentarmi con quasi trecento pagine (eh sì, tanto alla fine è venuto lungo!). Scriverle e riscriverle. Leggerle e rileggerle. E quindi ri-riscriverle una terza e magari una quarta volta.
La domanda, alla fine, era sempre la stessa: ma, di queste mie “pseudo-imprese” ciclistiche, dei miei amici, delle mie granfondo… fregherà mai a qualcuno qualcosa?  Qui non siamo sul mio blog, qui saremo in libreria, in piazza.
Ecco, quando mi sorgeva questa domanda, venivo preso dalla paura. Perché la risposta non la sapevo e continuo a non saperla tutt’ora.
In fondo scrivere di se stessi significa esporsi: mettersi a nudo davanti a perfetti sconosciuti. Non è detto che tu sia così interessante. Quindi, siamo da capo: e se non lo sei?
Insomma, quello che sto cercando di dirvi è che questo libro mi è costato, oltre che piacere ovviamente, anche molta incertezza e timore.
Ora che è sta per uscire (confermo: 2 aprile), mi sento più rilassato. Ormai è fuori di me: quel che è fatto è fatto. Non è più, in un certo senso, cosa mia.
E allora, visto che il tema della “Paura” ricorre spesso anche nel libro, vi lascio con pezzo dedicato a uno dei miei timori atavici di sempre. La discesa.
Non che non le faccia, ma spesso le trovo infinitamente più dure delle salite.
Come quella volta, sempre  in Francia,  in cima al Col du Glandon. Pronto a gettarmi con il paracadute per 25 km di tornanti senza protezioni, boschi pieni di streghe e dirupi ripidissimi. 

(…) In realtà, però, la vera persona che ha paura di questa discesa, mi accorgo, sono io. Sono settimane che ci penso, arrivando pesino a non dormirci la notte. Sono a dir poco atterrito.

La strada che scende dal Col du Glandon presenta una carreggiata stretta, con asfalto imperfetto e tornanti ciechi. Ma, soprattutto, è una strada senza protezioni: no guard rail. Se esci di strada, non sai dove vai a finire. E siamo a duemila metri di quota, circondati da burroni che paiono pronti ad avvolgerti come spire di serpenti.

Io, che le discese le odio già quando sono “normali”, vado giù col terrore dipinto negli occhi. Al terzo tornante, per giunta, chi mi precede ha un attimo di esitazione: blam! Ruota posteriore che scivola su del terriccio depositatosi sull’asfalto per le piogge dei giorni prima, perdita di controllo della bici e volo a pelle di leopardo. Per fortuna, contro la parete più soffice ed erbosa della montagna. Gli passo a fianco tenendo la traiettoria, mentre lui vola, ma capisco che basta un attimo a rovinare una giornata.

Già, dicevo che io le odio le discese già quando sono normali.
Mi fanno una paura fottuta. Da sempre. Sarà che soffro un po’ di vertigini, sarà che l’alta velocità mi ha sempre messo a disagio, mi spaventa moltissimo: in auto non supero mai i centotrenta e, se qualcuno lo fa, chiedo subito di scendere. Quando c’è da buttarsi “a tutta”, sento sempre un brivido corrermi lungo la schiena. Un brivido che inizia a monte e finisce a valle.
Penso ci sia qualcosa di ancestrale in tutto ciò: come detto, in fondo, ognuno in bici ha i suoi punti deboli, il suo tallone d’Achille, la sua kryptonite. I miei compagni sanno che il mio è la discesa se ne approfittano: se do loro cinque minuti in salita, stai certo che me li restituiranno con gli interessi. (…)

(…) è ovvio che per provare il piacere della salita devo per forza accettare anche il conseguente terrore della discesa. Un pacchetto completo. E questa del Glandon è una discesa davvero poco divertente. L’ho vista, prima di partire, in decine di filmati su youtube. L’ho fatto in maniera compulsiva, dal pc dell’ufficio, estraniandomi completamente dal lavoro e dalle mie mansioni. Ho letto i commenti su forum e blog, ascoltato racconti, elucubrato a sufficienza nella mia mente impaurita. Non c’è niente di peggio che non sapere esattamente come sarà una cosa e cercare di immaginarla. I video, i racconti non riescono mai a fugare i dubbi. Anzi, li deformano. Così, quella discesa che ho lì davanti adesso mi sembra un pericolo insormontabile. Eppure la devo affrontare, non ho alternative.

E, ancora una volta, mi domando: ma chi me lo fa fare?(to be continued)

(foto: Gruber Images)

d’Huez.

•febbraio 26, 2014 • Lascia un commento

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Dove eravamo rimasti? 

Ah sì che non scrivevo da un po’. Chiedo venia ma l’assenza era giustificata: fervono i preparativi, le messe a punto, gli ultimi ritocchi, una consonante qua, due vocali là. Insomma ci siamo. 
“Ma chi te lo fa fare”, collana Wild di Fabbri Editori – Rizzoli RCS, sarà nelle librerie dal 2 aprile. 
Niente pesce, solo carne: è tutto vero, gli scaffali già fremono nell’attesa.
Ieri son stato in Feltrinelli e ho chiesto di me, facendo finta di non conoscermi: “mi scusi, sa mica per caso di quel libro sulla bicicletta, quello di quell’autore… come si chiama, mannaggia ce l’avevo sulla punta della lingua…”
Udite udire: il volume appare già tra i prossimi arrivi.
E io già me la faccio sotto: piacerà? Non piacerà? A qualcuno gliene fregherà qualcosa dei sogni e delle avventure di un ciclistapericoloso? 
Mentre sfogliavo le bozze, in questi giorni, ho riletto alcuni pezzi e mi sono emozionato. Non tanto per come sono scritti, quello lo giudicherete voi, quanto perché raccontano di momenti  indimenticabili per me ciclisticamente parlando.  
Ogni cicloamatore che si rispetti ha una sua “Bildung” a pedali: fatta non tanto di letture o romanzi di formazione, ma di salite, passaggi obbligati, riti iniziazione a luoghi sacri del ciclismo.
Se non hai fatto la Valcava, ad esempio, non sei uno scalatore brianzolo.
Se non sei andato sul Gavia, non sai cosa vuol dire cominciare a ragionare sopra i duemila metri. 

Se non sei mai andato sulle Dolomiti, non sei mai stato nella terra con non conosceva le pianure.
Bene. Tra tutti questi luoghi sacri, templi consacrati al Dio pedale, ce n’è stato uno che mi ha colpito più di altri: non tanto per la sua difficoltà (trattasi di salita non certo impossibile, per quanto contenga diversi tratti sopra il 10%), ma per l’effetto che mi fece quando la vidi per la prima volta. Dopo averla ammirata tante volte in tv, nelle immagini del Tour de France, eccola che mi si è parata davanti un afoso mattino di luglio.
All’improvviso mi sono fatto piccolo piccolo, come un calciatore che calca per la prima volta l’erba sacra del Santiago Bernabeu o un velista che doppia Capo Horn.
Signore e signori, ecco a voi l’Alpe d’Huez. 

L’Alpe d’Huez. L’ultima fatica.
Con Luca e Daniele l’ho perlustrata tutta ieri, il giorno prima della gara. In auto, arrivando da Milano, non potevamo che fare questa strada: avevamo prenotato una camera tripla in un residence lassù in cima. Un residence, devo dire, piuttosto spartano: ci hanno messo in mano coperte e lenzuola come fossimo in caserma e i letti abbiamo dovuto farceli da soli. Del resto, tutto a questa Marmotte è un’esperienza un po’ militaresca.

Mentre salivamo in auto, l’Alpe ci ha fatto un’impressione pazzesca: già dalla prima rampa e dal primo tornante, il cuore ci è balzato in gola. La cattiveria infinita degli organizzatori per averla posta a fine gara ci è sembrata spietata. Arrivare qui, quando hai già qualcosa come 160 km e 4 mila metri di dislivello nelle gambe, non è un gioco. È una forma di sadismo bella e buona.

Mentre il nostro minivan, con le bici stipate, due nel bagagliaio e una sul tetto, caracollava, scalando le marce per la pendenza severa, ci siamo chiesti in che condizioni l’avremmo affrontata in gara. Ci siamo risposti da soli, con un silenzio assordante. Nell’abitacolo nessuno fiatava, solo il motore bofonchiava qualcosa e neppure in modo troppo chiaro. Eppure, via via che salivamo, la storia del ciclismo si è impossessata dei nostri occhi. Lungo la salita che porta all’Alpe d’Huez, nei pressi di ognuno dei sui ventuno stramaledetti tornanti, è posto un cartello su cui c’è scritto ogni volta un nome diverso: quello dei ciclisti che su questa salita hanno vinto almeno una volta. È come fosse una hall of fame del dislivello. Da Coppi ad Armstrong, passando per Pantani, Ivan Mayo, Gianni Bugno, Hinault e Frank Shleck, ognuno di loro è arrivato primo in una tappa del Tour de France. E a ognuno di loro è dedicato un tornante di questo tempio sacro.

L’asfalto è una sorta di enorme tela di striscioni permanenti scritti dai tifosi, cuciti tra loro dalla storia. Qui nessuno li cancella: sono un patrimonio da conservare e lasciare alle generazioni future quasi fossero lunghissimi geroglifici o incisioni rupestri.

Mano mano che salivamo, il paesaggio andava cambiando. Ogni curva lasciava intravedere un pezzetto in più del villaggio che ci aspettava in cima: una stazione sciistica ultra moderna, una sorta di Las Vegas dei ghiacci. L’Alpe d’Huez offre uno spettacolo inquietante. Se non ci vieni in inverno per sciare, l’unico altro motivo che potrebbe spingerti a salire quassù è il Tour de France. O la Marmotte, se non hai proprio tutte le rotelle a posto. (to be continued)

(foto: Gruber Images)

Favole al telefono.

•febbraio 14, 2014 • Lascia un commento

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Sono passati 10 anni.
E parlare di Pantani è già diventato un inutile esercizio retorico.

Pantani è stato un mito, una rock star, un omino piccolo che ha fatto ingigantire nove milioni di Italiani.
Parlare di Pantani è come parlare di Coppi. Tanto vale non farlo.
E allora perché lo faccio? Non lo so,
 e il bello è che non l’ho fatto mica solo qui. No, ne ho scritto per pagine e pagine: un intero capitolo del mio libro (sotto ne trovate una breve anticipazione).
Pantani ha vissuto soltanto trentaquattro anni. Trentaquattro. Un lampo, una saetta a ciel sereno.
E la sua grandezza estrema l’ha regalata, se possibile, ancora più in fretta. Come una candela che brucia da due lati contemporaneamente, in soli tre mesi: da maggio a luglio del 1998.
In quei tre mesi si compì un’impresa di quelle che restano nella storia.
Come i gol di Paolo Rossi e gli slalom spietati di Alberto Tomba.
Perché in fondo, dopo tutto, Pantani era uno cocciuto. Altro che fragile.
Come faccio io a saperlo?
Semplice: ho fatto una telefonata. 

PS: per districarsi nel marasma di celebrazioni di questi giorni, a chi fosse interessato, segnalo la proiezione in 100 sale italiane (a Milano è al cinema Odeon), per i soli 17,18,19 febbraio, del film “Morte accidentale di un ciclista” di James Erskin. Il titolo originale (da noi inspiegabilmente cambiato in un generico “Pantani”) è bellissimo, una dotta citazione. Direi che anche il trailer promette bene. Io andrò sicuramente a vederlo.
Ad ogni modo, trovate tutte le info (su sale orari e giorni) qui.

(…) Dall’altra parte del telefono c’è Pino Roncucci.
Pino Roncucci è stato il primo direttore sportivo di Marco Pantani quando correva ancora come dilettante.

Pino comincia a raccontarmi Pantani come fosse suo figlio.

(…) Marco era un cocciuto, uno che sapeva fin dall’inizio il fatto suo: in tanti ci avevano perso la pazienza con quel ragazzo, molti avevano rinunciato. “Ma se vuol provarci lei, Roncucci…”

Sì. Vuol provarci lui. Pino Roncucci da Forlì. Ne è certo.

Anche perché quel ragazzo di Cesenatico, gli dicono, farebbe carte false per venire proprio nella sua squadra, la Giacobazzi. “Già, ma perché proprio nella mia squadra? Perché proprio alla Giacobazzi?” si domanda Pino: non capisce, non gli torna, ma ne è ormai incuriosito. Poche volte ha visto una determinazione così caparbia in un giovane dilettante. “E se poi non ascolta neanche me? Mah, cominciamo intanto a vederlo: gli organizzo un bel test. Di quelli come dico io. E poi vediamo…”

Così lo invita a Forlì, nel suo territorio, in un centro specializzato.

Lì gli misurano pressione, massa magra, massa grassa, lo sottopongono alle prove da sforzo, poi allo spirometro, infine gli preleveranno sangue e urine e chissà cos’altro. Lo passano al setaccio, da capo a piedi. E lui, Marco, tace e lascia fare.

Pino monitora tutto minuziosamente di persona, con attenzione maniacale: vuole vederlo ai raggi x questo Pantani così spavaldo che vuole spaccare il mondo di testa sua.

La Giacobazzi è uno dei team più forti in Italia nell’ambito dei dilettanti, una squadra che vince sul serio. Per scelta, da anni prendono solo atleti di prima fascia. Questo Pantani sarà all’altezza?

Il test non dà risultati incoraggianti. No.

Dà responsi che hanno dell’incredibile: impressionanti, inequivocabili, paurosi. Pantani ha trentaquattro o trentacinque battiti a riposo! Un bradicardico, con la pressione sanguigna di un serpente. Capace quindi di sopportare sforzi e carichi di lavoro intensissimi, che risulterebbero proibitivi per altri atleti. Mentre Pino me lo dice al telefono, io mi sono messo sotto una grondaia: ha ripreso a piovere forte, ma non voglio riaprire l’ombrello. Se peso e altezza sono gli stessi, mi dico, i battiti invece direi di no. I miei, a riposo, sono distanti mille miglia da quelli di Pantani. Io, a riposo, ho degli umani e onestissimi cinquantacinque battiti. Venti di più di quella macchina perfetta.

Roncucci va avanti ad analizzare i risultati del test: il cuore di Marco, il “motore” come lo chiama lui, dopo le prove sotto sforzo alla cyclette, nel giro di una manciata di minuti torna come prima: trentaquattro, trentacinque battiti. Da non crederci. Pino, infatti, non ci vuole credere. O, meglio, ci vuole credere eccome, ne ha bisogno come del pane di un atleta del genere nella sua scuderia. Ma una capacità di recupero così rapida non l’ha mai vista in nessun ciclista prima d’ora. Non solo tra i dilettanti, ma nemmeno tra i professionisti: le pulsazioni di Marco, mi dice al telefono, anche dopo un tappone dolomitico con più di tremila metri di dislivello, nel giro di mezz’ora tornavano quelle a riposto. Se sei così, insiste, vuol dire che madre natura ti ha dotato di un motore unico al mondo. Il motore di un Albatros. (TO BE CONTINUED)

(Foto: rouleur.cc)

Tutti i materiali, le riflessioni e le anticipazioni sul  libro “MA CHI TE LO FA FARE” in uscita per la collana Wild di Fabbri Editori, li trovate raccolti in CICLOFFICINA.

Da che cosa stai scappando?

•febbraio 6, 2014 • Lascia un commento


Rullo di tamburi, squillo di trombe: con ogni probabilità Ma chi te lo fa fare sarà il titolo del libro. Uscirà per la nuova collana Wild di Fabbri Editori.
Tecnicamente viene definita una “Narrative non fiction”: una storia vera raccontata con lo stile della narrativa, sulle orme di best-seller come Nelle terre estreme di Krakauer o La morte sospesa di Jo Simpson. Il confronto, non lo nascondo, mi lusinga ma mi spaventa molto. Anche perché il film - Into the Wild - tratto dal primo dei due libri, credo sia il mio preferito in assoluto degli ultimi dieci o quindici anni.
Tornando alla “Narrative no fiction”, per me è stata semplicemente la scusa per parlare della mia passione/ossessione: la bicicletta.
Ovverosia quello che è diventato, a tutti gli effetti, uno strumento personale di ricerca. Perché pedalare non è solo uno sport, ma un modo di vedere le cose. Una lente deformante o formante attraverso cui guardare il mondo.
Andare in bicicletta aiuta a notare cose che altrimenti non si noterebbero, a pensare cose che altrimenti non si penserebbero, a conoscere se stessi come altrimenti non si riuscirebbe.
Infine, è un maledetto stabilizzatore dell’umore, del quale si diventa presto dipendenti.
Un po’ come scrivere.
Senza la bici, molte cose non mi sarebbero semplicemente mai venute in mente. Senza la bici, non avrei conosciuto persone e storie, o forse non le avrei viste nello stesso modo. Senza la bici, la mia vita sarebbe diversa. Nel bene come nel male.
Per questo mi piace pensare di aver scritto un libro che parla d’altro. Non semplicemente del Gavia, del Galiber o del Timmesljoch.
A proposito di Wild, se c’è una “filmografia” che ha ispirato questo libro, sicuramente questa parte dal bellissimo film di Sean Penn. Un film drammatico solo apparentemente. In realtà, una storia che racconta un po’ di tutti noi, e del bisogno di scappare ogni tanto, che tutti abbiamo. Per sentirci meglio, per scoprire nuove cose, per trovare noi stessi, oppure altro. Forse anche semplicemente per non rimanere con le chiappe rammolite.
Ecco, questo post vuole essere un omaggio a tutta la collana Wild, interamente dedicata all’estremo e al selvaggio. Una bellissima  e, a mio avviso, centratissima idea avuta da Fabbri Editori.
Perché abbiamo tutti maledettamente bisogno di selvaggezza. Esteriore o interiore che sia.
Ah,  se non avete ancora visto Into the wild, direi che è giunto il momento di farlo.

IMPORTANTE: Tutti i materiali, le riflessioni e le anticipazioni sul libro in uscita per Fabbri, li trovate raccolti in CICLOFFICINA.

 
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