E dopo 3 anni di caldo africano, la Novecolli ci regalò l’acqua. E io nuotai solo per un po’. Causa una testa, la mia, in apnea permanente. le avvisaglie c’eran già state i giorni prima (terremoti inclusi). Ma state a sentire. Questa è la storia di un weekend a base di acqua, incertezze e decisioni sofferte. Prendete un trasloco sul groppone, un po’ di pioggia sul Barbotto, una testa altrove da settimane (per svariati motivi) e avrete un ciclista che opta (saggiamente o meno, dovete dirlo voi) per un percorso di 130 km anziché di 200. Questa la ricetta del mio weekend, soddisfacente a metà, in quel di Cesenatico. Una cosa è certa: quando la testa non è “sul pezzo”, qualsiasi siano i motivi, la gamba la segue. Riavvogliamo il nastro. Ore 4:11. Hotel Apollo di Valverde di Cesenatico. Il letto va in trance e comincia a dondolare. No, non sto facendo all’amore: mia moglie dorme saggia. No, non sto sognando. No, non sto ancora traslocando. No, non sono a Milano. Dio santo, allora cos’è questo moto perpetuo che dura da 20 secondi? Il terremoto. Violento, imrpovviso, diretto. E io non posso fare a meno che leggervi un segno premonitore. Qualcosa che mi avvisa: stai attento, non c’hai la testa stavolta. E la testa non ce l’ho mica davvero, io che, normalmente ai limiti dell’ossessione compulsiva, preparo e ripreparo l’abbigliamento in valiga (pronto a ogni evenienza) e invece questa volta ti dimentico la maglia traforata e le maltodestrine. Che c’è, ciclistapericoloso, sei innamorato di un’altra granfondo? No. C’è che il periodo è di quelli tosti e anche i pericolosi diventano umani. Leggo così il segno premonitore come un avviso di chiamata. Posso ancora mettere giù e rispondere. Dopo un etto di pasta e grana e la consueta tensione, mentre di là albeggia, condivisa con i miei 4 compagni caffenerobollenti, mi appropinquo in sella alla belva verso il Porto Canale che tanto caro fu a Marco Pantani. Griglia rosa io e il Pitone, griglia gialla gli Shleck e il Bertozzi. Ci si ribecca al primo ristoro. Il lungo lo si fa assieme, come l’ano scorso. Lungo? quale lungo? La mia testa comincia a dare segni di cedimento. Ma tiene botta: c’è il sole, il cielo è sgombro in barba alle previsioni. 6:27 si parte. Secchi, a tuono, as always here. I primi 30 km a 38/h di media. Poi il Polenta, il primo dente di giornata. Niente imbuto, stavolta si va su tranquilli e beati. Si scende verso il Pieve di Rivoschio, ci si ricompatta, che il cielo s’è già fatto lattiginoso, indi grigio, indi, per bacco, dopo soli 48 km, attacca a piovigginare. Porco Izoard! Ebbene, le rotelle della testa cominciano a girare in senso contrario ai pignoni. E vanno a ritroso. Verso metà marzo, verso una caduta in discesa, sul brecciolino portato dall’inverno, del Colle Brianza. Le rotelle mi dicono che c’ho due figli e una moglie. Che le discese bagnate forse non sempre fan rima con discese fortunate. Mi tocco e proseguo. Ma mi tocco. Già, dubbioso e ingrigito, come il tempo, ma tengo botta. Perché, dovete sapere, amici miei, che la gamba c’è e gira eccome: il Pieve e il Ciola van via come l’acqua fresca di un torrente bevuta di primo mattino. Poi mentre mi dirigo verso Mercato Saraceno e il Barbotto, il quarto dente di giornata, di dente ne salta uno dalla catena. Come Pantani ad Oropa. Gli altri vanno. A me tocca scendere e rimettere le maglie sul cinquanta con le mani. L’avviso di chiamata si rifà vivo. E le rotelle riprendono a girare contrarie. Come l’acqua che riparte a cadere salendo questo Lissolo di Romanga che è il Barbotto: ormai anche questo davvero una bazzecola per me che ho fatto il Mortirolo tzé tzé. Allo scollinamento, l’acqua vien giù più convinta. Non ci sono dubbi: piove. Inutile girarci intorno. Utile infilarsi la Rapha Rain Jacket. Uno splendore vedere le goccioline formarsi sul nero dark side di questa meraviglia per ciclo-disturbati come il sottoscritto. Il Pitone, rainjaccchettato anche lui che è una meraviglia, mi passa in discesa e mi attende al varco del bivio “Medio/Lungo”. Sono 98 km fatti. E 112 da farsi ancora. Avviso i compagni. Non è giornata. A volte va così. A Pugliano tiro dritto e in un battibaleno tra scrosci d’acqua e nuvole, nel cielo e nella mia testa, guadagno rapido il lungo mare e il traguardo. 130 km e 1936 m di dislivello. Na bazzeccola. A volte si segue l’istinto. Altre la ragione. Mi raccomando: acqua in bocca.
Esco a fare un Giro.
•maggio 2, 2012 • Lascia un commentoAvvertenza: questo è un post per chi ama questo sport.
Astenersi quelli che “ma chi te lo fa fare?” in compagnia con quelli che “sono tutti dei dopati, come fai a guardarlo?”
Per Diana, prendiamoci in Giro.
Anzi, perdiamoci nel Giro.
Quello che sta per iniziare. Sabato, in Danimarca (in Danimarca?!), per la precisione.
E allora capita che il sottoscritto si senta in festa. Come accadeva una volta in ogni paese toccato: la gente non pensava che a una cosa “Passa il giro”. Il resto veniva meno.
Dicono che quel Giro sia morto. Mi domando se invece, più semplicemente, non si sia limitato a cambiarsi d’abito. Assentandosi su qualche tornante. E non possa risorgere da un momento all’altro, con un decollete paura. Cogliendoci tutti distratti e impreparati.
Ma dicono che m’illudo. Che quelle immagini lassopra, dove Sergio Zavoli (sì, lui quello de “La notte della Repubblica”) inseguiva in motocicletta i gregari per intervistarli ansimanti in salita, o a perdifiato in discesa, o controvento in pianura, sono vecchie e decrepite. A me pare che siano attualissime: immaginatevi Cassani che insegue Pozzovivo o Gasparotto sui tornanti dello Zoncolan, e gli chiede che effetto gli fa?
Zavoli carpiva le emozioni dei corridori in medias res, fotografava la loro ingenua, tenera sofferenza. Quella che li rendeva umani. Quella che, mi dicono, oggi non torna più (anche perché non si può più intervistare i corridori durante la gara: lo vieta il “regolamento”, lo stesso che impone radioline e cardiofrequenzimetri come se piovesse).
Ma io non sono un nostalgico. Amo e pratico il ciclismo oggi. Non ieri.
So che emozioni si provano nel farlo: so che quei corridori di oggi le provano ancora. Basterebbe affiancarglisi mentre pedalano in salita per averne la prova.
Già. Io sono testardo, credo che quel Giro torni ancora. Basta volerlo.
Perché, in fondo, dipende anche da noi.
Già. Avete capito bene.
Forse quel che manca, forse, è anche la voglia di guardarlo e, soprattutto, di raccontarlo questo Giro. E invece non lo si lascia nemmeno parlare.
Ci mancano un po’ le parole: siamo tutti imbevuti di paura e lo nominiamo con una sorta di ritrosia, se non, addirittura, di vergogna per le vicende di doping.
Già, ma io mi domando che cosa altro era la famosa “bomba” di Coppi e Bartali? Acqua e integratori salini?
Eppure… eppure allora le parole c’erano. E che parole.
Erano quelle di Brera, Vergani, addirittura Buzzati.
Scrittori, non cronisti.
Eppure, come dice Rapha, è paradossalmente forse proprio oggi che la sfida si fa più affascinante, come salire sui tornanti dello Stelvio da Prato. La sfida di “Riscoprire l’antico spirito del ciclismo”. Ed ridonargli la bellezza.
Ritrovare in quella disciplina così antica, non solo uno sport per robot dopati, ma anche un gesto epico, desiderabile, esteticamente poetico e bello.
Qua lo dico e qua lo nego: io quando pedalo, mi piaccio un sacco. Mi sento un figo. Come un surfista sulle onde del Pacifico.
Riscoprire la bellezza, leggera e statuaria allo stesso tempo, della fatica. E il piacere di farla, la fatica. Questo l’obiettivo alla nostra portata. Ne vale di un intero sport.
Lo spiega bene, non solo Rapha, ma anche un bellissimo libro, che sto leggendo ora, guarda caso anch’esso d’oltremanica: “Pedalare!” di John Foot. Una piccola storia del ciclismo italiano, che racconta con tenerezza un gesto, solo apparentemente dimenticato, in realtà attualissimo, pronto a ripartire dietro l’angolo (per la cronaca: sabato a Roma per #slavaciclisti, 50.000 biciclette). Ma soprattutto un libro che dice una cosa semplice: che quel gesto, il ciclismo, è “bello”. Bello esteticamente, foriero di storie da raccontare e di immagini da dipingere.
Quello che manca non è il gesto. È la capacità di raccontarlo. E di vederlo.
Fino ad oggi siamo statu tutti più pigri, non abbiamo avuto la voglia di “fare la fatica”: prima di tutto quella intellettuale e creativa.
Per questo siamo rimasti a provare nostalgia per un tempo che non è più.
Ma basta poco perché si prenda una nuova strada.
Anzi, l’abbiamo già presa.
Cosa? Mi illudo, dite?
Son convinto di no.
Scommettiamo? Intanto, vi invito a farvi un Giro.
PS: ah, mi sono dilungato troppo con un pamphlet sbrodolone, mente voialtri morite solo dalla voglia di sapere dove sono andato ad allenarmi lo scorso weekend lungo?
Drizzate le Ardenne.
•aprile 24, 2012 • Lascia un commentoTempo da Ardenne, tempo da lupi.
Quello meteorologico, intendo. Cazzo.
Chiedo venia per il torpiloquio, ma non venite a dirmi che questo meteo è consono ad aprile in Italia, eh.
E hai voglia a spiegarlo a quelli del “meteo” appunto: per loro è tutto un “normale turbolenza primaverile”. Ma quale normale? Ma, ragazzi, ma ci rendiamo conto che ad aprile ci son stati quattro giorni quattro di tiepido sole? E che l’anno scorso in questi tempi scollinavo, come fosse pettinar le bambole, i 2.500 m. di dislivello ad uscita?
Eh, o vogliamo parlare di “normale avvicendamento di sole e nubi tipicamente primaverile”?
No che non vogliamo. Proprio no. Evvia, dai…
Ecco, la “Settimana delle Ardenne” la chiamano: quella in cui in Grande Nord diviene protagonista, con i suoi furori climatici, lì sì tipicamente primaverili con tanto di neve, acqua e ventaccio perfido, della stagione dei pro.
Dicesi settimana delle Ardenne quella che va dalla Amstel Gold Race alla Liegi-Bastogne-Liegi, alla Freccia-Vallone. Insomma, un’overdose di Paesi Bassi. Dove di basso non c’è proprio un bel niente, fatta salva, of course, la pressione atmosferica, ma tant’è. Strappi micidiali, muri in pavé, costanti falsopiani, crampi da lupi. Questo il minestrone, condito con pepe, di queste gare, bellissime, e cattivissime. In the Hell of the North.
Ecco, mi pare che la mia di settimana, ma, farei meglio a dire, di mese, non si siano discostati da questa ricetta. Succulenta, intensa, non certo un brodino insipido, intendiamoci. Ma certo non l’aprile che io sognavo. Fatto di braghe corte, niente manicotti, al massimo una mantellina leggera da indossare per scendere in picchiata da oltre i mille metri.
E invece.
Invece capita che per uscire devo inventarmi mezze giornate o qualche ora, in cui non ci siano i nembi, la grandine, fiananco la neve a farla da padroni.
E ci riesco. Ma che fatica, signori miei. Che fa ti ca.
Ora, venendo al sodo e riassumendo le uscite della settimana passata.
Martedì agilità, pianura, e poi forza, a perdifiato controvento. Lungo il Naviglio, aria frizzante, ma qualche raggio di sole. 70 km, di primo mattino, prima dell’office.
Sabato uscitona brianzola a caccia di dislivello, sotto i mille metri, ove la neve l’ha fatta da padrona (In Val Seriana venerdì ha nevicato a 700 metri di altitudine, pare).
Ne vien fuori una bella e corposa uscita, in compagnia degli Shleck, più di fondo che di dislivello puro, a dire il vero: 152 km e 2.100 m. di dislivello.
Ottimo lo stato di forma di Daniele-Andy Schleck, che si invola sui tornanti di Carenno e del Monte Barro come fossero burro e marmellata.
Rasoiate finali, quelle del Lissolo, sempre “piacevoli”.
Rientro, via Casatenovo, as usual, in modalità “a tuono”, tra raffiche di vento e nuvole che tornano rapide a impadronirsi del cielo milanese (a sera, plumbeo per nuove simpatiche secchiate in modalità Hell of the North).
Meglio che niente, intendiamoci.
Ma la Novecolli bussa alle porte. E taccio della Sportful.
In mezzo c’ho un trasloco.
Ardenne drizzate.
Equilibrismi pasquali.
•aprile 11, 2012 • Lascia un commentoDelicati, delicatissimi equilibri: in quel di Pasqua il ciclista deve destreggiarsi come un funambolo tra variabili insidiosissime.
Pericolosi pasti in famiglia, con trentasette portate; condizioni meteo regolarmente, da che mondo è mondo, avverse; gite a trovare ignote zie fuoriporta, improvvisamente organizzate nell’arco di qualche minuto. Parola d’ordine del ciclista è: funambolo.
Già. Occorre farsi funamboli e lavorare sugli interstizi temporali.
Farsi piccoli piccoli, e precipitarsi all’improvviso con richieste d’amore alla famiglia: cara, e se domani mattina prestissimo, mentre voi dormite, mi sparassi due ore a manetta?
Implorare, pena l’incapacità di intendere e volere, ore d’aria tra boschi e strade fradice d’acqua, ad ansimare in salita come un muflone prossimo all’infarto.
Coraggio, fatevi piccoli. Ne vale la pena.
E così, sfruttando pertugi insperati, finestre nascoste tra una nube e un pranzo, due uscite in salsa ligure, during the weekend pasquale, il pericoloso riesce a tirarle fuori dal cilindro.
Una “short”, una “long”. Destreggiandosi tara le isobare e gli hectopascal contrai, pietanze succulente e uova al cioccolato fondente.
Meteo turbolento. Freddo, vento, burrasca. Insomma, praticamente: la Normandia.
Due ore di sole, che hai quasi caldo, due ore di acqua gelata e grandine che ti senti a novembre inoltrato. That’s it. Arrangiarsi e pedalare.
Ma veniamo alla strada. Che ha sempre da raccontare.
Un paio di uscite, dicevo. Un paio di uscite dedicate prettamente al Dio dislivello. La prima addì venerdì santo: di 60 km e 1000 m. di dislivello. La seconda addì domenica di Pasqua: oltre 100 km e ben 2.150 di dislivello. Buone sensazioni. Gamba che comincia a prendere il ritmo dell’ondulazione protratta. Abitudine che dovrà far sua rapidamente, visti gli impegni di stagione.
Meno 39 giorni alla Novecolli. Ma, soprattutto, poco più di due mesi alla malfamatissima e impronunciabile maledizione che mi son scelto in quel di Feltre.
E preferirei poi tacere delle 3 sorelle che seguiranno da lì alla fine dell’estate: questa qui, quell’altra qua, e poi questa simpaticona qui.
Bei momenti.
Ecco, ora, io mi trovo la Santa Pasqua in mezzo al guado: questo è il momento in cui si passa alle cose serie. Il dislivello deve soppiantare il fondo, l’agilità, la gamba da farsi e tutte quelle balle lì.
Questo è il momento in cui conta solo quanta salita riesci a fare.
Devi incominciare a non scendere sotto i duemila metri di dislivello durante l’uscita lunga. Devi incominciare anzi, gradualmente, ad aumentarli.
Devi cercare, ove possibile, di sfruttare al massimo ogni “stage” con la famiglia al mare o al lago o a vattelappesca per fare dislivello. Dislivello, dislivello, dislivello.
Non deve esistere altro.
Deve diventare un’ossessione.
A colazione devi mangiare pendenze, a pranzo rasoiate, a cena impennate improvvise.
Di notte, i sogni, si devono popolare di cartelli che indicano l’inclinazione stradale e di tornanti simil-Stelvio da Prato.
I discorsi al bar con gli amici devono tendere al vaniloquio: gli occhi fissi nel bicchiere persi su chissà quale km del Rombo o del Giovo.
Nulla nella vostra vita può essere piatto d’ora in avanti.
Nemmeno un piatto di pasta: anche quello dovete vederlo inclinarsi.
Dimenticatevi la pianura, il livello del mare, la campagna.
E se proprio, come il sottoscritto, siete costretti a vivere in una landa a 122 m. costanti di altitudine, beh, ecco, datevi da fare alla ricerca di un cavalcavia. Va bene anche il Ponte della Ghisolfa.
Ma, vivaddio, dateci dentro. Non avete scelta.
Ecco, queste le sensazioni con cui mi sono messo in sella in queste vacanze pasquali.
Così nella prima uscita in battuta ho infilato a raffica 3 salite corte, fatte tutte in soglia: 4-5 km affrontati sempre con rapporto duro, non durissimo, con frequenza di pedalata costante attorno alle 80 rpm.
La seconda uscita, invece, è completamente diversa: ritmo meno sostenuto, agilità spinta, e regolarità. Due salite di 10 k con pendenze tra il 6 e il 10% , più una salita più dolce, la Ruta da Rapallo, più i vari strappi e strappetti lungo l’Aurelia ligure. Ne escono oltre 2000 metri di dislivello per un totale di 105 km. Finiti in scioltezza e con la sensazione chiara, limpida, di averne ancora parecchio.
Insomma, tocca arrangiarsi con espedienti circensi, ma la Pasqua alla fine è nel sacco.
Un giorno da Manetta.
•aprile 2, 2012 • Lascia un commentoÈ da quando ero bambino che aspettavo questo giorno.
Pedalare con la Ligera milanese, la posse extraurbana che vessa le campagna a Sud di Milano a suon di sgasate fuorisoglia all’imbrunire.
I predoni del bitume (e del fango), i compagni di classe, quelli cattivi, che ti vuoi fare amici, un po’ per timore, un po’ per bullartene al bar davanti alle ragazzine.
Ecco, da ieri anche io me ne bullo. E poche palle.
Veniamo a noi.
Mi faccio trovare cha ancora è buio pesto al Bar del signor Giovanni, nel cuore di Baires.
Subito vengo avvicinato da loschi figuri dalla pedviella facile: la modalità è quella di “Sfida all’Okay Corral”.
Maglie con il teschio, occhiali calati sul volto, nonostante il buio, capigliature da pirati, orecchini da zingari.
In due mi si fanno sotto con fare minaccioso. Non ho visto da dove sono arrivati.
Ma sono qui.
Mi dicono: è qui l’appuntamento?
Io, in trance: Sì. È qui.
In una manciata di secondi si materializza lui. il “Loca”. Una sorta di apparizione per noi ciclo-novelli della domenica.
Un “Biker in corpo di uomo”, un disturbato dal pedale, ma di quelli forti, un ossessionato dalle endorfine che mi si mangia a colazione.
Ad un tratto tutti i miei Stelvii, Mortiroli, Fedaii, Maratone si srbiciolano come pan carré sotto gli anfibi di un punk.
Sarà il fresco delle 6 del mattino, ma io tremo.
- Ci siamo tutti? -
Non rispondo. Aggancio il pedale.
E un po’ ne son già fiero.
Si parte. Coi Manetta. Perdio.
Stasera lo racconto alla nonna.
Gli altri CaffèNeroBollenti attendono in quel di Cologno. Albeggia. C’è un cielo limpido come un lago. Si vede la Valcava, già in fondo a viale Padova.
Il Monte Fuji de noantri.
L’aria è frizzante, l’incontro a Cologno passa furtivo. Siamo in dieci. O giù di lì.
Un bel gruppo. Di quelli da zinga-rapha pesante. E io sono Rapha- dressed da capo a piedi.
A Carate si aggrega la coppia del dislivello: Mauro&Vale. Quelli che “Julier e Maloja come antipasto”.
Poi Arosio, Lurago, Fabbrica Durini, Lipomo, Como.
E si entra nel triangolo delle bermude. Il cuore del Lario. Si punta dritti verso Nesso. Si parla poco, ci si stima molto.
Il “Loca” non allunga, molto understatement, accetta di buon grado la pedalata lungi dalla soglia che gli ho prefigurato.
Arrivati a Nesso, ne ho già 70 secchi. E non sono nemmeno a metà strada.
Da qui in avanti ognun per sé. Il Pignone per tutti. Si sale.
Setto il lap del Garmin e vado in apnea.
Salgo bene, agguanto il gruppetto davanti, lo passo e poi mi aggancio a un Manetta. E non lo mollo più.
Non so se mi spiego: io ciclistapericoloso, novellino, che sto agganciato a un Manetta?
Beh, ma vi offro da bere un Gatorade.
Io, il Manetta e Vale procediamo così appaiati. Nessuno se la sente di scattare. La Nesso ha il suo perché. Son 13 km di salita costante.
Fatto salvo Pian del Tivano. E qui riprendiamo con il 50 il discorso dove c’eravamo lasciati.
Poi ultimo scatto verso la vetta. Che agguanto con il mio tempo record personale: 55:17 e una media di 14,2 km/h. Mai fatti alla Nesso. Mai il 1 aprile. Che sia un pesce?
Forse sì: Il Loca aspetta, che pare uscito da un beauty center, senza una goccia di sudore: 48:00 il suo tempo.
Egli ancora pronto non è. Penserà il maestro Jedy del sottoscritto.
Ma io mi sento già il “prescelto”, quando mi dice, sotto il casco: “beh, mica male considerato quanto ti alleni”
A raffica arrivano gli altri.
E dopo una coca-cola al bar della Colma, si indossa tutti la mantellina, come in un rituale profano, e si picchia in discesa su Sormano e quindi Asso.
Il rientro è di quelli spietati. Dove per chi non ne ha più, non c’è speranza.
Un drappello che si sfilaccia e si piega nei pressi della maledetta Bevera.
Fatta contro vento costantemente, diventa una mattanza.C’è poco da aggiungere.
Gli Shleck e “il musicista” si staccano. Non li vedo più.
Davanti ho il fumo degli zoccoli e la tentazione dei manetta. Un polverone da Harley Davidson che mi attrae come un magnete.
Io nel mezzo.
Gli ultimi 30 km da Monticello a Milano, mi infilo nel treno che ho sempre sognato. Il Loca non perdona, ma sto a ruota. E mi sento bene.
Dietro, man mano, si apre un vuoto inquietante. Un vento gelido e costante si alza di lato: mi ricorda che peso solo 57 kg. Conto un’ostia contro le intemperie naturali.
Ma tengo botta. E arrivo in treno fino a Milano.
Felice come un bimbo, in mezzo ai Manetta. Come quando alle elementari il Franti di turno, mi invitava a casa sua, contro il volere della mamma.
Guardo il Garmin: 158 km con 1800 m. di dislivello.
Mica paglia.
Roba da Manetta.
Per i curiosoni, i Dati Garmin
Ora legale, ora del pedale.
•marzo 29, 2012 • Lascia un commento
Periodo duro, ciclodipendenti miei, questo qui.
Mica si scherza.
Periodo per giunta in cui la pedivella torna a svegliarsi. Allora, anzitutto, mi scuso per il silenzio-web delle settimane passate. Mamma mia, più di 20 giorni di silenzio: mai era successo su codeste pagine digitali. Chiedo venia e mi cospargo il capo di cenere. Ne vale della mia ciclo-web-reputation.
Ma state tranquilli: ne ho in serbo delle belle. Si arriva, a piccoli passi, nel caldo della stagione.
Allora, andiamo con ordine. Intanto tocca aggiornarvi sulle ultime scorribande e i recenti metri di bitume macinati.
Ma soprattutto sulla antipatica caduta capaitatami quindici giorni orsono.
Ho battezzto l’asfalto in discesa dal Colle Brianza ai 40 orari. Non male.
Tranquilli, di nuovo: niente conseguenze serie.
Ma la dinamica è stata un pelo più “importante” rispetto a quella delle precedenti ridicole “culate”.
Si scendeva verso quel di Santa Maria Hoè, dopo gli ultimi tornanti, si affrontava il lungo rettilineo prima del bivio, ove siam soliti, noialtri Lissolo-addicted, volgere a destra verso Perego. Ed ecco che non ti trovo uno squadrone della “ciclistica piastrelle ridenti” o vattelappesca schierati in mezzo alla strada, all’ingresso della curva?
Piego ordunque in presa bassa a destra, allargando la curva e finisco diretto sul brecciolino nell’angolo meno battuto. E vai col liscio.
Culata, anzi “cosciata + cavigliata + manata” a bruciare l’asfalto. Fortuna che ho l’abito lungo ancora. Morale: escoriazioni minime e guantino Assos, nuovo di pacca, da buttare: lacerato nel palmo come una buccia di mandarino.
Antitetanica e lasonil e via. La vita del ciclista.
Lo spavento mi segue per un po’: mi vedo di nuovo in terra in ogni discesa. Procedo a velocità da bradipo spinto.
Tutto ciò è risibile.
Decido quindi in quattro e quattr’otto che devo abbattere la spina del timore con un colpo secco, netto, alla radice.
Una bella ghigliottina da fine Settecento.
E così sabato 17, affronto con i Mapelli Brothers Colle di Sogno e Colle Brianza per un totale di 140 km e 1.600 m. di dislivello complessivi. Una mega aspirina mescalina contro la paura.
Il bello della bici è questo qua. Ti mette paura e poi te la fa superare. Ti ricorda i tuoi limiti, il fatto che, in un modo o nell’altro, non sei onnipotente. E poi, una volta che tu te lo sei ricordato, ecco che torna a darti, con tutti i maturati interessi del caso, il tuo benessere. È una scuola di vita per certi aspetti. Un training psico-fisico meglio di una conversione buddista. Perdi l’equilibrio e lo ritrovi. Quando si perde l’equilibrio, si cade. È elementare.
Ci vuole una dose di umiltà mista a coraggio per ritrovarlo, e si torna in sella. Ed ecco allora che improvvisamente 140 km si trasformano nella miglor medicina del mondo. Una botta, intensa, di ossigeno puro. Anzi, elio: già perché capita che ti ritrovi a ridere nel vento, felice, con i tuoi compagni.
Torni a sentirti una macchina unica, in simbiosi orgasmica, con la tua belva. Ah, a proposito: la caduta è avvenuta mentre cavalcavo il muletto (che porti sfiga?). La domenica dopo porto fuori la belva Cinelli Best of per la prima della stagione. E la simbiosi, come per magia, è intatta. La sento in ogni suo microgrammo di carbonio mia. So che rumori fa, capisco cosa mi chiede e cosa mi dice. Capisco fin dove posso portarla. E così assieme cavalchiamo attraverso una bellissima e, a me, inedita salita: Colle di Sogno. Là dove Torre de Busi poi piega verso una salita più dolce, della cattivissima, per quanto amatissima Valcava. E così anche qui tra uno strappetto al 12% e un’altitudine prossima ai mille metri di quota, riprendo in mano me stesso. Come, forse, non l’avevo mai fatto.
Aaah, ci voleva.
E adesso sotto: è l’ora del pedale. No excuses.
Di seguito, per gli amici curiosi, gli arretrati delle ultime settimane:
Le giovani Marmotte.
•marzo 5, 2012 • Lascia un commento
È così ci ritrovammo noialtri, giovani e freschi nuovi inscritti alla più prestigiosa Granfondo d’oltralpe.La Marmotte.
In altre parole: Col du Galibier e Alpe d’Huez in un sol colpo.
In altre ancora: 180 km e oltre 5000 metri di dislivello.
In altre altre ancora ancora: alzarsi alle 5 del mattino, affrontare la fredda discesa dall’Alpe d’Huez, dove saremo a pernottare, e guadagnare lo start a valle, a Bourg d’Oisans. Imbaccucati come eschimesi per affrontare il rigore perfido degli zero gradi, se non meno, il mattino prestissimo, lungo i tornanti del mito.
Una terra che brulica Pantani come se piovesse. L’asfalto parla chiaro. Vernice fresca bianca, caratteri cubitali. Pelle d’oca assicurata.
Questa Marmotte me la voglio godere. Da giovane, vergine partecipante.
Questo sconfinamento mi eccita come un bimbo già 4 mesi prima. Anzi, a dirla tutta, mi eccita da un anno e passa. Da quando ho deciso di infilarla sotto il cuscino.
Poche e spoglie le notizie su questa maratona paurosa nelle terre della Grande Boucle.
Più spartana l’organizzazione e i servizi in gara, si dice. Niente a che fare con le granfondo italiane, in cui il ciclista viene accudito e rifornito lungo il tracciato. Qui hai il minimo indispensabile. Giusto un paio di ristori con frutta e niente verdura, per i più fortunati. Magari niente di niente per chi arriva dopo.
Davanti: un sole magari massacrante, come nella migliore delle tradizioni del Tour de France. E salite paurose, per lunghezza e per durezza.
Mi hanno detto che il Col du Galiber è forse il valico alpino più bello e affascinante in assoluto. Duemilaseicento e passa metri sul livello dell’ebbrezza più autentica.
Tornanti allo scoperto di una natura selvaggia e inospitale. Intensa come un carbone ardente.
Cose da Gavia o Stelvio, per intenderci. E se ri penso a quei due mostri sacri, messi in saccoccia l’anno andato, mi vengono i brividi.
Mi sento un cilco-nauta, alla ricerca del prossimo pianeta da conquistare.
Già perché sono così i mostri sacri, le vette oltre i 2.500 m. Hanno qualcosa di diverso dalle altre.
Fino ai 2000 m. sei sulla terra. Dopo no. Dopo prendi il volo.
Entri in una dimensione rarefatta che, una volta, tornati a valle, ci si troverà a domandarsi se è mai esistita davvero.
Forse s’è solo sognato lassù.
C’è qualcosa di magico e portentoso che porta alle vertigini, oltre i duemila metri.
Ricordo la galleria del Gavia, salendo da Ponte di Legno. Una fantasmagoria. Una bocca nera che inghiotte e poi sputa in mezzo a una pietraia lunare. Un tunnel che conduce dritti in un freezer: temperature inospitali e severe.
E lo Stelvio? I due versanti in un giorno. La bellezza naturale della valle del Braulio, la scalinata monumentale e inquietante altoatesina. In mezzo: l’Umbrail e lo sonfinamento elvetico.
Cose lunari.
E ora. Ora mi attende sua maestà Le Galibier.
Sarò pronto?
Mi trovo a domandarmelo in una domenica d’inizio marzo, salendo in lungo e in largo il Colle Brianza. Con i compagni di sempre. Fraterne giovani marmotte alla ventura nelle lande brianzole.
I primi 100 km della stagione sono nel sacco. Un dislivello ancora misero e risibile, li accompagna.
Ma la gamba è pronta a entrare col cuore nella stagione più emozionante di sempre.
PS: domani sorteggio Ötztaler. Entro in silenzio-stampa.
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