Storie di mala milanese.

•Novembre 9, 2009 • Commenti disabilitati
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Strette di mano pericolose, sabato, lungo il Naviglio.

I Milanesi ammazzano al sabato. E sabato fu.
L’incontro fatidico, casuale ma mica tanto, avvenne.
Nei pressi della Canottieri, lungo il corso d’acqua che gli spietati nocchieri della Milano più malfamata e pericolosa della pedivella usano percorrere nelle loro scorribande senza preavviso. Lungo la strada del rientro, quando le endorfine stanno già facendo il loro porco dovere, quando ti appresti a rivestire i panni del comune cittadino, ecco che proprio allora, il ciclista pericoloso incontra il boss dei Manetta (se, arrivati a questo punto, vi state chiedendo “Manetta? Che d’è?”, vi rimando qui, oltre che a settembre).
Giubba bianca con teschio incastonato nella corona centrale, simbolo della Milano Manetta, per lui. Sobrio completino campagnolo doc, sciancrato, per l’altro.
E poi, stigmate come cicatrici su ogni parte del corpo: il Manetta dei Manetta possiede delle placche chiodate nell’anca, svariati sfregi sulle gambe, e ha al suo attivo infinite cadute. Ciò che non l’ha distrutto, l’ha reso più forte. E cattivo. Corsaro dei pignoni, egli vive la doppia vita che ogni ciclista che si rispetti è destinato a vivere: di giorno in comodi panni dell’uomo della porta accanto, di notte (leggasi durante le uscite) quelli del ciclista maledetto. Drogato del proprio sport, malato di endorfine. Degno della penna maledetta di Easton Ellis.
I due destrieri si fermano, stretta di mani, massimo rispetto. Era destino, sì. Io non credo al caso, sento le cose nell’aria. Le trame pericolose nel mondo del reggisella integrato sono destinate a intrecciarsi tra loro.
Come due membri di gang diverse, o due boss mafiosi, uno ancora in erba, l’altro ben più navigato, l’incontro per il controllo del territorio avviene.
Stretta di mano, sguardi che scorrono rapidi al movimento centrale e al pacco pignoni altrui, ancora fumante, poi via: le mogli chiamano all’adunata nelle reciproche magioni.
Promesse di incontri pericolosi da reiterare a breve, lungo le lande brianzole.
Tornando a noi. Poca cosa, sabato mattina: 60 km, un paio d’ore circa, pianura, agilità. Poco il tempo. Brutto il tempo: piove che Dio la manda un giorno sì, l’altro pure.
Ancora lontani e assonnati, i profili del Giau e del Barbotto.

Totale distanza: 60 km (pianura)

L’uomo che sognava lo Stelvio.

•Novembre 6, 2009 • Commenti disabilitati

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Ritratto di Sua Maestà, con zucchero a velo.

Lo Stelvio è talmente alto che se non lo fai tra luglio e agosto, sono cazzi.
Sei già tagliato fuori: basta un abbassamento di temperatura preautunnale o, a seconda del calendario, tardoprimaverile e via, gambe all’aria. Niente Stelvio.
Una volta, un amico (l’autista), puntata la sveglia alle 4 del mattino, in pieno agosto, s’è trovato l’auto in panne. Scherzo del destino. Niente Stelvio.
Ma io continuo a sognarlo la notte, sua maestà. I suoi tornanti inquadrati da mille scatti fotografici. La sua lunghezza, epica. Il suo vocione altisonante da orco. Le streghe e le marmotte abbarbicate tra le rocce, l’Overlook hotel-rifugio in cima. D’inverno c’è Jack Torrens che vi si aggira, scure in mano.
Oggi, navigando, ho trovato questa foto. Guardate che bellezza. I primi rigori, quasi risibili, di un inverno che ancora non s’è fatto uomo.
Oggi me lo immagino così, lo Stelvio. Con quella leggera spruzzata di neve a velo. Come un pandoro Maina appena scartato e cosparso di zucchero. Nulla più. E quei tornanti che paion tracciati col coltello, leggeri leggeri, quasi a non dar fastidio.
Io me lo immagino così. Sento che non può uno scalatore non averlo ancora scalato. Sento che non si può lasciarselo scappare durante l’arsura estiva.
Lo Stelvio vive pochi mesi l’anno. Gli devi saltare in groppa. Come una bestia selvaggia, altrimenti ti mette lui piede a terra per tutto l’anno. E poi te lo sogni, come sto facendo io ora.
Ma guardate quella foto, che meraviglia.
Vien voglia di staccarne una fetta.

(fonte immagine: Cycling Challenge)

Rientri.

•Novembre 3, 2009 • Commenti disabilitati
Io primo piano

I'm back.

Allora, veniamo a noi. E a qualche spiegazione.
Ero fermo da quasi un mese. Motivi fisici.
E’ stato bello tornare in bici. Un raggio di sole, e il motore riparte. Certo, un po’ ingolfato. Ci mancherebbe. Ma riparte, festante e godereccio.
E’ un po’ come fare l’amore dopo un po’ che non lo si faceva. Hai subito voglia di rifarlo.
Le sensazioni sono molteplici, forti, intense. E’ come riappropriarsi si una parte di sé stessi, del proprio corpo.
E anche se per poco, tornare bambini. E capire che il fisico può quello che la mente, invece, ahimè, non può. Leggasi “benessere”.
Ma poi arrivano le note dolenti: ansia da prestazione.
Non ho fatto che 70 km , e di pura pianura, in agilità, che già avevo il terrore di non riuscire più a raggiungere quei 40/h che solo un mese fa tenevo comodamente.
No, la gamba non gira così. A comando.
Dunque, l’ansia.
Oddio ce la farò a tornare quello di un tempo?
Oddio, ora arriva l’inverno, la galaverna, il freddo: impossibile tenere un allenamento costante.
Oddio, mancano meno di 9 mesi alla Maratona dles Dolomites, il lungo mi aspetta al varco, come farò?
Queste le ansie da rientro del ciclista pericoloso.
Ma sono ansie di fronte alle quali sorridere. E’ bello essere di nuovo in sella. E che sella: una SMP test, gentilmente offerta in prova dal caposquadra.
Quindi, domenica uscita in solitario: due ore e mezza non di più, lungo i Navigli. Tra foschia ancora non facentesi nebbia, e primi rigori tardo-autunnali seri. Prima uscita “in lungo”, completino Campagnolo doc. Ero un figurino.
La belva caracollava allegra lungo la bruma padana, e la frequenza di pedalata saliva placidamente. Niente dislivello, gambe mulinanti, uso compulsivo del 34. Poi rientro con il 50 e lancia in resta. Subito fiaccata e resa vana dal mese di stop. Gambe dure, ma fiato buono: la piscina ha fatto il suo dovere. Comunque, sensazioni inebrianti. Come essersi fatti di oppiacei.
Tornato bimbo, tornato dai bimbi.

Totale distanza: 70 km (pianura)
Tempo: 2:25′
Agilità.

Milano calibro Manetta.

•Ottobre 28, 2009 • Commenti disabilitati
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La nuova mala milanese viaggia a manetta.

Sempre all’attacco
Sempre bagarre
Sempre menate al limite
Sempre fuorisoglia
Sempre a limare
Sempre sulle ruote
Una gang, una posse
Una compagnia di ossessionati

Usciti direttamente da una sceneggiatura di Giorgio Scerbanenco o dal manifesto per il futurismo di Tommaso Marinetti. Scegliete voi.
Fatto sta che li amo maledettamente.
Milano Manetta. La nuova ligera che mette a sconquasso il Gratosoglio, dalla Conca Fallata ai Navigli pavesi. Il terrore degli abitanti del loco. Un’orda tribale di indios creativi dal pedale facile che due volte la settimana fa scorribande, saccheggiando come unni, l’asfalto e il duro pavè che ci circondano . Un drappello di cavalieri maledetti che vagano al ritmo dell’ultrasuono. Il sottoscritto credo li può solo veder passare. Al momento. Ma il richiamo è forte. Il fascino conturbante. Essere un Milano Manetta equivale a essere iniziato a una gang di Los Angeles.
Appuntamenti fissi, cadenzati, orari precisi, luoghi prestabiliti. Richiami al proprio rischio e pericolo, ripetuti.
Partenza con gas aperto, fino all’asfissia, dal primo colpo di pedale, fino allo stremo della volata finale.
Poi tutti a casa o in ufficio come niente fosse. Anomimi cittadini perbene. Anime maledette strappate alla sana sedentarietà urbana.
50, a volte 80 pedalatori folli, avvoltoi dell’asfalto. Passano, bocche aperte, pancia a terra, piega bassa, e si dileguano. Come un gruppo di banditi in un western di Sergio Leone. Ammalati delle proprie endorfine, incapaci di intendere e volere altra forma di pedalata che non sia l’ultravelocià. Solo la velocità, allo stremo, fino all’asfissia.
Alla ricerca delle cadenza perfetta come un surfista cerca l’onda più alta.
Improbabili e pericolose pedalate all’imbrunire fino a notte fonda. A perdizione. Là dove nessuno fa domande e non guarda troppo a lungo negli occhi. Darkness on the edge of town. Eroi futuristi, con il mito della pipa e del reggisella integrato.
Il 12 rovente, sempre, che sfiamma su una lightweight ad alto profilo. Il rumore del vento che frulla sulla presa bassa. Gli sguardi in trance, da killer spietati. I pignoni ancora fumanti, una volta scesi dalle belve.
Milano Manetta è questo ed altro. La ricerca del trance in sella a una specialissima.
Una nuova forma di letteratura suburbana.
Il ciclista pericoloso non può che renderle onore.

(fonte immagine: bikeobsession)

It’s only rock ‘n’ roll, but I like it.

•Ottobre 22, 2009 • Commenti disabilitati

Indipendece day.

Indipendence day.

Ri-nato il 4 luglio. In un mattino d’autunno. Di una uggiosa, fredda, insignificante giornata milanese. Nel giro di pochi secondi.
Come? Pigiando “invio” sulla tastiera di un freddo iMac.
In un amen, la casella mail sulla barra del dock inizia a saltellare. Mai saltello fu più bello. Mai mail ricevuta, fu più gradita. “Si conferma l’acquisto del pacchetto xyz per n.2 partecipanti Maratona dles Dolomites 2010, più soggiorno”.
In un lampo, eccoti ancora là. Da dove non sei mai tornato. Da dove era giusto che non tornassi. Caduto nel dislivello come Obelix nella pozione magica. Incantato dalle sirene, come Ulisse, ma senza farti legare all’albero maestro.
Ed eccola là, subito, imponente, romantica, hegeliana come non mai, la sagoma del Giau. La sfida nella sfida. Le bianche nubi dense accucciate sul profilo del Novolau. Laddove si chiudono le porte del percorso medio e si spalancano quelle tenebrose e incerte del “lungo”. Rock ‘n’ roll allo stato puro.
Il passo che mi manca. La sfida nella sfida. Il 4 luglio, signori miei, vado a fare il “Lungo”. Io e Mario. Gli altri non hanno gambe. Non hanno fiato. Soprattutto, non hanno lo shining. La luccicanza, che brilla negli occhi di pochi adepti.
Due ciclisti pericolosi, un’infinità di montagne da scalare. Se l’anno scorso ho sudato i 3090 m. del percorso medio, quest’anno saranno lacrime e sangue per i 4.200 del percorso lungo.
Signori miei, ho bisogno di questa droga per vivere. Ho bisogno di questi fottuti migliaia e migliaia di piedi da scalare. Non uno di meno.
So, questa volta lo so, cosa mi aspetta da qui al 4 luglio 2010. So che ci sarà l’inverno, che ci sarà la pioggia, che ci saranno le levatacce, che ci saranno nuove salite, nuove imprese, nuove barrette al cioccolato, nuovi panini alla marmellata, nuove componenti, nuovi momenti di sconforto, nuove paure, nuove gioie, nuove borracce da riempire.
Allora, rock ‘n’ roll.

Sentieri interrotti.

•Ottobre 12, 2009 • Commenti disabilitati

 

Nordall. A due passi dal Polo.

Norddal. A due passi dal Polo.

Holzwege sono i sentieri nel bosco… ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra l’altro… legnaioli e guardiaboschi sanno cosa significa trovarsi in un sentiero che, interrompendosi, svia.
(Martin Heidegger)

Bene. Mentre il sottoscritto, autoproclamatosi pericoloso, dopo aver rinunciato, per aver scelto la famiglia, alla Gfranfondo Italia di Carpi, si faceva i suoi 105 km e 1.300 m. di dislivello, in solitario, nelle lande brianzole, ecco che quelli di Rapha andavano al Polo Nord in bdc. Cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare. Premesso che Rapha è un sito, anzi farei meglio a dire un centro di gravità permanente, ma instabile, che irradia sogni a pedali per qualunque ciclista innamorato del suo sport, devo dire che questa volta l’hanno fatta grossa. Oltre i limiti dell’imbarazzo e della decenza. 
Il team Rapha è andato a scalare niente popò di meno che le alture del Norddal, piccolo comune norvegese, ai limiti del Circolo Polare Artico. Credo che mai bicicletta da corsa abbia conosciuto tali lande, immerse nella selvaggezza più estrema. Norddal è  infatti circondato da una zona boschiva e rocciosa, tutta cascate e ghiacciai (in estate), che durante l’autunno viene investita – quando va bene – da autentiche tempeste d’acqua e vento, in grado di allagarne completamente la zona. Bene, che c’è di meglio che pedalare nel Norddal in pieno autunno?  Questa la scommessa di Rapha. 
Ovvio, mica per niente. Ma anche per bieche ragioni di marketing: qualcuno quelle mantelline esoteriche, quelle giubbe scure retrò e innarrivabili, quelle maglie in lana merino, le deve pure indossare. Rapha, per chi non lo sapesse, produce infatti l’abbigliamento più amato, e mai indossato, dal vostro ciclista pericoloso preferito. E per pubblicizzarlo lo mette indosso a dieci-dodici pazzi scriteriati che ci vanno in giro, cavalcando le estremità più estreme del mondo, a bordo di una specialissima. E, nel mio caso, possono dire: bersaglio colpito. E affondato.  
Mettere in piedi, sia pure per ragioni commerciali, un’avventura simile, tra i ghiacci e  fiordi, a due passi dal Polo, beh, a mio avviso, è un’opera d’arte della comunicazione. E io ne sono, felicemente e consapevolmente, vittima. 
Vedete, quel che cerco di trasmettere qui da mesi, se ci riesco, è il perfetto mix di sport e natura che una bicicletta da corsa porta con sé. Salire lo Stelvio, il Falzarego, il Pordoi, sono esperienze prima di tutto mistiche. Dove il piacere per lo sport e la fatica si mescolano alla perfezione con lo smarrimento intellettuale e la riconquista dello spirito. Perdersi per ritrovarsi. In armonia con la natura. A contatto con emozioni primitive, fisiche e mentali. In una parola: sentirsi liberi. Non ha senso tentare di spiegare queste emozioni. Sarebbe meglio, infatti, praticarle. Abitarle queste zone estreme dell’animo, che per una volta, coincidono alla perfezione con quelle del globo. Che siano le Dolomti o il Circolo Polare Artico. Tuttavia, la ragion di vita di questo blog è proprio il cercare di spiegarle e, se ci riesco, condividerle.
Certo anche un lembo di Brianza può regalarle: ieri mentre salivo al Colle da Castello, in mezzo ai boschi grondanti di castagne, solo, vedendo il profilo incofondibile del Monte Rosa stagliarsi in lontananza, ho pensato che quello in quel momento era il posto più bello del mondo. La mia bussola interiore, il mio cuore palpitante sturm und drang, mi dicevano che era così.
E allora: che la tempesta sia con voi. Guardatevi le foto di Rapha (qui) e godetene impenitenti. E se mai vi venisse la tentazione di montare in bdc, carpe diem. Life is short. 

(fonte immagine: www.rapha.cc) 

 

L’amico pericoloso.

•Ottobre 5, 2009 • Commenti disabilitati

 

E' quello che porta la medaglia al valore. Come te.

E' quello che porta la medaglia al valore. Come te.

Fondamentale quando pedali, avere un compagno che pedali come, quanto, più di te. Quello matto che è più matto di te. Quello che vi basta uno sguardo, un sogghigno per buttarvi da una discesa alpina a capofitto. O per alzarvi la mattina alle quattro. Quello che se gli proponi di andare a prendere uno che scatta in salita, non esita a farlo. Come un bimbo. Come te. Quello che se piove, tira vento, ci sono 5 gradi sotto zero, si esce lo stesso. Quello con cui condividi una stanza a Corvara, di un vecchio ammuffito Garnì, e assieme la trasformate, come per magia, nel motrohome dell’Astana. Quello che se parla con te, quando nomini il Tourmalet gli brillano gli occhi. Quello che se si tratta di pedalare, saltano le riunioni. 
Quando pedali, devi avere un altro come te. Da solo, usciresti pazzo. E’ meglio di una squadra, è più raro e fondamentale di qualunque doping. 
Se pedali, devi avere a fianco un’altra pedivella. Come in un tandem virtuale. O in un sidecar a propulsione umana. Uno disposto a vendere la macchina, per comprarsi un paio di ruote da alto profilo, ad aprire un mutuo per un reggisella integrato. Quello che durante la settimana, come te, in città si va a scatto fisso, perché non ci si può perdere nemmeno un centimetro di questo sogno a pedali. Quello che sulla borsa porta la spilla della Maratona dles Dolomites, come una medaglia al valore. Quello che un tornante è meglio di una serata in discoteca. Quello che si bea, a tutti gli effetti, come te, solo ed esclusivamente  di endorfina purissima. 
Ogni ciclista pericoloso che si rispetti, ha il suo amico pericoloso.
Quello che gli propone sempre la follia che può andar oltre la sua. 
Ieri, 118 km per due, tra le lande brianzole. Il Colle fino a Galbiate, ove si apre alla vista un Resegone da paura, uscito diretto dalle pagine del Manzoni. 
Ritorno in treno: sul falsopiano che dal Monticello porta a Monza, vedo balenare i 60/h per un istante sul Rox. Non sei lì in quel momento. Voli, ti stacchi da terra, il vento nei capelli, sotto il casco, i brividi sulla pelle. L’amico pericoloso, al tuo fianco. Con la Maratona negli occhi e la NoveColli sulla pelle.

Una lancia per Lance.

•Ottobre 2, 2009 • Commenti disabilitati

 

2 ottobre 1996. Il giorno che cambiò tutto.

2 ottobre. Hope rides again.

Sì, io la spezzo. ‘Frega niente. 
Non so e non lo voglio sapere come ha fatto quello che ha fatto. I lati oscuri ci sono e nessuno, qui, ha intenzione di metterli in dubbio. 
Resta il fatto che ciò che ha fatto Lance Armstrong dal 2 ottobre 1996 ad oggi è imponente. Spettacolare. Un monumento alla voglia di vivere. Piaccia o non piaccia. E, a me, piace. 
L’ho riscoperto oggi questo maledetto yankee, dopo averlo poco, molto poco amato: forse persino odiato. Dopo aver visto uno sbruffone, un piccolo boss mafioso nel gruppo, uno che “Pantani al Ventoux lo lascio vincere”. Ho cominciato a leggere ciò che aveva da dire, ossessivamente 24 ore su 24 su twitter; ho cominciato a vederlo tornare sui pedali, alla tenera età di 38 anni, non si sa perché, a vederlo fare una crono nel fuoco di un luglio francese contro quelli che sono oggi i figli dei suoi avversari di allora.
Così, incuriosito, mi sono fermato. Ho sospeso il giudizio. Ho cominciato a domandarmi chi era davvero Lance Armstrong. Al di là degli stereotipi. 
Bene. Ho scoperto uno che si ferma a parlare con gli amatori lungo le mulattiere disperse del Colorado. Uno che prende e apre un negozio di biciclette che sembra fatto apposta per me, uno che deve montare in sella ogni giorno che il buon Dio manda in terra perché se no sta male. Uno che oggi fa il gregario e recupera borracce dalle ammiraglie, uno che ci prova comunque, anche se poi arriva ultimo o trentottesimo, come i suoi anni, fa poca differenza. Uno che “Ma chi te lo fa fare, Lance?”. Uno che non vince più, e forse, proprio per questo, è diventato, davvero, un grande. Uno che pedala davvero. Uno come me. 
Livestrong, Lance. 

Quel ramo del lago di Garda.

•Settembre 28, 2009 • Commenti disabilitati

 

Gargnano - lago di Garda 7:12 AM.

Gargnano del Garda - domenica, 7:12 AM.

Toglietemi tutto ma non il mio Garda. Portatemi sul Garda, e avrete un ciclista più pericoloso. Già, perché a quelle latitudini io mi trasformo. Il mio metabolismo accelera, le mie endorfine fanno festa, il mio cuore e i miei polmoni raddoppiano la loro capacità.
Già, il tutto grazie a quel ramo, che corre tra la Lombardia e il Trentino. Quello tutto limonaie, ulivi e colori mediterranei. Quello irregolare, dal profilo quasi dolomitico, quello dove puoi scoprire laghi e dighe e nessun insediamento umano, basta voltare la forcella verso monte. Quello dove i paesini hanno case color pastello e pochi abitanti, quello che ha come punto di partenza Gargnano a due passi dal Trentino. Forse, la mia regione preferita.  
Se prendete una bicicletta, un ciclista autistico disposto ad alzarsi alle 6:50 la domenica mattina, quando fuori è ancora buio, e montare il sella, passando tra le case addormentate, perché vuole farsi 140 km, in solitario, ecco che avete trovato una storia deliziosa.
Bellissima e intensissima uscita – la più lunga mai fatta da quando faccio girare la guarnitura – domenica mattina.
Il ritmo è stato ancora una volta intenso: vi basti pensare che nelle prime due ore, su un percorso vallonato, tengo una media 30,5 km/h, tutti da solo, accumulando in 61 km, 500 m. di dislivello. Da Gargnano mi dirigo verso sud, lungo la Gardesana ancora deserta, raggiungo e passo gli abitati di Villa, Bogliaco, Maderno, Salò, proseguo per le colline moreniche della Valtenesi, scorro rapido, con la coda dell’occhio la Rocca di Manerba, attraverso Padenghe e il suo castello, terra di vini e oleodotti. Guadagno, infine, Desenzano dove, alla prima rotonda faccio dietrofront, e torno indietro per il medesimo percorso.  Il sole è salito alto, il lago via via si stringe, dopo Maderno, per farsi sempre più piccolo all’altezza di Gargnano. Il Rox mi segnala già 80 km. Infilato in un piccolo gruppetto di amatori, piego a sinistra per Navazzo, la salita dei miei allenamenti: qui ci ho preparato la Maratona, ripetendola autisticamente allo sfinimento. 7,5 km il primo troncone, fino a Navazzo appunto, poi salgo ancora fino al bivio per Costa, accumulando dislivello. Scendo, e sosto alla fontana di Navazzo per riempire le borracce e lo stomaco, con la mitica crostatina del Mulino Falso. Discesa finale tra ulivi, oleandri e bougannville ancora in fiore, in autunno. Non sembra autunno infatti: poche foglie gialle o arancio, molti colori intensi e vivi, dal tepore estivo. A Gargnano con oltre 100 km in spalla, mi avvio verso Salò, con una media sopra i 30/h costante, ripeto il percorso e ritorno indietro. Risalgo il Navazzo che ho già 125 km e le pile che cominciano ad andare in riserva. Mangio qualcosa e mi appresto alla salita finale, che faccio in compagnia di un ciclista che la attacca come prima salita di giornata. Lui va su tonico io non voglio stargli dietro, risultato: in cima sono sfatto. Acqua, barretta e discesa finale. Col sorriso dell’impresa: 141 km e  1.700 m. di dislivello. Non chiedo di più per essere in pace con il mondo. 

Totale distanza: 141 km
Dislivello: 1.700 m.
Tempo: 5.26′
Velocità media: 26/h. 

Guida in stato di ebbrezza.

•Settembre 24, 2009 • Commenti disabilitati

 

Pausa pranzo: 45 km di Endorfina purissima.

45 km di endorfina purissima.

Dicesi “Endorfina” (o endorfine) una sostanza chimica di natura organica prodotta dal cervello, dotata di proprietà analgesiche e fisiologiche simili a quelle della mofina e dell’oppio, ma con portata anche più ampia di queste. 

Aggiornamenti pericolosi: allenamenti condensati negli interstizi temporali. 
Martedì 45 km, pianura, in 1:21′. Media abbastanza buona e pedalata vorticosa. Le sensazioni fisiche sono ottime, anzi, inebrianti.
E’ impagabile il bagno di endorfine in cui ci si bea una volta rientrati da queste uscite-lampo. Ti siedi al computer e sorridi al mondo. Non un problema, non una difficoltà, sei gentile con i colleghi, respiri tutta un’altra aria. Sei in pace con il mondo. Sei nel pieno dell’effetto di una sostanza proibita: la pedalata. Sono questi i momenti in cui meglio capisci che non ne potrai più fare a meno. E’ inquietante come constatazione: hai iniziato due anni fa, così dal nulla, ti dicevi: smetto quando voglio; e invece. Invece eccoti qui: drogato in stato di assuefazione conclamata. Giuro: se non pedalo ogni tot giorni, sto male. Sì, avete capito bene. Fisicamente male.  Non mentalmente, non psicologicamente. Fisicamente. Mi fan male le gambe, mi sento irrequieto, la testa pesante, il cuore scalpitante. Devo drogarmi. E sono disposto a qualunque cosa: cambiarmi in uno sgabuzzino, infilare tutto nella borsa, precipitarmi in fretta e furia – gli occhi sbarrati – verso il velocipede di turno.  Persino la nuova arrivata, una bicicletta a scatto fisso per gli spostamenti quotidiani in città, va bene. Persino una rapida fuga sul Naviglio di meno di un’ora, in jeans e maglietta. Per tornare allo stato brado. Il drogato ha in testa solo quello, la droga. La sua giornata è scandita meticolosamente in funzione della fantomatica dose. Egli si deve fare. Il ciclista deve pedalare. Non importa come, quando, dove, perché. Lo deve fare. Non conosce ostacoli. Potrebbe fuggire dalle finestre, scavarsi un tunnel, qualora fosse murato vivo. 
E più pedala, più deve pedalare. Oddio, che fine che ho fatto.
Animo, o pericolosi:  ho poco più di 2 settimane di tempo per preparare la Gf Italia. Sotto,dunque. Che mi sento già in astinenza. 
Il menù weekendifero prevede Garda e più km possibili, da solo. Come Lance in stage ad Aspen. Gargnano sarà il mio Colorado. 

Pausa pranzo pericolosa, ingredienti:
Totale distanza: 45 km
Tempo: 1:21′