Febbraio maledetto.

•febbraio 8, 2010 • Commenti disabilitati

Poche parole, molti pensieri. Cupi.

Ieri giornata di lutto, come da tempo non se ne vedevano, per questo sport maledetto. Sport che pare circondato da un’aura negativa che stona con tutto il bello di cui sa ripagare chi ce ne si innamora perdutamente. Come il sottoscritto e tanti altri che bazzicano qui. Franco Ballerini, l’uomo della Parigi – Roubaix, il commissario tecnico della nazionale professionisti, ha pensato bene di andare a sbattere con l’auto in un rally. Poteva contentarsi di pedalare? No. Evidentemente.
So poco, a dir la verità, di quest’uomo: molto l’ho appreso ieri. So poco di questo papà, giovane, forte, in forma. So che non se lo meritava. E che la notizia mi ha colpito molto. Ricordi freschi come tutti: i mondiali di Bettini. Oggi belle le parole del Grillo, lette in un trafiletto (nulla di più) sul Corriere della sera.
Mentre lui staccava la spina, noi si caracollava tra la Bevera e Sirtori, in una giornata di sole come da tempo non se ne vedevano. Oggi in compenso è calata una nebbia e un freddo, da Norvegia d’inverno. Una delle uscite più belle finora, di questo amaro 2010. Il mese di febbraio poi pare sia destinato a restare quello peggiore. Freddo e lutti assurdi.
Beh, che altro dire? Che ieri il ritmo è stato forsennato. Salito il Monticello da Carate, come non facevamo dai primissimi tempi. Devo dire che è decisamente il versante migliore. Bighellonato poi a tutta o quasi, per Sirtori e Bevera. Risalendo Sirtori, dopo esserci persi lungo la Briantea. Neve dappertutto e strade infami: buche, sassi, pozzanghere atlantidee, con tanto di mondo sommerso sottostante. Al rientro la bici sarà in stato di calamità: uscita da un raid di ciclo-cross più che dalla strada. Un’ora per farle il bagnetto, senza paperette: non è giornata da festeggiare.
Un dato mi inquieta: rpm “media” dell’usicta: 92 (massima 134). Mai avuta, con salite, nemmeno nei tempi migliori.
Dai, cerchiamo di star su: inverno e lutti compatibilmente.

Distanza totale: 87 km
Dislivello: 702 m.
V/m: 27/h
Rpm: 92-134

Da papà ciclista, un pensiero (per quanto possa contare) va alla famiglia di Franco Ballerini.

Idee politiche.

•febbraio 5, 2010 • Commenti disabilitati

Pubblicità anni '80. Ingrandire prego.

Il mondo si divide in Campagnolisti e Shimanisti.
Io sono un campagnolista. Maledettamente convinto.
Non si tratta di fare campanilismo. Si tratta di fare campagnolismo.
Mi piace questo nome, non mi piace quell’altro. Adoro questa guarniutra, aborro quell’altra, mi piacciono le ruote tutte storia e linea classica di questo. Quelle dell’altro… non ci sono nemmeno quelle dell’altro. Fate voi.
Mi piace la leva del cambio, i comandi, tutti cromati con quella scrittina esoterica e minimale su fondo antracite di questo. Non quella grossolana e smargiassa decalcomania che appare su leve scarne color metallo di quell’altro. Adoro la cambiata con quel piccolo bottoncino interno a scendere e quella della leva a scalare di questo. Non mi piace e mi incasina, da sempre, la doppia leva di quell’altro. E poi 11  è meglio di 10. Tranne che nel derby.
Mi fa impazzire vedere i vecchi scalatori sulle cime più estreme sfoggiare i loro vecchi modelli di altre ere (come quello nell’annuncio quassopra, firmato per altro da una grande penna pubblicitaria), quelli di quell’altro nemmeno ce li hanno i cimeli storici. E poi, volete mettere parole come “Chorus” “Athena” contro “Ultegra”, “Dura Ace”?  Leopardi contro Moccia. Non c’è partita.
Campagnolo tutta la vita.

Frigidaire.

•febbraio 3, 2010 • Commenti disabilitati

Esemplare di cilistapericoloso ibernato.

Facce sottozero. Cronaca di una dipendenza.

“Frigidaire” è una mitica rivista a fumetti degli anni Ottanta. Controcorrente, irriverente, d’assalto.
Come il sottoscritto, che esce con -3° nella landa padana.
Eccolo lassopra. Faccia da Blizzard, volto tumefatto, labbra cianotiche. Sguardo: assente.
La voglia, il sentimento, la follia, la voglia di farsi  - come Pentotal di Andrea Pazienza – han prevalso su ogni barlume opaco di ragione. Una domenica incantata: cielo terso come non lo si vedeva da mesi, non più la coltre bigia e fuligginosa che avvolge la piana Padana di questi tempi. Aria da subito frizzante, inebriante oserei dire, il Rox che si inchioda sullo zero nel centro cittadino, per poi scenderci sotto appena il cemento armato si dirada e la campagna brianzola si fa strada incontinente.
Io, Mario, Nicko, Pietro. Monosillabi sincopati, che si aggirano come spettri nel vocabolario del gelo polare. Più pedali e più ti senti in procinto di scalare il Nanga Parbat.
Ci vogliono i consueti km prima di smettere definitivamente di sentire le mani: all’inizio fanno male, pungono come spilli, i polpastrelli; poi le terminazioni nervose diradano progressivamente i segnali al cervello e l’insensibilità subentra sovrana al freddo percepito. Fino alla calda doccia del rientro, le dita (delle mani e dei piedi) te le puoi scordare.
Il corpo, invece: bello tonico, caldo dentro e fuori. Merito del cuore, grondante passione autistica, ma soprattutto della elvetica Assos, dai prezzi inconfidabili ma dalle qualità termiche (e estetiche) sopraffine. Giacca invernale salva – vite umane.
Il Monticello scorre così veloce, ci sono pochi sparuti pedalatori della domenica, il gelo fa paura stavolta: diverse le pozze ghiacciate, pronte a darsi al pattinaggio. Buono il ritmo in agilità, buono il lavoro fatto sui rulli in settimana. Rpm mai sotto gli 80 per tutta la salita. Si guadagna la rotonda, ci si aspetta, mentre aumentano via via i cavalieri della pedivella. Svegliati dai raggi di sole.
Ci si infila in un trenino e via: si guadagna Torrevilla, dove, as usual, si piega per Sirtori che si agguanta tra scatti e controscatti, come bambini, per arrivare primi. Nei pressi del cimitero la temperatura e il ghiaccio ci inducono a seppellire i progetti velleitari di andare a far visita al Colle. No, non è ancora tempo. Le ossa reclamano clemenza. Si rientra.
Ritorno frammentario, con Mario che scatta a tuono (egli passista nato è), e noi, invece, dietro a chiacchierare e contenere. Troppo il freddo patito per correre come si deve. Il tratto finale me lo faccio, però, da solo. Controvento – gelido, ovviamente – fino a Cologno, poi aspetto Pietro e assieme ci facciamo gli ultimi metri di una Milano surreale senz’auto.
A casa, bagno caldo e foto post-ibernazione. Zanardi sarebbe orgoglioso di me.

Totale distanza: 78 km
Dislivello: 529 m.
Velocità media: 27/h
Temperatura: -2°/3°

ET, il rulli e il derby. Storia di un tunnel.

•gennaio 25, 2010 • Commenti disabilitati

Voglio uscire. Non ne posso più.

Non se ne può più. Basta inverno. Basta ghiaccio. Basta rulli. Voglio l’asfalto.
Un’ora e mezzo di rulli e la sensazione è quella di non aver combinato un bel niente.
Non un minimo di acido lattico, non un leggero torpore o pesantezza al polpaccio, quando sali le scale, non un vago affaticamento muscolare, non quel senso di respiro a polmoni aperti. Insomma niente di tutti quei piccoli, piacevoli, “sintomi” che indicano la consueta uscita su strada appena consumata. No. Non mi sono fatto.
Signori miei, i rulli cominciano a darmi da pensare.
Chiuso in cantina, la domenica mattina, causa temperatura esterna vicina ai -4°, a simulare salite in ripetuta, con incontri ravvicinati inquietanti.
Allora, la scena è questa: il vicino di casa, avvertendo uno strano rumore metallico, provenire da sotto l’androne, ha cominciato a temere per le sue bottiglie di Valpolicella, amorevolmente disposte nel sottosuolo . Indi si è avvicinato alla cantina, l’ha discesa, e , con una roncola in mano, è giunto fino alla porta di fianco alla sua. Luce accesa e porta aperta: il rumore viene inequivocabilmente da lì.  Con un calcio apre la porta, si ferma e cosa vede?
Scena erotica raccapricciante: ciclista con canotta traforata e pantaloni con bretelle ascellari che mùlina il 50 a 120 rpm e oltre.
Panico.
Ci guardiamo, negli occhi, e iniziamo a urlare. Come ET  davanti a Elliot, e Elliot davanti a ET.
E il bello è che, mentre menavo il 50 come un forsennato, grondavo gocce di sudore come un rubinetto malchiuso, a bocca spalancata, come Petacchi in volata. Ai miei piedi, sotto il movimento centrale, un lago. Cosa può aver pensato il gentile vicino. Uomo alla buona, s’intende, ma comunque non abituato a tutto.
Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Certo però quando ti capita, è un’altra cosa.
Allento il 50, scalo sul 39 e improvviso una conversazione improbabile sul derby che si disputerà di lì a qualche ora.
Interisti entrambi, la conversazione è facile. Lo spavento extraterrestre cede il posto alla convivialità, anzi, quasi, alla baldoria. Risate, ammiccamenti. Lui fiaschi in mano, sigaro in bocca, infagottato con sciarpa, guanti e cappelo; il sottoscritto seminudo, in sella a una bicicletta sollevata da terra d qualche centimetro, che pedala nel vuoto, davanti a un lago di sudore.
Sono belle cose.
Animo, dunque.
I rulli mi preoccupano però: 1:35′ senza sosta, ettolitri di liquidi depositati sul pavimento, ripetute con rapporto via via più duro e resistenza del rullo anche, e nemmeno un dolorino. Servirà?
Inverno ladro, ridacci il bitume.

Rulli: 1:35

(fonte immagine: www.rapha.cc)

I Partigiani perdoneranno.

•gennaio 22, 2010 • Commenti disabilitati
I Partigiani perdoneranno.

25 aprile 2010, vado di corsa.

Dopo anni di onorata carriera da manifestante, quest’anno, Colle dei Pasta, Colle del Gallo, Selvino, Valtaleggio, Forcella di Bura hanno avuto la meglio.
Ebbene sì: il 25 aprile, la Granfondo Felice Gimondi assaggerà la mia pedivella. Le lande bergamasche avranno pipe per i loro denti. Scatti di pignone per le loro orecchie. La mia nonna comunista si arrabbierà.
Cicliste e ciclisti, 135 km e 1.700 m. di dislivello, 25 aprileBergamo, ore 7:00. La mia festa della Liberazione.
Nella città del buon Felice, che, dicono, mai manca in griglia. Salvo poi andarsela a mangiare la griglia, in trattoria. Annaffiata magari da un buon Valcalepio rosso. Lui.
Noi, invece, sotto a sudare. Su e giù per le valli del Taleggio e dietro la Imagna. Zone che mi dicono esser vieppiù belle. Scintilla che ha messo in moto in me il meccanismo pericoloso dell’iscrizione d’impulso.
Percorso senza salite insidiosissime, o dalle pendenze estreme, ma comunque lungo e nervoso. Degno di una buona preparazione, che di lì a un mese dovrà portare alla successiva 9 Colli e indi, il 4 luglio, al percorso “lungo” della  Maratona.
Il Selvino, l’asperità più insidiosa con i suoi 653 m. di dislivello per un totale di  11 km e una pendenza media attorno al 6%.
E’ il terzo, ma primo in ordine di tempo, appuntamento infilato nel carniere di quest’anno. Mica male. Sono 3 prove del Prestigio cicloturisto, tra l’altro. Me le son scelte bene, sono impegnative e cariche di tradizione. Non sarà facile prepararle. Bisogna darci dentro, cadenzare la preparazione, sacrificare pericolose notti all’altare del rullo. Già da ora. Mulinando gambe e passione per centinaia di km. Nel freddo, nel caldo, nel bene e nel male.
Il tempo stringe già: 3 mesi, poco più, al primo appuntamento. Il dislivello va gradualmente coccolato fino a portarlo al regime dei 1500-2000 ad uscita. Poi, da maggio a luglio, andrà fatto lievitare fino alla vetta, tuttora proibitiva, dei 4.180 m. del lungo della Maratona. Dunque, sotto.
Dai che sono Felice. I Partigiani capiranno.

Corse di famiglia.

•gennaio 19, 2010 • Commenti disabilitati

Bruno Frigerio (1910 -1984), nonno pericoloso.

Gennaio. Io lo odio gennaio. Come i Nazisti dell’Illinois. Chi l’ha inventato, gennaio? Eh?
Chiunque tu sia, lo sai che andare in Brianza a gennaio è una sofferenza?
Però, anche un piacere. Siamo onesti.
La doccia calda al rientro, quel brodo di giuggiole di endorfine in cui ci si bea ebeti per il resto della giornata. Quel senso della “preaparazione” che comincia a formarsi. Preparazione ai grandi obiettivi stagionali. Anzi, bando alle ciance: “al” grande obiettivo stagioanle. Illo.
Dai, in fondo, è bello gennaio. E’ il mese del “via”. Quello in cui dai progetti si comincia a levare quel velo di incertezza, che par quasi neve, e si comincia a metterli in pratica.
Dai. Io lo amo gennaio.
Cioè, lo amo è un verbo un po’ forte. Diciamo che non lo odio. No, tranquillo: non sei come in Nazisti dell’Illinois.
Ecco.
E poi però mi viene in mente un’altra cosa, strana.
Che un po’ mi mette malinconia, un po’ invece mi carica.
Il 19 gennaio fu l’ultimo giorno sulla terra del mio buon nonno, scalatore puro.
Salì lo Stelvio, il Gavia, il Sella, il Pordoi e compagnia, prima di Coppi.
Già già. Avete capito bene: prima di Coppi.
Primi anni ‘30, con una vecchia specialissima e non oso immaginare con che rapporti, prese armi e bagagli e iniziò a salire – borbottando qualche vecchio adagio milanese, perché era un brontolone nato – per una strada tutta sua. Per giunta, non asfaltata.
Ecco mi piace pensare che quella strada tutta sua oggi sto provando a farla un po’ mia.
Non so se sono all’altezza, non so come sono salito in bicicletta. Non me lo sono mai chiesto bene, sapete? Come sono salito, io, in sella? Come sono finito a trovarmi “pericoloso”?
Mi son fatto l’idea, romantica certo, che qualcosa di genetico o di “metempsicosico”, ci deve pur essere. Come è possibile che a due generazioni di distanza, due membri della stessa famiglia si incaponiscano per la stessa cosa? Un caso?
No. Trasmigrazione delle anime. E delle pedivelle.
Ecco, quando la mia mamma mi ha dato due anni fa le foto di mio nonno in cima ai passi, e io mi compravo la mia prima specialissima, ecco, è come se avessi sentito che facevo bene. Che era giusto così. Che avevo “redento” un pezzo di storia personale.
Lo ricordo quel 19 gennaio 1984. Avevo 11 anni e lo Stelvio pensavo fosse un piatto regionale abruzzese. Stelvio e polenta.
Mi salutò, scese per strada, veniva giù una neve da pandoro Maina. Quella zuccherosa e sottile, che par quasi innocua.
Il cuore gli fece capire che quella neve era troppa anche per lui. Manco fosse un tornate del Pordoi.
Dai, via quelle facce, mettete in tasca i fazzoletti. Ieri, comitiva zingara in landa brianzola: 1° al sole, e 80 km di pura passione cieca.
Con la salita in testa, e il nonno sottobraccio.

Totale distanza: 80 km
Dislivello: 650 m.
Tempo: 3:02′

La terza vita del bambino Lance.

•gennaio 14, 2010 • Commenti disabilitati

Cosa significa essere ubriachi d’amore per il proprio sport?
Semplice: andare in tilt, fare follie, cose che mai avresti pensato di fare un giorno e che invece fai. Ma anche tornare bambini, scherzare, giocare.
Questa terza vita, o “seconda” seconda vita, che dir si voglia, ci sta restituendo un Armstrong nel suo pieno fulgore di amatore. Nel senso letterale del termine: un uomo  ubriaco d’amore per il proprio sport. La bicicletta da corsa. Con tutta la gioia, la passione e la dimensione ludica che la cosa comporta. Come me. Come voi.
Non più uno yankee sbruffone. Non più Arnold Shwarzenegger. No, signori: semplicemente Lance Armstrong, l’amatore. In carne e passione.
Da domani sarà online il sito del team Radioshack, la sua nuova squadra. Quello lassopra il gustoso minispot, oggi circolante via twitter , che lo lancia.
Guardateli. Sembrano ragazzi con tanta voglia di “giocare”. Una comitiva di bambinoni in gita scolastica perenne. Il piacere che surclassa la prestazione. La voglia di divertirsi prima di quella di primeggiare. Il bambino prima del professionista. Vivaddio.
Mi sbaglierò, sarò ingenuo, prenderò un granchio tremendo, ma a me questo “terzo” Lance mi piace da matti. Di più: lo sento fraterno, in questo suo magmatico fare, lanciare nuovi progetti, gioire. Un amatore conosciuto su un passo, un concorrente con cui ho chiacchierato alla Maratona, un pazzo che si fa i rulli in cantina, dopo aver messo a letto i bimbi. Un ragazzino. Con lo “shining” negli occhi. Come me. Come voi.
Benvenuta Radioshack.  Che il divertimento sia con te.

Un cuore in inverno.

•gennaio 12, 2010 • Commenti disabilitati

L'inverno: gabbia dorata del ciclistapericoloso.

Settimana di gioiosa prigione per il ciclistapericoloso. Due sessioni notturne di rulli, in cantina, tra bottiglie di Barbera e Dolcetto d’Alba e vecchi passeggini dimenticati. I sotterranei del mio subconscio autistico. Il mio “Fight club” privato, vista tubi e condutture. La camera d’aria ove mi ritiro a ingrassare la catena e a menare sui pedali. Solo una lampadina con filo a vista e la bellezza di 3 biciclette incastonate negli interstizi più nascosti. Il rock n’ roll si suona in cantina. Dove hanno iniziato Jagger e soci?
La sera, dalle dieci alle undici, bimbi addormentati, si suda e si sbuffa nei sotterranei pericolosi. Nelle catacombe della Milano che non dorme. La palestra virtuale del ciclista pericoloso batte forte, tutta anima e cuore.
Eppur’ tuttavia, la settimana andata non ha portato con sé solo follia indoor, ma anche aria aperta, rigori invernali, bitume maltrattato, dal ghiaccio e dalla neve. E’ la stagione più brutta questa per la pedivella che è in noi: quella in cui l’inverno lascia vedere le ferite più profonde del suo corso. Il Generale è prodigo si subdole trappole per i ciclisti che osano affrontarlo: buche, brecciolino, terra, piste da pattinaggio fuori loco, geloni. Ma sa anche dispensare emozioni ricompensatorie a chi ha l’ardire di confrontarcisi: sole imprevisto, quando il meteo dà invece neve (leggi domenica), un filare di pioppi baciato da lame di luce arancio e viola; il fumo da camini diroccati delle briciole di  case sul Naviglio; l’aria pulita, frizzante, a suo modo maestosa.
Questo e altro è, in inverno, un’uscita su strada di 80 km, non di più.
Rientro con allunghi e il 50 che comincia a farsi rivedere ad alta frequenza. Buone sensazioni, finale provando a forzare ritmo,  rpm e pignoni. Non ancora come ai vecchi tempi dei rientri a tuono dalla Brianza, ma comunque ad alta velocità per la stagione.
Il mercoledì di festa, aveva invece regalato una bellissima corsa a piedi di 1:07′ nel parco addormentato, tra querce e castagni. Nel cuore cittadino. Central Park virtuale a Porta Venezia.
Fiato, sudore, fatica, gioia. Una pedivella in inverno.

Uscite su strada: 1; 80 km (pianura)
Rulli: 2 ore
Corsa a piedi: 1:07′

Capo danno.

•gennaio 7, 2010 • Commenti disabilitati

Premitata ditta: Crapula & Endorfine.

Possono la crapula e la baldoria enogastronomica abbinarsi alle endorfine del più severo e metodico allenamento invernale? Possono, possono.
State a sentire.
Premessa para-scientifica: Il ciclista d’inverno è un animale curioso.
Egli, solitamente, ha due possibilità due. Non tre.
Esiste l’esemplare tutto casa- parenti-cenoni. Quello che appende la belva e le gambe al chiodo e si dà da fare con i trigliceridi e le proteine. Effettua, questa rara specie, una sorta di black out programmato nell’attività ciclistica. Nei mesi invernali la bici si ferma, il cuore si scalda e inizia a pulsare più veloce, ci si dedica ai piaceri del sollazzo e della tavola. Attività queste, che richiedono tempo e concentrazione massima. Si mettono su quei due o tre chili nella migliore delle ipotesi. Quei 7-8 nella peggiore. Ma se ne esce contenti, senza patemi. Per la nuova stagione ci sarà tempo. Dopo la Befana, si comincia blandi per poi progredire da febbraio all’estate.
Esiste poi l’esemplare autistico e maniacale: quello che se si sottrae per un paio d’ore alla sua preparazione mentale, può, seriamente uscir di senno. Quello che un giorno esce a correre, quello dopo fa i rulli, quello dopo ancora esce su strada, poi di nuovo a correre, poi magari un’ora di spinning in palestra e tre quattro sessioni in piscina. Lo vedi trafelato nella sua ossessione, raramente rilassato e comunque appartenente a un altro mondo. Il suo. Fatto di nessuno sgarro, nemmeno il giorno che chiude l’anno. Non una goccia d’alcol per Capondanno, non una fetta di zampone, non una lenticchia. Alla mattina del primo, giù di branda alle 6 e sotto a faticare.
Bene, il ciclista pericoloso è riuscito nell’incredibile e improbabile impresa di mettere insieme queste due specie così lontane, così vicine. In fondo: sempre di “droghe” e addizionamenti si tratta.
Dalle pinte di doppio malto alle sessioni-ossessioni ai rulli. Ah, dimenticavo di accennare al pericoloso,  novo upgrade effettuato dal ciclistapericoloso: auto-regalatisi per Natale rulli Tacx Satori, posizionati seduta stante in cantina, tra bottiglie di Barbera, vecchi passeggini, valigie, giocattoli e carabattole surrealiste. Beh, ragazzi, betemmierò: i rulli sono una figata.
Ma torniamo al ciclista pericoloso che mette insieme due specie: egli è riuscito, si diceva, a mischiare la crapula alla rotula, le libagioni alle sessioni, i brownies al running, la pancia alle endorfine. Gli sms alle sfr.
Non è dato sapere come egli abbia fatto, ma, v’assicuro, c’è riuscito. Eccome.
Ecco i meri dati numerici degli ultimi dieci giorni: 3 sessioni, di un’ora ciascuna, ai rulli. In cantina. Sudato fradicio, tra lo sgomento imbarazzato dei condomini.
2 uscite di corsa a piedi in mezzo al parco, tra ghiaccio e galaverna, novello Rocky Balboa prima dell’incontro con Apollo Creed. Infine, dulcisi in fundo: 2 uscite su strada in bdc, in terra ligure. Questa, droga pesante vera.
Una in solitario, una in compagnia. Di Mariolino Tarantola. Il Pitone del Gratosoglio.
Nonché compagno di crapula la sera di Capodanno e quelle a venire.
E veniamo ai dati enogastronomici: tartine al salmone, salame di Varzi, Pansoti in salsa di noci, zampone con lenticchie, tiramisù pericolosamente prodotto in quantità industriali dalla moglie pericolosa, birra doppio malto, vino rosso, spumante. Sveglie comode, anche i bimbi dormono letargici.
Morale: forma ottima.
Ma che belle, su tutto, le due uscite su strada per il burrascoso levante ligure. Per l’occasione, quest’ultimo sciorina anche una clamorosa tempesta in mare, durante il secondo giorno dell’anno nuovo. Chiuse diverse strade, bellissimo sfiorare la salsedine con la pedivella. Venire baciati dal frizzante iodio in bufera lungo il piantone.
La prima uscita, in solitario: 80 km con 1000 m di dislivello. Tra Sestri Levante, Carasco, Leivi, Chiavari e Rapallo. Le rampe dell’Aurelia mordono, la pedivella risponde. Gamba tonica. Polmoni gonfi di gioia endorfinica.
Seconda uscita: più corta, in compagnia del tarantolato di cui sopra, che si esibisce in una tirata clamorosa nel rientro da Rapallo, sui saliscendi di bitume. Sotto un sole che fa lievitare le temperature fino a 16°. Sudati fradici si riguardagna la magione in incredibile anticipo sulle signore pericolose, a spasso con gli eredi. Morale: 60 km, ma ben 1.137 m. di dislivello. Con pendenze di tutto rispetto nell’ascesa da Ruta a Portofino Vetta, con le Alpi francesi, cariche di storia, a far di contorno. Spettacolo.
Il mare infuriato fino a sera.
Le endorfine e la crapula insieme si può.

Uscite su strada: 2
Km totali: 140.
Dislivello totale: 2137.

Rulli: 3 ore.

Corsa a piedi: 2 ore.

Improvvisamente l’estate prossima.

•dicembre 23, 2009 • Commenti disabilitati

Baci a tutti a 11 velocità.

Il 2010 che verrà porterà una cassetta 12-27 a 11 velocità, chiamata Record e tanti sogni. Già lo sapete.
La cassetta e i sogni andranno onorati come meritano. E io dovrò sudarmeli fino all’ultimo pignone. Questa la dolce condanna che mi son scelto.
Meno 6,5 mesi alla MdD 2010. Mezzo anno e una manciata di giorni al Giau.
Li sento lontani. Al di là di questa spessa coltre di neve che s’è frapposta tra me e la mia voglia di bicicletta e di imprese. Quasi a dirmi che non è ancora il momento. Che i giochi si faranno più tardi. Che c’è tempo.
Ma quale tempo?
Sei mesi e mezzo sono niente. Vanno via in un attimo. La ruota se il beve come un bicchier di whisky. D’un fiato. Senza pensarci su.
Eppure, possono bastare. E’ vero. Ci vuole costanza, metodo, rigore. E soprattutto, passione. La vibrazione giusta. Quella che ti fa sentire le cose nel giusto modo: e allora ce la fai. Se manca quella, invece, manca tutto.
Mi apre il cuore la stagione nuova che si spalanca. Sarà tutta una sorpresa. Sarà da pedalare giorno per giorno, a 11 velocità. E, soprattutto, con un obiettivo in grado di scaldare il cuore in ogni suo più remoto ventricolo.
In alto i pignoni, dunque. L’eco del Giau comincia a suonare.

(Foto: A. Leibovitz)